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(it) Umanità Nova n.36: Roma 4 novembre: niente stop al gover no. Tanti precari , troppi tutori

Date Wed, 15 Nov 2006 13:30:35 +0100 (CET)


La manifestazione contro la precarietà, che si è tenuta lo scorso quattro
novembre a Roma, riassume in sé non solo tutte le contraddizioni del presente,
ma, a ben vedere, ci racconta gli ultimi anni della storia patria e dei
movimenti di massa nati e cresciuti e in gran parte già morti dopo il 1999 di
Seattle. Non solo di questo ci parla, ma anche delle organizzazioni, grandi e
piccine, dei ruoli istituzionali dei politicanti di mestiere ed anche di tanta
gente comune che prende parte a questi mega raduni.
È innegabile che la manifestazione sia stata poderosa dal punto di vista
numerico: fossero stati anche 100.000 o meno, ma sicuramente di più poco
importa, i numeri parlano ed in maniera assai chiara. Sembrerebbe, a vedere da
questi dati, che se si è in grado di avere una manifestazione di questa entità
contro il precariato, ci siano, a livello locale, altrettante intense e
poderose conflittualità sociali e sindacali. E veniamo qui al primo grande nodo
in essere: così come in passato per altre mobilitazioni oceaniche, la piazza
mediatica centrale e visibile sostituisce spesso quasi sino ad annullarle le
lotte locali, parziali sin quanto vogliamo, ma pur tuttavia profondamente
legate ad un territorio ed alla conflittualità di prossimità. Tradotto
significa che molte persone ciò che non riescono ad esprime quotidianamente nei
posti di lavoro cercano in qualche modo di dirlo a tutti o per lo meno di
trovarsi con altri che vivono situazioni di precarietà lavorativa similari.
Manco a dirlo invece di essere un punto di forza del movimento di classe,
rappresentano un punto di debolezza dove la convergenza di moltitudini
sopraggiunte un po' da dovunque serve più che ad ottenere vantaggi collettivi o
ricadute locali di lotte sociali e lavorative a comunicare un'opinione di massa
e diffusa che altrimenti non verrebbe ascoltata da nessuno. Appunto ascoltare:
ma da chi e poi perché?

Un passo alla volta: decine di migliaia di persone si riversano nella capitale
provenienti da treni ed autobus, gratis, o a prezzi estremamente modici, da
ogni parte d'Italia. Soltanto le grandi organizzazioni sindacali e di partito
possono far viaggiare la gente gratis, cioè a spese o dei lavoratori che pagano
le tessere o dei trasferimenti monetari consistenti che lo stato versa ai
partiti tramite il parlamento o grazie ai servizi (CAF, patronati e tra un po'
anche le pensioni) affidati in gestione. La potenza economica non determina
proporzionalmente la massa politica in movimento, ma certamente contribuisce a
formarla e sostenerla in maniera significativa. Ed infine, ma non secondarie,
le ragioni: qui la contraddizione esplode nella sua piena e vivace interezza,
togliendo quei veli che l'infingimento mediatico ha steso miserevolmente sopra.
I due più grossi referenti organizzativi della manifestazione, CGIL e
Rifondazione comunista, non solo non hanno mai fatto nulla contro la
precarizzazione lavorativa, ma sono stati strumento cosciente del peggioramento
lavorativo di milioni di persone. E questo anche per quanto riguarda
l'agibilità degli spazi di confronto e di decisione. E questo oramai da più di
dieci anni, anche se per la CGIL bisogna fare qualche saltino indietro. Ma
facciamo finta che questo non sia vero, facciamo finta cioè che siano stati
l'ultimo baluardo possibile contro una liberalizzazione selvaggia che
altrimenti avrebbe eroso consistenti settori sociali della popolazione.
Facciamo appunto finta: perché altrimenti bisognerebbe chiedere a questi stessi
promotori come mai non scioperano contro una finanziaria di guerra, liberista,
taglia salari, pensioni e tfr etc. La risposta sarebbe altrettanto vera se
fosse semplice: perché sono al governo e perché fintanto che queste cose le
fanno loro vanno non solo bene, ma benissimo. È quello che succede ed è
successo con le guerre: ex Jugoslavia nessuna mobilitazione sindacale (mentre
Rifondazione appena uscita dal governo manifesta contro i cugini del Pdci e
diessini di centro, di destra e di sinistra sostengono disciplinatamente
l'intervento "umanitario"); Afganistan post 2001: nessuna mobilitazione. Iraq:
tutti in piazza perché c'era Berlusconi con Bush. Oggi: Afganistan, Libano,
Africa etc, raddoppio spese militari: nulla.

Non c'è dubbio che molte delle persone che sono scese in piazza non siano
affatto filogovernative e non mi interessa nemmeno giudicare scelte individuali
di varia natura. Ma non mi interessa nemmeno giudicare quelle filo-governative
in quanto tali. Quello che mi interessa, da un punto di vista di classe è come
poter arrivare a ricostruire un movimento operaio autonomo da ogni forma
governativa ed istituzionale che inizi ad intraprendere un percorso che sappia
fare della propria forza e delle proprie capacità un criterio discriminante per
non essere fagocitato ed usato, sì usato, dal sistema di potere. Ma per fare
questo bisogna smetterla una volta per tutte di inseguire il paparino di turno,
una volta il PCI ed ora la CGIL, o qualche deputato di fama, soprattutto perché
non serve a nulla, ovvero non si modificano di un millimetro i rapporti di
forza fra le classi e non si ottengono miglioramenti contingenti di alcun tipo.
O qualcuno vuole dimostrare il contrario?

Se qualcosa dobbiamo trarre dalla lotta francese anti-CPE è che è stata
vittoriosa perché forte, decisa, continuativa e forse perché i sindacati, come
i partiti erano poco, se non nulla, presenti.


Pietro Stara

Da Umanità Nova, n 36 del 12 novembre 2006, anno 86
http://www.ecn.org/uenne

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