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(it) Umanità Nova, n.21: La fine dell'universalismo tra Bin Laden e Bush. Dal McMondo ai teocon

Date Mon, 19 Jun 2006 14:03:07 +0200 (CEST)


L'anno appena trascorso ci ha regalato un'ulteriore escalation nel senso
del temuto (a parole) ed auspicato (nei fatti) "scontro di civiltà. Le
manifestazioni che hanno scosso negli scorsi mesi i paesi islamici contro
le "vignette sataniche" e i reiterati appelli della galassia teo-con in
Occidente perché l'occidente ritrovi le sue radici cristiane e si attrezzi
a combattere per difenderle, ci consegnano uno scenario di inizio secolo
con il quale in pochi avrebbero pensato di dover avere a che fare anche
solo quindici anni fa. Una parte non indifferente delle classi dominanti
europee ed americane ha infatti sposato una retorica anti universalistica
che sembrava seppellita dal progetto globalizzante del Mc Mondo. In fondo
fino a pochi anni fa la proiezione che si aveva dello scontro tra
occidente ed élite locali restie ad accettare l'apertura dei mercati e
l'egemonia della cultura relativista occidentale era quella del conflitto
tra un'idea di società aperta e liberale e quella di società chiuse al
proprio interno e basate su di un ordine tradizionale che il capitalismo
trionfante stava definitivamente distruggendo. La "fine della storia"
raccontataci da filosofi di corte come il
nippo-americano Fukuyama voleva significare che l'ordine capitalistico,
basato sul consumo, sulla tolleranza degli stili di vita e delle opinioni
politiche e sulla cancellazione di qualsiasi legame umano o sociale non
mediato dal mercato, era ormai l'orizzonte ultimo dell'umanità; la caduta
del muro di Berlino non aveva posto fine solamente all'ultima perniciosa
utopia egualitaria e nemica del mercato, era anche la base sulla quale
iniziare un'offensiva che avrebbe distrutto legami tradizionali e
gerarchie locali giustificate da questi ultimi. Senza più lo spauracchio
dell'Unione Sovietica sembrava che il blocco occidentale dovesse procedere
a smantellare tutte le élite locali del Sud del mondo il cui appoggio era
stato necessario durante la Guerra Fredda ma che ora diventavano inutili e
dannose, un ostacolo sulla strada dell'unificazione occidentale (e in
specifico americana) del mondo. In effetti la prima fase della
globalizzazione, quella che grosso modo inizia tra le sabbie dell'Iraq nel
1991 e finisce con l'impatto dei due aerei di linea contro le Torri
Gemelle, ha alcuni aspetti di questa "crociata capitalistica". In realtà,
però, i paesi occidentali e gli USA in primis, preferiscono ancora la
strada dell'accomodamento con le élite locali e la contrattazione
sull'apertura dei loro mercati. Ci vorrà la precipitazione dello scontro
nella ex Jugoslavia nel 1998 -99 per vedere le fanterie occidentali farsi
protagoniste di questa operazione di repulisti degli ingombranti arnesi
sopravvissuti alla fine della Guerra Fredda. Proprio la guerra in
Jugoslavia segnerà, però, anche il limite di quest'ideologia, dal momento
che diventerà chiaro a tutto il mondo che le classi dominanti
euro-americane sono interessate esclusivamente a trovare élite locali che
garantiscano l'assoggettamento dei propri paesi senza proporre in
contropartita nessuna modernizzazione che assicuri alle nuove élite dei
paesi del sud del mondo la possibilità di giocare in proprio sui mercati
mondiali. D'altra parte, nonostante l'invenzione dell'ideologia dei
diritti umani come copertura alle guerre per l'apertura di nuovi mercati,
diventerà altrettanto chiaro ai dominanti occidentali che le promesse di
consumo e di tolleranza negli stili di vita non mobilitano assolutamente
nessuno e non possono essere le basi per la condivisione a livello di
massa del progetto espansivo della globalizzazione. In altre parole il sud
del mondo inizia a rendersi conto che la nuova americanizzazione non gli
porterà alcun vantaggio, mentre i dominanti europei ed americani capiscono
di mancare di solide basi di consenso all'interno delle proprie società
per poter avviare una vera e propria guerra contro le resistenze alla loro
espansione economica e culturale nel globo.

L'attacco alle torri gemelle di New York e la ripresa dell'Intifada
palestinese contro Israele, stavolta con mezzi decisamente interni alla
logica dello scontro armato, segnano l'affermazione a livello globale di
una corrente di pensiero che è andata crescendo all'interno delle società
islamiche, fino ad acquisire un'importanza che oggi nessuno le può negare.
Il neo fondamentalismo islamista esiste da anni, è stato protagonista
delle stragi di decine di migliaia di civili in Algeria nel corso degli
anni Novanta del secolo appena trascorso, ha combattuto in Bosnia durante
le guerre dell'ex Jugoslavia, combatte in Cecenia da ormai dieci anni
contro la Russia, è in espansione in tutto il mondo islamico. Si è formato
come galassia sotto l'ala degli americani durante la guerra contro l'URSS
in Afganistan dove ha fatto le prove del disciplinamento della società con
l'imposizione del terrore contro chi non applicava la propria versione
della legge islamica, ha da sempre contatti con l'estabilishment saudita e
pakistano, coinvolge soprattutto i figli delle classi medie locali
maggiormente delusi dall'occidente dopo averlo provato e aver sperato che
l'Europa e l'America fossero interessate allo sviluppo dei loro paesi. In
qualche misura l'islam di questi gruppi è un islam semplificato fino
all'osso perché costruito da una leadership fondamentalmente ignorante in
senso religioso. È un islam di ritorno che serve a dare un senso e
un'ideologia a una rivolta insieme modernista e rivolta al passato.
Modernista perché punta a liberare i propri paesi dal giogo della
dipendenza dai dominanti euroamericani, e rivolta al passato perché vede
questa possibilità solamente in un ritorno a un'età mitica e a un islam
mitico ricostruito in provetta che si vuole imporre a tutta la
popolazione. Le stragi in Algeria come i massacri compiuti dai Talebani in
Afganistan rispondono allo stesso disegno: imporre dei comportamenti a
un'intera società per irregimentarla in vista del combattimento contro il
nemico esterno. È impressionante come le stesse motivazioni che spingevano
settori significativi di popolazione dei paesi islamici a seguire il
nazionalismo arabo (piuttosto che quello indonesiano) laico e
modernizzante nemmeno quarantenni fa, oggi spingano settori socialmente
analoghi a sostenere una versione feroce ed oscurantista della religione
islamica. Al fondo c'è sempre una necessità di riscatto e di affermazione
che oggi si declina nel modo più gretto, spaventoso e regressivo
possibile. D'altra parte le situazioni di crisi favoriscono questo
meccanismo e la nascita di culti basati sulla salvazione piuttosto che sul
ritorno ad origini mitiche e pure è un leit motiv che accompagna la storia
di tutte le società e che le predispone
all'impossibilità di uscire in avanti dal proprio pantano.

