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(it) Massenzatico: Il Manifesto sulle "Cucine del popolo" [MEDIA]

Date Tue, 13 Jun 2006 13:06:35 +0200 (CEST)


RIVOLUZIONE, CHE GUSTO
Un gruppetto di anarchici reggiani con il pallino dei legami tra
buona tavola e giusta rivolta riabilita il Lambrusco e svela come
Carducci, Pascoli e De Amicis coltivassero gli ideali di riscatto sociale
accanto ai piaceri dell'enogastronomia. Torna l'iniziativa «Cucine del
popolo»
* * * * *
Massenzatico (RE): Ospiti dell'osteria «Le tre zucchette», i membri della
Federazione internazionale italiana riuniti a Bologna nel 1872 mangiarono
pasta all'uovo. Chi pensa che il dettaglio sia tutt'altro che secondario è
il benvenuto al convegno Cucine del popolo, dove un gruppetto di anarchici
reggiani, con il pallino dei legami tra cucina e rivoluzione, spiega che
il nesso tra pancia e politica è antico. E che la rivolta non solo è
spesso per il pane, ma frequentemente si pianifica a tavola.

L'ultima puntata dell'iniziativa, dedicata in particolare a quel che
mangiavano i poeti della rivolta, si è chiusa domenica scorsa a
Massenzatico, frazione alle porte di Reggio Emilia, luogo natale di
Camillo Prampolini e sede della più antica casa del popolo d'Italia,
fondata nel 1893 un anno dopo la creazione del partito socialista a
Genova.

Basta arrivarci, sedersi in un bar sul limitare emiliano della pianura
padana, farsi raccontare che da queste parti la prima rivolta
rivoluzionaria data 1796 per cominciare a capire come mai i militanti
della Federazione anarchica italiana di Reggio Emilia considerino normale
sistemare mezzo convegno in un circolo Arci zeppo di diessini e piazzare
tra i banchetti di degustazione che circondano la sala del dibattito pure
il gruppo di poeti che si finanzia producendo i vini «Rosso Stalin» e
«Rossissimo Lenin».


Un vinaccio pari alla gazzosa

L'interrogativo su cosa mangiassero i rivoluzionari è nato tre anni fa,
quando a una riunione su tutt'altri temi il gastronomo anarchico Luigi
Veronelli si azzardò a dire a Gianandrea Ferrari che il lambrusco è un
vinaccio, pari alla gassosa. «Gli ho ricordato che dalle nostre parti i
bambini venivano battezzati col lambrusco, il vino dei braccianti
rivoluzionari», ricorda ridendo il libraio antiquario che quando parla di
Veronelli si emoziona sempre un po'. La discussione era gravida di
conseguenze perché in fondo, convennero i due, dei ribelli, specie
italiani, si sa poco di quel che dicevano o scrivevano e ancor meno di
cosa mettessero in tavola per corroborare le discussioni sui massimi
sistemi. In poco tempo, alla fine del 2004, è nato il primo convegno dal
titolo Le Cucine del popolo. L'approccio era generale, si parlava delle
ricette proletarie più diffuse e delle grandi tavolate attorno a cui
nacquero le prime idee socialiste e Veronelli per l'occasione pronunciò
persino un brindisi dedicato al lambrusco: «Ciascuno di noi sa che nei
momenti di lotta si alzava il bicchiere carico di lambrusco, il più nero
possibile forse segno di rigore, risolutezza e condivisione del destino.
Volevano così come noi oggi vogliamo, l'anarchia».

Un anno e mezzo di ricerche dopo, i dettagli sono aumentati. La maestra
non ce l'ha mai confessato, eppure Carducci, Pascoli e De Amicis, per dire
solo dei più noti, non solo simpatizzavano per gli ideali di riscatto
sociale, ma non disdegnavano la buona tavola. Soprattutto le
corrispondenze personali di Carducci, repubblicano convinto, erano ricche
di dettagli gastronomici. Della Toscana ricordava prima di tutto il «panin
gravido» e di Follonica il «fiaschetto di aleatico che vuotai benpresto».
Da Lenindara, già cinquantenne, scriveva alla moglie: «Sto bene e mangio
troppo. Dimani mangerò dei pavoni. Tu hai mai mangiato pavoni? Io no.
Dicono che son buoni. Sentirò». E quando, ormai anziano, doveva limitare
la gola, dalle vacanze scriveva a un amico: «Non manchi che tu a fare
sciarade e dire freddure e cucinare camoscio e bevere tant'...acqua».


Manicaretti pascoliani

Pure Giovanni Pascoli, socialista ed amico personale di Andrea Costa,
almeno da giovane non disdegnava qualche buon manicaretto specie se
preparato dalla sorella Mariù, abile cuoca. Giovanni Biancardi,
bibliofilo, docente all'Università di Reggio e professore d'italiano che
ha scartabellato lettere e appunti privati fino a scoprire tanti dettagli,
scrolla la testa contrariato: «Nella maturità poetica, come altri
dell'epoca decise che per stare davvero dalla parte del popolo bisognava
essere pauperisti e non azzardare discorsi sul cibo. Al massimo si poteva
parlare di pane, ma nulla più». Un poemetto giovanile che ci racconti
della passione profana del poeta però c'è ed è una gara sui risotti, in
punta di rima l'amico Augusto Guido Bianchi parlava a Pascoli di risotto
alla milanese e lui rispondeva con un'ode al risotto romagnolo: «Soltanto
allora ella v'ha dentro cotto/ il riso crudo, come dici tu./ Già suona
mezzogiorno... Ecco il risotto/ romagnolesco, che mi fa Mariù».


