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(it) Umanità Nova, n.35: Nuova Destra. Identità e Comunità

Date Fri, 10 Nov 2006 16:15:18 +0100 (CET)


Vi proponiamo il secondo di una serie di articoli dedicati alla "Nuova Destra".
Il primo. "La "nuova destra" di Alain de Benoist. Differenzialismo razzista" è
comparso su Umanità Nova n. 31.
"In un mondo marcato dalla crisi generalizzata delle istituzioni e dei grandi
sistemi di integrazione sociale, l'affondamento dello Stato-nazione e la
crescente insignificanza delle frontiere territoriali hanno visto riapparire
sotto forma di comunità e di reti di rapporti, una formidabile sete di
ri-radicamento. La società civile si ristruttura spontaneamente, ricreando
gruppi e 'tribù' che cercano di rimediare all'indifferenza crescente dei ruoli
(?) ricorrendo alla democrazia diretta e al principio di sussidiarietà. Questo
fenomeno, attraverso la sua rapida espansione 'virale', mostra da solo che si è
già usciti dalla modernità. Il desiderio di eguaglianza, succeduto a quello di
libertà, fu la grande passione dei tempi moderni. Quello dei tempi post-moderni
sarà il desiderio di identità."

Il tema identitario è un argomento sul quale la nuova destra, ma non solo, sta
cercando di costruire il suo impianto teorico forte per il secolo a venire: ma
di quale identità si parla e quali sono i presupposti costitutivi di questo
modello neo-comunitario?

In molti, infatti, anche a sinistra, hanno tentato di opporre forme di
resistenza locale ai sistemi alienanti generali e generalizzanti di tipo
mondiale, da cui il nome indecifrabile di globalizzazione. Dalla produzione dei
formaggi di fossa, al recupero di lingue sommerse, ai balli tradizionali (penso
alla mia vicina "Occitania") la gamma delle opposizioni alla globalizzazione
cerca di trovare sponde anche dove sponde vere e proprie non ci sono: sono uno
di quelli che pensano che se le cose (in genere) rimangono nel tempo, questo
non avviene per processi decisionali dal basso o dall'alto che siano, bandiere
e stendardi compresi, ma da prassi consolidate e non necessariamente spiegate.
Tanto per capirci: dalle parti di mio nonno, nel profondo cuneese, quando ero
piccolo tutti parlavano il dialetto, perché era normale parlare in dialetto.
Adesso lo parlano ancora in tanti, ma non più come prima e molti ragazzi e
ragazzi usano soltanto la lingua italiana. Non credo che su questo come su
molte altre questioni sia possibile rimediare, sempre che si debba e sia giusto
farlo, creando scuole, corsi di piemontese etc: sono processi artificiali che
contrastano e non accompagnano evoluzioni o involuzioni che a dir si voglia, ma
qui entriamo nel merito del giudizio di valore, di persone che abitano quei
luoghi. Molti dei tentativi di recupero di tradizioni, senza che vengano messi
mai in discussione, cosa di per sé, a mio parere, grave, le ragioni della
nascita e dello sviluppo delle stesse, sono volti a costituire e a rimarcare
diversità e differenze escludenti. Su questo il lungo lavorio della Lega, ad
esempio, ma anche di Illy, il centrosinistrorso nordestino e di tanti altri si
è incanalato in questa direzione: recupero formale delle tradizioni come forma
di chiusura verso "allogeni" in genere, terroni, negri, omosessuali etc ed
apertura massima al sistema mondiale di mercato, ovvero il capitalismo più
sfrenato. Ed è proprio questa la caratterizzazione principale della comunità
costitutiva della Nuova Destra: l'appartenenza ad essa è anteriore all'unione
dei suoi membri. Si è membro di una comunità etnica, religiosa o sociale
indipendentemente dal fatto che se ne voglia far parte o meno e che si sceglie
come legame volontario, per acquisirne, al contrario, "diritti e doveri" di
nascita. Questa posizione ha una inequivocabile connotazione razziale: se i
diritti sono nativi, ovvero di appartenenza, da questi stessi diritti ne sono
esclusi automaticamente tutti coloro che non fanno parte della comunità stessa.
Questo concetto sta anche alla base di una certa idea di multiculturalismo
sociale come semplice coesistenza di comunità separate all'interno di uno
stesso territorio, che è poi il modello dell'apartheid interno, contraltare
politico al progetto assimilazionista statolatrico e neo-illuminista dei
governi integrazionisti. Per provare a fare un esempio concreto, la nuova
destra non potrebbe mai intervenire contro la pratica dell'infibulazione, qui
come in altri territori del mondo, perché in astratto non esistono diritti
umani e tantomeno diritti delle donne in quanto tali, ma solo diritti
appartenenti a comunità storiche e quindi risolvibili all'interno di quelle. In
questo senso, ma ciò avviene in molte spiegazioni anche a sinistra, non vengono
mai messe in discussione le modalità con cui una "comunità" si appropria di
pratiche, di varia nefandezza, né in che modo queste corrispondano a nuovi
innesti prodotti da altri inserimenti sociali e culturali (ad esempio l'Islam).
La tradizione viene appunto risolta in forma storica inamovibile a-temporale e
soprattutto a-conflittuale. Si pensa ciò che se ciò avviene da secoli, questo,
per solo fatto appunto che capita, sia di fatto accettato acriticamente da
tutti i membri della società, che non produca conflittualità interne né esterne
e così via. È lo stesso discorso pernicioso sull'autodeterminazione dei popoli,
che non si capisce bene in che cosa di debbano auto-determinare, se non nella
forma della resistenza alle ingerenze imperialistiche. Ma appunto, riproviamo a
chiamare le cose con il loro nome, ovvero che se ci si oppone all'invasione
economico-politica e militare di predoni armati da governi di vario tipo, si
tenta di resistere ai nuovi imperialismi criminali e massacratori, ma questo
non implica affatto che nel processo, inverso all'occupazione, di
auto-determinazione si stia costruendo una società libera da sfruttamento,
clericalismo, sopraffazioni, maschilismo etc. Nessuno potrà convincermi, per
quanto pensi che sia giusto opporsi ai bombardamenti assassini di Israele, che
Hezbollah sia un movimento liberazione.
La domanda identitaria tenta di rispondere, a priori, al quesito primordiale:
"Chi sono?" La comunità chiusa sta alla base delle scelte che l'individuo
effettua e tramanda valori e comportamenti che creano l'individuo in quanto
persona e, di conseguenza, le appartenenze non vengono mai scelte, ma sono
fissate una volta per tutte.