Se l'origine del fondamentalismo in terra islamica è fondamentalmente di
tipo reattivo e data da ormai alcuni decenni, nei nostri paesi lo spazio
che il fondamentalismo cristiano (sia nella forma antisemita che in quella
più moderna ebraico-cristaina occidentale) sta iniziando a conquistare è
sempre maggiore proprio grazie all'evidente crisi di senso determinata
dall'imposizione dell'anomia mercantile in ogni interstizio della società.
In società senza legame differente da quello dell'acquisto e della vendita
di merci, la costruzione di senso di se e del proprio stare al mondo
diventa difficile, soprattutto nel momento in cui inizia a serpeggiare la
richiesta di farsi militanti di un'idea di società nei confronti del resto
del mondo. Banalmente è difficile che qualcuno sia disposto a morire per
il libero mercato. L'ideologia mercantile, infatti, è ideologia basata su
un principio individuale ed edonistico di realizzazione personale e di
soddisfazione dei desideri, e poco può concedere all'idea di sacrificio di
se per un bene supremo, assolutamente necessaria in tempo di guerra.
Guerra, sia ben chiaro, tanto interna che esterna, mossa contro le
resistenze dei paesi del sud del mondo e delle loro élite a consegnare i
loro mercati in mano all'occidente, e contro le resistenze delle stesse
società occidentali a cancellare ogni traccia di bene comune e di
socialità extramercantile dal loro orizzonte. La maggiore difficoltà che i
dominanti occidentali incontrano in questa guerra è la costruzione di un
consenso che non sia mera passività. In tempi difficili la passività non
basta, i dominanti dei nostri paesi hanno bisogno di un sostegno militante
alla loro azione; sostegno militante che non può certo venire da chi
ritiene che il bene comune inizi e finisca dove inizia e finisce il
proprio personalissimo bene. Purtroppo per "lorsignori" l'ideologia che
hanno inoculato nel tessuto sociale è proprio questa, e le conseguenze del
loro operato di devastazione sociale sono quelle riassumibili nella
produzioni di atomi sociali incapaci sì di ribellione coordinata e di
rapporto sociale, ma anche d sostegno alle politiche capitalistiche. Così,
in assenza di una credibile opera di nazionalizzazione delle masse, di
ritorno alle gerarchie sociali del capitalismo non ancora pienamente
dispiegato, di uomini della provvidenza, settori importanti delle classi
dominanti e delle loro pittoresche corti fatte di filosofi in pensione,
giornalisti ed editorialisti, banchieri esperti di morale e via dicendo,
recuperano le radici cristiane dell'occidente, pretendono di mettere in
riga l'intera società rimproverando agli individui che la compongono sia
le (poche) libertà ottenute in questi decenni, sia proprio quelle
caratteristiche anomiche che hanno contributo a creare quando il Satana
temuto da tutte le classi dominanti occidentali era l'insorgenza sociale
delle classi lavoratrici, socialmente legate e dotate di senso di sé. Il
cristianesimo rinato di Bush in America con il contorno di battaglie
sempre più dure per distruggere ogni possibilità di libera scelta
individuale per le classi medie e per la working class sui temi di libertà
sociali e civili, il pittoresco schieramento anti aborto e anti
fecondazione assistita che schiera in Italia i personaggi più incredibili
attorno alle sottane di Benedetto sedici e di Ruini, sono solo gli
epifenomeni di un movimento più profondo all'interno delle classi
dominanti di casa nostra la cui direzione sembra essere quella di
ricostruzione di una società gerarchica e molto poco liberale per
sostenere in modo deciso il capitalismo occidentale. Anche questo, a ben
pensarci, è un fenomeno tipico degli stati di crisi, quando esistono
capitalismi nazionali incapaci di reggere il confronto sul terreno
mercantile con la concorrenza che avanza. Un fenomeno del genere l'Europa
lo ha già vissuto con i fascismi italiano e tedesco e con le imitazioni
centro e sud europee. All'epoca furono i capitalismi sconfitti a scegliere
questa strada e a puntare sulla nazionalizzazione delle masse per
rispondere al capitalismo vincente e globalizzante dei paesi anglosassoni,
oggi toccherà all'intero occidente?

Giacomo Catrame


Da Umanità Nova, n 21 dell'11 giugno 2006, anno 86
http://www.ecn.org/uenne


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