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(it) Umanità Nova n.7: Riflessioni a margine di una sentenza "scandalosa"

Date Thu, 2 Mar 2006 11:39:03 +0100 (CET)


Riflessioni a margine di una sentenza "scandalosa" 1
Il crocefisso laico
Le ideologie, a quanto si dice e come in effetti sembra essere, sono
morte. La fine dell'impero sovietico, che con tutti i suoi difetti e le
sue aberrazioni fingeva comunque di poggiare su altre regole dettate non
solo dall'economia ma anche dalla "politica", ha lasciato un vuoto che non
possono certo riempire nè la nuova Cina innamorata del liberismo e neppure
quelle sopravvivenze storiche che sono Cuba e la Corea del Nord. Gli
effetti dell'implosione dell'impero dei Soviet non hanno mancato di farsi
sentire nel resto del mondo, dove, se si eccettua un'Italia ancora
attraversata dall'animalesco anticomunismo di Berlusconi e Baget Bozzo,
non si aggira più nessuno spettro, e quanti non vorrebbero rassegnarsi ad
un mondo unilaterale e uniformato, sono davvero rimasti dei poveri orfani.
Insomma, in soldoni, al socialismo, nelle sue varie versioni, non crede
quasi più nessuno, ma al tempo stesso le regole del capitalismo, con il
loro inevitabile carico di porcherie e sperequazioni, non riescono a
convincere del tutto.

Al tempo stesso nell'opulento mondo occidentale, ma non solo lì, si sta
assistendo a un processo di meltingpottizzazione, di rimescolamento di
culture, per intenderci, che va via via assumendo dimensioni paragonabili
a quelle di tempi in cui interi popoli trasmigravano da un continente
all'altro. E questo fenomeno, ben al di là dall'essere interpretato come
una straordinaria occasione di scambio e confronto dialettico, da cui
trarre nuove prospettive e opportunità, viene visto come un dramma, tanto
ineluttabile quanto sconvolgente. E si riaffaccia, di conseguenza e
prepotentemente il concetto dell'identità, cui fanno da corollario, come i
grani del rosario, il senso di superiorità, l'intolleranza, l'esclusione,
l'esaltazione della diversità. E questo processo involutivo, purtroppo, è
ormai patrimonio collettivo tanto dei popoli che dei singoli individui,
tutti spinti ad esaltare il proprio identitarismo da politici mestatori e
da esaltati profeti che non si possono definire altro che criminali. Le
recenti prestazioni di quell'ex ministro leghista che non vale neanche la
pena di nominare, non sono che la dimostrazione di quanto sia grande
l'iceberg della intolleranza e di cui, per ora, non vediamo altro che una
piccola punta.

Parlavamo di un vuoto, di un vuoto che se pure non del tutto
generalizzato, perché ci sono ancora isole come la nostra, nelle quali si
continua a pensare a un mondo nuovo, ha comunque pervaso anche i settori
sociali che in altri tempi prospettavano programmi e progetti materiali.
Ma poiché questo vuoto va riempito di "valori" e contenuti, pena
l'impossibilità per le classi dirigenti di trovare efficaci forme di
controllo, ecco riaffacciarsi prepotentemente il ruolo della religione, e
delle religioni, come insuperabili strumenti per edificare una identità
collettiva nella quale sia possibile riconoscersi e in nome della quale
obbedire volontariamente all'autorità. Insomma, la religione, con tutte le
sue chiese, sta riscoprendo pienamente la funzione di puntello spirituale
del potere temporale (a volte identificandosi anche con questo) che ha
ricoperto per millenni e che era stata messa in crisi dall'irrompere dei
principi del laicismo, messi in moto dalla Rivoluzione francese e quindi
esportati nel resto del pianeta. Se questo fenomeno di "riscoperta" della
tradizione religiosa e del suo portato è fortemente presente nel mondo
islamico che ha visto via via indebolirsi quell'idea di panarabismo più o
meno socialisteggiante propugnato come alternativa laica e strumento di
emancipazione dai partiti arabi nella seconda metà del secolo scorso - e
l'ultima avvisaglia, pur nella sua complessità, è stata la sconfitta
dell'Olp a scapito di Hamas nella a suo tempo laicissima Palestina - non è
che l'occidente "cristiano" ne sia immune, fatte salve le differenti forme
con cui si manifesta. Anzi! E purtroppo gli esempi non mancano mai.

È in questa ottica, infatti, che credo si debba leggere la sentenza numero
556 sulla liceità della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche,
recentemente emessa del Consiglio di Stato. Sentenza nella quale tale
giudice Giovannini, dopo una lunga e arzigogolata dissertazione, afferma
inequivocabilmente che il crocefisso "rappresenta valori civilmente
rilevanti, ovvero valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine
costituzionale, fondamento del nostro convivere civile". Il che, tradotto,
vuole dire che i valori religiosi, che dovrebbero essere propri solo dei
credenti, vanno invece fatti combaciare, alla faccia della libera chiesa
in libero stato, con quelli civili, ovvero con quelli che, in base alla
Costituzione, dovrebbero rappresentare tutti i cittadini al di là delle
loro credenze religiose. E anche se i favorevoli alla presenza del
crocefisso nei luoghi pubblici sembrano essere l'80% (chissà poi questi
sondaggi?!?) la sostanza della questione non cambia affatto.

