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(it) "Kronstadt Uprising": Note su aborto, diritti e natura

Date Thu, 26 Jan 2006 15:24:19 +0100 (CET)


Ho letto il libretto di Silvia Guerini, "Aborto. Spunti critici di
riflessione". Credo che meriti una critica aperta.
Va detto subito che il testo cucito con strumenti che ricordano da vicino
quelli del cosiddetto Movimento per la vita: la poesia ai bambini mai
nati, le foto dei feti aspirati, le testimonianze di donne distrutte dalla
scelta di abortire e accostamenti confusi e offensivi (come quello tra
aborto, sperimentazione e commercio dei feti, inserito solo ?per una
maggiore completezza dell?argomento?: pp. 68-69). In un passo si dice
addirittura: ?Sterilizzazione ed eutanasia, ora interruzione della
gravidanza per aborto, tutto secondo l?idea che bisogna escludere ogni
possibilità di imperfezione [É], che non bisogna mettere al mondo creature
inutili, che non permettano alla società di ?progredire? economicamente
(pp. 33-34)?.

In tal modo, non solo si mettono sullo stesso piano l?aborto volontario e
la sterilizzazione forzata della donna; non solo l?eutanasia vi figura
unicamente come esempio di controllo statale della vita (con i soliti
riferimenti all?eugenetica nazista), e mai come scelta consapevole di un
individuo che preferisce la ?morte dolce? ad un?esistenza per lui non
degna di essere vissuta; ma non si considera un solo istante che una donna
possa abortire semplicemente perchè non vuole alcun figlio, e non perchè
lo vorrebbe perfettamente sano e competitivo, biondo e con gli occhi
azzurri, a immagine della propaganda e della pubblicità.

Così come riduttivo pensare che le cause dell?aborto siano quasi soltanto
le difficoltà economiche (e falsamente arruolare, in tal senso, la
femminista anarchica Emma Goldman nel campo antiabortista).

Ma quali sono le basi di tutto ciò?

Leggiamo: ?L?aborto e l?infanticidio si equivalgono dal punto di vista
pratico. Ciò di cui si tratta comunque l?uccisione di un essere umano,
certo un essere umano non ancora del tutto formato, ma col nostro stesso
diritto ad esistere. (Il termine diritto non lo connetto ad una logica
statale di diritti/doveri, ma alla sua accezione giusnaturalista. Il
giusnaturalismo presuppone l?esistenza di un diritto naturale prima di un
qualsiasi altro diritto dettato dall?uomo e dalle sue leggi, quel diritto
secondo me il diritto alla vita in libertà e secondo il proprio naturale
sviluppo, unico diritto da considerare inviolabile ed estendibile ad ogni
essere vivente) (p. 26)?.

Il giusnaturalismo è una dottrina che 1) afferma l?esistenza di un ordine
morale superiore (il diritto naturale) al quale le norme sociali (diritto
positivo) non possono sottrarsi; che 2) ritiene un diritto positivo non
conforme al diritto naturale privo di qualsiasi validità, per cui contro
il primo possibile ribellarsi in nome del secondo.

Da questi due punti ne consegue che le regole sono risultati di forze
sulle quali la volontà umana non ha alcuna influenza; che i valori non
vanno creati e condivisi, ma semplicemente applicati nella loro naturale,
immutabile, oggettiva esistenza.

L?etica allora non una scelta individuale, bensì una sorta di rigido
determinismo, di fondamento a priori. Io credo che una simile visione mal
si concilii con una concezione anarchica della vita. Inoltre in natura non
c?è nulla che assomigli a un ?diritto alla vita in libertà?. Primo perché
nel regno animale ci sono soppressioni crudeli quanto costanti di tale
?diritto?. Secondo perché in natura c?è il ?diritto? di fare quasi tutto e
il suo opposto, a meno che non si consideri l?uomo una sorta di
escoriazione malvagia ? ma questo condurrebbe all?antropoclastia di una
certa ?ecologia profonda?, non certo all?anarchia.

L?azione umana più riprovevole fa parte della natura quanto il gesto pi
generoso e sublime. Se vogliamo proprio scorgere un ?diritto? in natura,
insomma, questo sembra semmai il ?diritto del più forte?. Tuttavia
un?assurdità antropomorfica quella di applicare categorie morali ai
processi naturali (l?eruzione di un vulcano giusta o sbagliata?).

