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(it) Umanità Nova, n.22: Dall'Iraq all'Afganistan: il gioco delle tre carte del governo. L'Italia in guerra. Ancora

Date Thu, 22 Jun 2006 12:19:35 +0200 (CEST)


Mentre dall'Iraq e dall'Afganistan continuano ad arrivare bare avvolte nel
tricolore, seppure dietro a dense cortine fumogene si sta delineando la
politica interventista del governo di centrosinistra, peraltro del tutto
in linea con gli indirizzi che già erano stati definiti dal precedente
esecutivo di centrodestra. La parola d'ordine a Roma, come a Londra e
Washington è "ridispiegamento". D'altronde tutto questo non deve destare
particolare sorpresa, dato che al ministero degli Esteri siede Massimo
D'Alema, ossia colui che in un libro di memorie si era vantato di aver
reso possibile nel 1999, in qualità allora di capo del governo, la diretta
partecipazione italiana all'aggressione Nato in Jugoslavia. Merito
peraltro riconosciuto dai vertici Usa, come testimoniano le recenti parole
di Condoleezza Rice: "Qui a Washington ci ricordiamo tutti della grande
credibilità sua, presidente, ai tempi del Kosovo? Abbiamo grande stima per
il suo comportamento di allora e siamo certi che potremo sempre
collaborare, come a quei tempi, e che lei non cambierà comportamento
rispetto ad allora".

Tale politica rispetto alle missioni, di cui è previsto il rifinanziamento
il prossimo 30 giugno, in realtà è quella che da tempo si è andata
delineando: parziale e graduale ritiro delle truppe italiane in Iraq e
conseguente maggiore impegno militare in Afganistan. Incredibilmente,
soltanto adesso, certa sinistra che ha l'ambizione di definirsi radicale
si sta rendendo conto di questo gioco delle tre carte, che chiunque segue
criticamente le dinamiche interventiste, aveva intuito e certo non da ieri
andava denunciando.

Ben due anni fa, proprio su Umanità Nova, n. 17 del 16 maggio 2004, era
possibile leggere: "Ma se in Afganistan è del tutto palese lo stato di
guerra conseguente all'aggressione imperialista, l'intervento militare
italiano in tale area continua ad avere l'approvazione del
centro-sinistra, compresi i settori 'pacifisti' DS capeggiati dalla
onorevole Melandri che pur prendendo le distanze dalla missione Antica
Babilonia in Iraq, avallano il carattere 'umanitario' della presenza dello
Stato e delle imprese italiane a Kabul. D'altra parte, anche il governo
Zapatero ha prospettato la possibilità di inviare in Afganistan parte
delle truppe spagnole ritirate dall'Iraq, come se le due occupazioni
militari non appartenessero alla stessa strategia e non dipendessero dagli
stessi comandi. Così se la politica interventista del governo Berlusconi
registra non poche difficoltà interne sul fronte dell'Iraq, per quanto
riguarda l'Afganistan incontra la sostanziale condivisione del
centro-sinistra, tanto che l'esecutivo ha potuto decidere uno stanziamento
'per la cooperazione civile per la ricostruzione' di 140 milioni di Euro
per il periodo 2004-2006, confermando la sua partecipazione militare sia
all'Isaf che a Enduring Freedom ed assumendo la responsabilità operativa
di una delle unità provinciali di ricostruzione (PRT) che dovrebbero
'proiettare' la presenza militare ed economica internazionale fuori
dall'area di Kabul".

A puntuale conferma di tale opzione, già attuata sia dal governo spagnolo
che da quello tedesco, adesso ci sono le dichiarazioni dei principali
esponenti del neoinsediato governo Prodi che doveva, secondo le intenzioni
proclamate in periodo elettorale, sancire anche una svolta politica in
merito anche alla questione della belligeranza.

Punto primo: l'impegno militare italiano in Iraq viene ridimensionato e
ridefinito, così come avverrà per quelli Usa e britannico ormai in fase di
sganciamento, così come convenuto tra Bush e Blair. Era previsto che la
prima tappa del disimpegno italiano vedesse già nel mese di giugno una
riduzione dei militari impegnati in Iraq da 2.700 a 1.600; ma a tutt'oggi
questo passaggio appare nebuloso e indefinito, dietro al pretesto farsesco
dei ''tempi tecnici''. Quindi, entro la fine dell'anno -ricalcando
esattamente il calendario tracciato dal precedente governo Berlusconi -
tale presenza dovrebbe ridursi ancora, a circa 800-1000 effettivi, con
l'incarico di tutelare e difendere le imprecisate iniziative che il
governo italiano promuoverebbe "sul piano economico, civile e politico a
sostegno della ricostruzione democratica dell'Iraq" così come annunciato
da D'Alema e confermato dal ministro della Difesa Parisi in tour a
Nassiriya.

