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(it) Umanità Nova, n.8: Carità elettorale. Berlusconi tag lia l'Onu e distribuisce agli amici

Date Fri, 10 Mar 2006 11:20:46 +0100 (CET)


La notizia è di una settimana fa: l'Italia, per decreto dell'attuale
"duce" della Farnesina, ha deciso di tagliare alcuni milioni di dollari
che volontariamente donava alle maggiori agenzie dell'Onu (Fao, Undp, Oms,
Unicef, tra le altre) per privilegiare quelle i cui vertici fossero
gestiti da italiani vicini alle posizioni politiche della CdL. Siamo in
campagna elettorale, e bisogna contentare i clientes in attesa che
rinnovino il loro voto, e quindi ben venga l'annullamento dei fondi
all'Unfpa che analizza lo stato di salute delle popolazioni nel mondo,
avanzando raccomandazioni specie a tutela del genere debole: ma la Santa
Sede contesta da anni i suoi rapporti in cui anche l'aborto (almeno dalla
Convenzione del Cairo nel 1994 in poi) rientra tra le opportunità di
difesa della donna, e quindi zero euro all'Unfpa!

I lettori di UN probabilmente conoscono già i fatti e le reazioni,
cerchiamo di vederne i motivi. L'Italia è il sesto finanziatore del
sistema ONU, con 87 mln $ regolarmente versati ogni anno in ritardo
rispetto alla data del 31 gennaio (noi paghiamo sempre in ritardo, a marzo
nel 2004, a febbraio nel 2005). Solo pochissimi paesi rispettano gli
impegni presi, e fra questi, ad esempio, il Burundi che versa 17795 $, il
Gabon (160156 $) e il Bangladesh (177951 $, dati 2005). I principali
sostenitori Onu sono gli Usa con 440 mln $, il Giappone (346 mln $), la
Germania (154 mln $), il Regno Unito (109 mln $), la Francia (107 mln $).
Russia (19 mln $) e Cina (37 mln $), che pure godono del diritto di veto
nel CdS, e quindi comandano in condominio con le ex potenze alleate
vincitrici della II guerra mondiale, sono alle spalle dell'Italia. Non si
tratta di grandi cifre per nessuno, ma gli Usa sono stati fino a poco
tempo fa i principali morosi, per ricattare la struttura Onu, più di
quanto essa non faccia già di per sé, per ragioni "oggettive" data la mole
della superpotenza, ad ossequiare il cosiddetto "Washington Consensus".
Forse l'Italia, che con Berlusconi ambisce ad essere il primo maggiordomo
fedele al padrone oltre-atlantico, inizia anche sul piano delle risorse
finanziarie a imitare l'amministrazione statunitense, sperando di contare
di più nella
redistribuzione delle carte in palio nel futuro assetto dell'ONU.

Certo, la contraddizione tra il dire e il fare è palese e clamorosa, ma
chissenefrega!, direbbe il post-fascista Fini. I miliardi di dollari
spergiurati da Berlusconi per debellare la povertà nel mondo, per
sconfiggere l'Aids (giusto nel G8 di Genova 2001!) vengono sbandierati
come specchio per le allodole, mentre la scure dei tagli cala proprio
sull'Unaids e sull'Undp che dovrebbero occuparsi di povertà e aids? Ciò è
in linea con l'intento strategico, forse addirittura bipartisan, di
piegare la cooperazione "non-governativa" allo sviluppo a favore di una
cooperazione
"troppo-governativa" (come dicono gli inglesi) destinata all'emergenza
declinata in termini militari, ossia tende e pacchi di pasta distribuiti
dal genio militare in teatri di guerra, pardon, di operazioni umanitarie
più o meno legalizzate dall'Onu.

Le risorse sono quelle che sono, il declino economico dell'Italia forse
non consente mano libera a gruppi privati di spendere senza la certezza di
un ritorno positivo per la compagine governativa in sella in un dato tempo
storico.

Quindi la sinistra predilige Emergency, che interviene in aree di crisi
senza proiettare sviluppo, qualsiasi cosa voglia dire il termine
(criticabile, beninteso) di sviluppo, mentre la destra aiuta concretamente
la Cei, la Caritas, la Banca mondiale e altre agenzie Onu minori che
realizzano mini-progetti etichettabili e quindi impadronibili a livello
propagandistico dai governi ? cosa ben difficile da fare quando si versa
un fondo donativo alla Fao o all'Oms, finendo nel calderone delle spese
generali di funzionamento o in programmi multilaterali di cui nessun
singolo governo può vantare copyright elettoralistici.

L'appiattimento sugli Usa, poi, vede l'Italia militarizzare una spesa
sociale a livello internazionale: armi, guerre, sistemi di controllo
satellitari, alta tecnologia di sorveglianza a distanza, piuttosto che
pozzi, presidi farmaceutici, scuole nei paesi in via di (interminabile)
sviluppo. Del resto, quando la seconda carica dello stato aizza i
sentimenti sciovinistici presenti nel Bel Paese per orientarli contro la
civiltà islamica tout court, al di là delle belle parole di rito verso gli
antichi cultori dell'umanesimo arabo grazie ai quali conosciamo le radici
ebraico-cristiane della filosofia antica (tanto per fare un sempio), c'è
poco da stupirsi se la miopia politica della CdL finisce con l'indebolire
una politica estera degradandola a braccio diplomatico del Made in Italy,
col risultato di vedersi ridicoleggiata da una manifestazione ostile a
Bengasi, patria di quel Gheddafi amico degli italiani che manovra dietro
le quinte per distogliere attenzione sulle condizioni economiche del suo
popolo, dopo un ventennio di saldo controllo del paese, e per anticipare
un dissenso integralista che anche dall'altra parte del Mediterraneo trova
terreno fertile non tanto nelle vignette, quanto nel welfare di povertà
diffusa e ricchezza oligarchica.

La solidarietà internazionale in tempi di guerra preventiva e permanente
rischia di dissolversi se non si barrica dietro le appartenenze e gli
schieramenti ingiunti dal capofila americano: le ong realmente autonome
sono le prime vittime, mentre qualche inutile briciola verrà pur sempre
elargita a sindaci e parroci di provata fede politica, grazie alla
cooperazione decentrata che, con poche risorse, può fare ben poco se non
qualche intervento spettacolare con assessori e vescovi al seguito, ma
soprattutto non "fa" politica estera, che ritorna in mano all'unico attore
titolare da sempre, dopo la sbornia dei no global con l'illusione della
diplomazia dal basso tutta giocata sull'improvvisazione e sul
rispecchiamento mediatico. Come se i problemi dei sud del mondo potessero
essere risolti d'incanto comparendo una tantum sui teleschermi italiani, e
non invece con un impegno prolungato e tenace che dovrà tenere in conto
che il nemico da debellare non è solo la povertà o la pandemia di turno,
bensì il sistema di organizzazione statuale e il dispositivo capitalistico
di predazione delle ricchezze per pochi.

Salvo Vaccaro


Da Umanità Nova, numero 8 del 5 marzo 2006, Anno 86
http://ecn.org/uenne

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