Il volontarismo etico che molti anarchici sostengono mi sembra
incompatibile con l?idea che i ?diritti? siano inscritti in ?leggi
naturali? rispetto alle quali nulla può la volontà individuale. Abortire o
rifiutarsi di farlo sono due scelte che non solo la natura, ma la stessa
storia umana (come del resto dimostra l?excursus nelle pagine finali del
libretto sulle società greche, latine, indiane, eccetera) rendono
possibili.

Lasciamo perdere i ?diritti naturali?, dunque, e parliamo di quel
principio che sottende il ragionamento di tutto il testo: il rispetto per
ogni essere vivente. E' evidente che si tratta di una tensione, non di una
condizione definitivamente acquisibile. ?Il diritto alla vita in libertà e
secondo il proprio naturale sviluppo? ?inviolabile ed estendibile ad ogni
essere vivente? solo se diamo a quest?ultimo una definizione che tenga
conto delle nostre facoltà mentali e sensoriali, cio solo se operiamo
distinzioni ? lo si voglia o meno ? antropocentriche.

L?esistenza umana (ma potremmo dire la Natura tout court) incompatibile
con il principio di non distruggere alcuna forma vivente. Perché dovremmo
escludere da tale principio, infatti, i microbi o le piante? Perché noi
non ne percepiamo i flussi vitali e l?eventuale dolore? Ma questo, ci
suggerisce Silvia, ci farebbe ricadere nello specismo e nella visione
gerarchica delle forme di vita.

Se però assumessimo il dolore in sé come metro di giudizio (secondo un
certo utilitarismo anglosassone, di cui Peter Singer un esponente
significativo), troveremmo pi odioso uccidere un cavallo adulto che un
neonato di pochi mesi, giacché il primo un essere vivente senz?altro più
sviluppato e sensibile del secondo. Pur essendo vegano da molti anni,
tuttavia, non mi sognerei mai di affermare che chi mangia carne peggiore
di un infanticida...

Perché?

Il principio fondamentale della mia etica è la reciprocità: da questo
traggo il mio rifiuto dello sfruttamento, della gerarchia, del dominio. Ma
so che la reciprocità non può fare a meno della ?simpatia? (in senso
etimologico, cio della capacità di percepire come propri gli altrui
sentimenti e sensazioni). Ecco perché la reciprocità ci risulta pi
immediata con gli esseri umani, più difficile con gli animali e con le
piante. Se così non fosse, anche l?anarchico pi conseguente si sentirebbe
costantemente un assassino di innumerevoli forme di vita.

In tal senso mi chiedo cosa vorrà mai dire essere contro ogni
antropocentrismo. Mi sembra evidente che attribuiamo a certi sviluppi
della vita pi valore che ad altri, altrimenti non parleremmo neanche con
compagni che mangiano carne. Vorrei sapere in base a cosa, infatti, per
Silvia una donna che abortisce commette un crimine superiore (paragonabile
infatti all?infanticidio) rispetto a una persona che mangia un cervo? Non
era contraria ad ogni specismo? Cosa penserebbe se una mamma invece di
dare carne ai propri figli desse in pasto i propri figli ai propri cani?
Uccisioni intercambiabili? Dal punto di vista della Natura e dei suoi
presunti diritti sì, ma non certo dal nostro.

L?ampliarsi della simpatia verso le altre forme viventi una tensione, non
un principio immutabile che vaga nello spazio. In quello spazio, infatti,
noi non potremmo viverci. La conclusione di una tale metafisica sarebbe la
condanna dell?uomo in quanto tale, se non della vita stessa, come aveva
intuito Leopardi.

Eppure le premesse da cui parte Silvia non sono forse condivise da molti
compagni?

Tornando all?aborto, non si può far astrazione del fatto che nessuno sente
(fisicamente e quindi eticamente) il feto alla stregua di un neonato: per
questo aberrante e offensivo paragonare l?aborto all?infanticidio. Le
analisi più o meno scientifiche sulle percezioni e i sogni dell?embrione
non equipareranno mai i due gesti, perchÉ si tratta di forme di vita
incomparabili. Dire che feto e neonato sono entrambi esseri umani, come
dire che un seme nella terra e un alberello sono entrambi degli alberi.