Tale ipotesi è stata però parimenti considerata avventurista sia dagli
esperti militari che, a fronte di un così ridotto contingente, ritengono
impossibile e rischiosa l'assunzione di incarichi di protezione armata,
sia dagli ambienti delle Ong che dovrebbero adempiere a compiti civili
sotto scorta militare, esponendosi in tal modo al pericolo d'essere
assimilati in tutto e per tutto alle truppe occupanti. Forse in
conseguenza di tali osservazioni, l'11 giugno il ministro Parisi si è
quindi spinto a sostenere che non ci sarà alcuna presenza militare
italiana a difesa di una missione civile e, forse, nemmeno una missione
civile.

Ma se la vicenda del ritiro dall'Iraq sta assumendo caratteri grotteschi,
quella riguardante l'Afganistan è invece estremamente chiara; come ha
commentato l'impareggiabile D'Alema: ''Altro che addio alle armi!''.

Quanto affermato ancora dal ministro degli Esteri, nonché vicepremier, non
lascia margini di dubbio: ''La presenza dell'Italia al fianco del popolo
dell'Afganistan è molto forte e continuerà in tutte le sue forme per
sostenere il processo di pacificazione? noi operiamo nel quadro di
decisioni assunte dalle Nazioni Unite, dell'impegno della Nato e di quello
comune degli europei. È un quadro politico completamente diverso? Il
nostro è un impegno non solo militare ma anche civile, visto che c'è una
forte presenza della cooperazione italiana, di governo, e di tante
organizzazioni non governative''.

Un'ulteriore presa di posizione della Farnesina ha confermato che per
quanto riguarda la missione italiana in Afganistan ''non c'è nessuna idea
di ridimensionamento'' ed, anzi, è assai probabile che questa aumenterà
dato che il comando della Nato ha deciso, a partire da luglio, il
raddoppio dell'organico dell'Isaf (da circa 9 mila a oltre 17 mila), dando
così la possibilità di ritirare circa 3 mila militari Usa dei 23 mila
attualmente in terra afgana. Davanti alle specifiche richieste del
segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, rivolte all'Italia
per un incremento delle truppe, nell'ambito operativo della Fase Tre della
missione Nato, nonché il promesso distaccamento di 6 cacciabombardieri
Amx, il governo italiano sta per il momento prendendo tempo, sia per
trovare i fondi necessari sia per superare le divergenze in seno alla
maggioranza; ma l'atteggiamento prevalente è quello espresso da Gianni
Vernetti, della Margherita, sottosegretario agli Esteri: ''Vorrei capire
se tutti quelli che dicono no alle richieste della Nato si rendono conto
che noi facciamo parte di un'alleanza politica e militare. Altrimenti qual
è il posto del nostro Paese nel mondo? Dobbiamo forse uscire dalla Nato?
''. Posizione questa sostenuta anche dal mite Enrico Boselli, della Rosa
nel pugno, polemico contro gli ''antiamericani e i pacifisti a senso
unico'' e favorevole ad un futuro ''rafforzamento dal punto di vista
politico e militare'' della missione.

Per quanto riguarda le spese militari per le diverse missioni italiane in
Afganistan di cui si prevede il rinnovo, queste ammontavano a 138.262.283
euro per l'Isaf-Nato più 16.235.103 euro (per la partecipazione, di
secondo piano, a Enduring Freedom, Active Endeavour e Risolute Behaviour).

Sul piano parlamentare, in vista del voto blindato per il rifinanziamento
delle missioni militari all'estero, se da parte del centrodestra certo non
ci saranno obiezioni (Pier Ferdinando Casini ha affermato di ritenere
''legittima la decisione del governo di ritirare le truppe dall'Iraq, ma
guai se la stessa opzione fosse presa anche in contesti diversi''),
sicuramente provocherà non pochi malumori in seno ai partiti di governo -
Prc, PdCI, Verdi - che hanno in passato rivendicato le ragioni del
movimento contro la guerra: di certo non basterà un arcobaleno
all'occhiello per separare la loro responsabilità politica nei confronti
di scelte che certo non potranno essere accreditate come pacifiste.

U.F.


Da Umanità Nova, n 22 del 18 giugno 2006, anno 86
http://www.ecn.org/uenne



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