È evidente, al di là della gravità o delle ricadute che queste
affermazioni assolutiste, e sottilmente integraliste, possono avere, che
il principio che si intende affermare (facendo poi di questo principio una
della basi portanti del "convivere civile") è che, in mancanza d'altro,
l'identità di un paese minacciato dai pericoli delle invasioni barbariche
e dagli incontrollabili effetti dell'economia globalizzata, si stabilisce
e si afferma su valori che da "parziali" devono diventare totali. E cosa
meglio di quelli altamente morali ed etici delle religioni, che fondano,
su millenni di oscurantismo, di collaudato assoggettamento dei popoli e di
funzione identitaria, la loro forza e la loro legittimità?

Avanti tutta, dunque, con questa messe di cristiani rinati, di folle
adoranti e di simboli religiosi sparsi qua e là! Del resto, non è più
comodo organizzare una processione di fedeli con l'aiuto del prete che non
sciogliere un corteo di oppositori?

Massimo Ortalli


* * * * * * * * * *

Riflessioni a margine di una sentenza "scandalosa" 2
Cassato lo stupro


Un'aberrante sentenza della corte di cassazione ha riconosciuto la
riduzione di pena ad uno stupratore condannato per avere abusato di una
ragazzina tredicenne. Motivazione della attenuante il fatto che la ragazza
aveva precedentemente avuto rapporti sessuali con altre persone.

La bestialità di questa sentenza, fondata sulla barbara esaltazione della
verginità, desta orrore anche in coloro che non hanno certamente fiducia
nella giustizia e nelle istituzioni.

Ancora una volta ci si ripresenta uno scenario già visto, la cui
consuetudine non spegne la rabbia e il disgusto: ciò che identifica lo
stupro, anche in questo caso, non è il mancato consenso ad un rapporto
sessuale, ma la valutazione dello stile di vita più o meno morale della
vittima.

Una valutazione tanto più odiosa se si considera che in questo caso è
rivolta ad una bambina, violentata in un contesto domestico e altamente
degradato.

La legge sulla violenza sessuale, salutata a suo tempo come una conquista,
si rivela una ben misera cosa, scoprendo il nocciolo duro, mostrando la
solita pervicace concezione sessuofobica e maschilista: lo vediamo con
questa sentenza, che di fatto ricolloca lo stupro tra i reati contro la
morale, anziché contro la persona.

Si è parlato di sentenza paradossale, sconfessata dalle altre sezioni
della cassazione, da indicare come esempio di ignominia legale, eppure
pronunciamenti di simile genere vengono emessi più frequentemente di
quanto si pensi.

Non è molto lontano il caso di un'altra sentenza choc, quella che, qualche
anno fa, non riconosceva la situazione di stupro nel caso di violenza su
una donna che porti jeans, indumento che secondo i giudici è impossibile
sfilare senza la collaborazione di chi lo indossa; oppure la sentenza che,
nel '99, riconosceva le attenuanti generiche al violentatore di una donna
incinta, ritenendo che nel caso specifico l'entità dello stupro fosse di
grado più lieve.

La recente sentenza quindi non è un caso isolato, né d'altra parte quello
giudiziario è l'unico ambito dove ci si accanisca contro le donne;
ovviamente i contesti sono più ampi.

L'intero quadro sociale e politico di un paese devastato da sempre dal
moralismo cattolico si è andato ulteriormente aggravando in questi ultimi
anni, in cui è stato sferrato un attacco feroce alla libertà soggettiva e
sessuale di ogni individuo e segnatamente delle donne. Un attacco evidente
nei suoi contenuti (la cancellazione della autodeterminazione ), ma molto
pesante anche nei metodi, in quanto condotto nella forma classica e
violenta dello stupro.

Le campagne condotte qualche mese fa sulla procreazione assistita e quella
attuale contro l'aborto infatti sono molto più che attacchi a leggi
relative alla gravidanza: sono aggressioni fisiche al corpo della donna.

Come considerare diversamente la parata di politicanti e preti che
costantemente, tramite i mezzi di comunicazione, esibiscono il nostro
corpo, il nostro apparato genitale, violentano la nostra intimità?

Come non pensare che tutto questo sarebbe stato inconcepibile se al centro
di campagne politiche o referendarie ci fosse stato il corpo maschile?

Come non mettere in relazione questa costante ingerenza nella fisicità
della donna con l'aumento degli stupri che è stato rilevato
statisticamente in questi ultimi anni?

E questa violenza fisica, mascherata talvolta da valutazione
pseudoscientifica, si accompagna immancabilmente al giudizio morale
esercitato da chi se ne arroga il dominio. Inutile aggiungere altro; di
chi si tratti lo sappiamo. Abbiamo sotto gli occhi lo scenario quotidiano
di governo e preti affaccendati nello smantellamento di ogni libertà, e di
una sinistra che, ossessionata dalla ricerca del consenso dei cattolici,
non si cura di dare una risposta efficace a questo attacco.

E in questo scenario, contro il quale lottiamo altrettanto
quotidianamente, si inserisce ogni tanto un episodio, uno fra i tanti, che
fa salire ancora di più la rabbia e la determinazione.

Patrizia


Da Umanità Nova, numero 7 del 26 febbraio 2006, Anno 86
http://www.ecn.org/uenne

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