I primi ricettari futuristi

A discutere dei legami tra letteratura, cucina e ribellione, gli anarchici
reggiani hanno chiamato pure scrittori in carne ed ossa, come Carlo
Lucarelli che ipnotizza la platea esattamente come fa quand'è dall'altra
parte dello schermo, ed Edoardo Sanguineti, poeta e anarchico che si
mimetizza nelle tavolate reggiane come se non avesse frequentato altro
posto in vita sua e quando prende la parola salva solo i primi ricettari
futuristi, i cui autori erano inizialmente legati al socialismo ma poi
quasi tutti si buttarono senza remore appresso al fascismo. Solo a quel
punto scriveranno il Manifesto della cucina futurista e la conseguente
invettiva contro la pastasciutta definita «assurda religione gastronomica»
che sviluppa lo «scetticismo ironico e sentimentale» producendo
«fiacchezza, inattività nostalgica e neutralismo». «L'abolizione della
pastasciutta - era l'auspicio - libererà l'Italia dal costoso grano
straniero e favorirà l'industria italiana del riso». Pure Mussolini ci
mise del suo, nota lo storico Alberto Ciampi, esperto del tema, e nella
foga autarchica non dimenticò di coniare molti nomi attinenti al
culinario. Polibibita, quisibeve, traidue, peralzarsi, pranzoalsole, altro
non sono che cocktail, bar, sandwich, dessert, picnic.

Attorno al dibattito, in attesa degli spuntini, racconti e ricerche si
incrociano veloci. Arturo Bertoldi ha scovato un libello di Edmondo De
Amicis, che pur giunto in vita oltre la centesima edizione del libro
Cuore, si vide praticamente censurare l'operetta Il vino nata da una
conferenza sugli effetti psicologici della bevanda. Dentro, racconta
Bertoldi, c'era l'introduzione perfetta ad una ideale carta dei vini:
«Tutto è mutato dentro e intorno a noi, ci vediamo di fronte a un avvenire
sconfinato, ci sentiamo ancora giovani per l'amore, per la gloria e per la
ricchezza, e quando s'urtano tutti i bicchieri, in quell'incrociamenti di
evviva e di saluti, par che cominci un'epoca nuova per il genere umano».

Spulciando spulciando, gli anarchici reggiani hanno trovato pure i
consigli di Luigi Molinari, l'autore dell'Inno della rivolta, canzone
anarchica piuttosto famosa sulla cui falsa riga è stato scritto pure I
comunisti della capitale, il quale oltre a fare l'avvocato, ad essersi
fatto arrestare nel 1894 come istigatore dei moti della Lunigiana, era
pure un discreto cuoco e consigliava ad amici e compagni un ottimo «Riso
proletario alle erbe». Oppure la ricetta delle «Alici alla Svizzera»
(seconda patria degli esuli anarchici) di Giovanna Caleffi, moglie di
Camillo Berneri, ma ella stessa leader del movimento anarchico. O, ancora,
i consigli dei rivoluzionari esuli come Mario Mariani, autore di romanzi
parecchio popolari sul finire del diciannovesimo secolo, che scrisse ai
compagni un «Menù dell'esilio», in cui spiegava per filo e per segno come
aggiustare una minestra troppo salata - «Aggiungete qualche patata cruda e
fate bollire ancora un po'» - o evitare che l'olio si inacidisca -
«Metteteci un po' di sale grosso». Insomma sorridono gli studiosi di
cucina e rivoluzione, il rapporto tra i due argomenti esiste almeno da
quando i socialisti scelsero di chiamarsi tra loro compagni: «Compagno -
detta alla sala attenta, il giornalista Luigi Bolognini - è un termine
medioevale e viene da cum panem, ovvero commensale».


Chissà cosa mangiava Marx

La curiosità sfrigola come lo gnocco fritto, ma per sapere quel che
mangiavano Marx e i primi internazionalisti bisognerà aspettare almeno
fino all'anno prossimo. «Bisogna fare ricerche accurate, avere le prove di
tutto, sennò che senso ha? - dice Gianandrea -. Intanto però posso dirti
che abbiamo scoperto che con lo scarso successo di Bakunin in Italia
c'entra anche il cibo: quando videro arrivare questo pancione che mangiava
e beveva, proletari e intellettuali, un po' poveri e un po' pauperisti,
cominciarono a dubitare pure di quel che diceva».

Aspettare le ricerche dunque. E sperare che il dettaglio sia preciso come
quelli su cui si è basato il menù del Veglionissimo di domenica, lo stesso
realizzato nel 1906 durante una festa socialista per sostenere il
settimanale La Giustizia: tortelloni, arrosti, salse di campagna e
lambrusco «a sfare», riproposto, si legge nel volantino, «con la variante
dei tortelloni multicolori, per evidenziare i vari colori del socialismo
che posson unirsi nelle rispettive e rispettose differenze, nella
soliarietà e della giustizia sociale». La rivoluzione non russa,
scrivevamo una volta. Ma di certo mangia.

Sara Menafra


Da www.ilmanifesto.it


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