Esistono altre forme di comunità non chiuse? A questo quesito non so
rispondere. Penso però che la questione aperta dalla nuova destra e da alcune
sinistre sia seria ed importante proprio per le ricadute politiche, a mio
parere negative, che si possono avere. Allora quale risposta o quali risposte,
sempre che sia possibile darle, da un punto di vista di classe ed anarchico.
Partiamo inizialmente da due postulati:

1) Ognuno di noi nasce in contesti sociali, politici, culturali, economici che
sono la costruzione e l'intreccio di tantissimi fattori che si muovono sia su
di una scala temporale consequenziale o lineare sia su una scala di
contemporaneità. Da essi non possiamo in alcun modo prescindere, ma possiamo
però lottare per modificarli e contribuire a modificarli in virtù di principi e
valori propri e in virtù di scambi con altre persone che portano similarmente a
noi principi e valori comuni.

2) I nostri principi e valori comuni, e mi riferisco in particolare a quelli di
eguaglianza sociale, ovvero di comunismo anti-gerarchico ed anticapitalistico,
e di libertà come ricerca e come accesso libero alla sperimentazione
(culturale, sociale etc.), ovvero l'anarchia, sono nati ed impregnati di
positivismo ottocentesco europeo, limite intrinseco teorico e geografico allo
sviluppo universalistico delle nostre teorie.

Quale è allora la nostra forza, o meglio quale dovrebbe essere?

1) Le nostre teorie si rifiutano di pre-determinare gli esiti della storia, ma
provano a cambiarla come atto cosciente e volontario dell'essere umano volto a
modificare la condizione di sudditanza nella quale si trova.

2) Le nostre teorie, benché ancorate a luoghi ed ambienti, quando parlano di
giustizia sociale radicale parlano invero ai più nel mondo e parlano gli stessi
linguaggi di persone che richiamano con parole diverse gli stessi concetti.

3) La nostra grande forza è nella libera sperimentazione, dove, accomunati da
principi comuni di eguaglianza e di libertà, non abbiamo modelli pre-costituiti
di socialismo da caserma.

E quindi pensiamo, alla fine, che in ogni luogo, le persone, liberamente
associate, possano trovare la loro strada per liberarsi dalle tradizioni di
sfruttamento e mantenere ciò che, invece, provenendo dal passato più o meno
remoto possa contribuire alla loro crescita a quella degli altri ed alla loro
libertà. Sappiamo anche che questo processo, sempre che avvenga, non sarà né
indolore, né senza conflitto: anzi di conflitto si nutre e del conflitto si fa
motore.

Pietro Stara


Da Umanità Nova, n 35 del 5 novembre 2006, anno 86
http://www.ecn.org/uenne


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