Credo che nessun aborto sia una scelta facile, giacché nessuna donna
percepisce il feto al pari di una ciste o di un?unghia. E a ben poco serve
mostrare attraverso la tecnologia cos?è la vita che cresce nel ventre
materno (anche perché con gli argomenti della scienza si può facilmente
rispondere che un ovulo fecondato non affatto una persona in divenire,
visto che durante i primi giorni di sviluppo se ne possono formareÉ due).
Solo un?esistenza alienata ha bisogno di appellarsi alla scienza per
fondare una morale. E non forse segno della nostra alienazione attribuire
alla natura diritti e doveri mutuati in realtà dalle società umane, oppure
parlare astrattamente dell?uguaglianza di tutte le forme viventi?

In una vita che tutt?uno con il proprio ambiente, in un processo che non
di rispecchiamento totale di presunte leggi naturali, bensì di
naturalizzazione dell?uomo e di umanizzazione della natura, il rispetto
per il nostro habitat sarebbe tutt?altra cosa. Invece dell?attuale
cupidigia distruttrice, ci sarebbe un sentimento di gratitudine verso
quelle forme di vita a cui nostro malgrado facciamo violenza.

La feticizzazione della Vita mi sembra invece il rovescio della
civilizzazione di cui siamo i prodotti, l?altra faccia del totalitarismo
tecnologico. Se può essere vero che c?è talvolta una certa superficialità
e irresponsabilità nei rapporti sessuali, non si può forse dire
altrettanto delle ragioni per cui molte persone mettono al mondo dei
figli? Quante donne lo fanno per assecondare i voleri del marito o della
famiglia? Quanti chiedono ai figli di colmare quel senso di vuoto che
deriva dalla miseria di un?esistenza avvertita come isolata, effimera,
casuale? Quanti bambini crescono in ambiente mortiferi, affidati alle cure
di perfetti cretini desiderosi di ?farsi una famiglia? per non sfigurare
in società? Quanti rivoluzionari hanno messo al mondo figli di cui poi non
hanno potuto occuparsi, delegando il compito alle compagne o ai propri
genitori?

E? così consigliabile rimediare ad una leggerezza o ad un errore con
leggerezze ed errori ben pi gravidi di conseguenze?

Prima di pensare ai ?diritti? dei nascituri, mi sembra, dovremmo guardare
come vivono e muoiono milioni di nati in questo mondo odioso. Nel libretto
si insinua di continuo che abortire sia una scelta egoistica. Perché
cos?è, invece, mettere al mondo un figlio? Di certo non una scelta che si
fa per il bene di un essere che ancora non esiste. Ci sono così tanti
bambini costretti in condizioni infami da adottare, che la sola ragione
per cui se ne mettono al mondo altri la gioia che si prova nell?essere
genitori o il desiderio di sopravvivere alla propria morte, o altri
bisogni tutt?altro che
?disinteressati? perché umani, troppo umani.

La vita comincia con un atto di piacere. Lasciamo perdere, quindi,
l?egoismo. Insomma, per condannare l?aborto ci vuole ben altro che qualche
radiografia o qualche excursus storico ? e cio un pregiudizio morale.

Non a caso nel ragionamento di Silvia la maternità smette di essere una
possibilità, per diventare un dato ontologico. Leggiamo: ?Il femminismo ha
diviso due aspetti fondamentali, ha scisso la ?donna? libera e
indipendente, dalla ?madre? sottomessa e schiava, senza comprendere che la
donna madre e la madre donna; questo a prescindere che una donna metta al
mondo o meno un figlio, un discorso ontologico (p. 47)?.

Secondo questa concezione, la maternità non una potenzialità femminile
(potenzialità inscritta, certo, in un dato biologico), ma una sua
condizione ontologica, relativa, cio, alla radice stessa del suo essere. E
una donna che non vuole avere figli? E' per questo fuori della natura?

Qualcuno diceva che la maternità sta alla donna come la guerra sta
all?uomo, e non era proprio un libertario. Come si vede, quando si
pretende che certi fini siano inscritti nelle leggi di natura (senza il
concetto di fine quello di valore non avrebbe senso), la conclusione che
chi se ne allontana
contro-natura, deviante, criminale, eccetera. Non si arriva forse così a
quel pensiero totalitario di cui si parla nel libretto a proposito della
giustificazione dell?aborto? Non un caso, mi sembra, che condanna
dell?aborto e condanna dell?omosessualità vadano spesso assieme.

Se il Fine della natura la riproduzione della vita, dove mettere le donne
che abortiscono o gli esseri umani le cui inclinazioni sessuali non sono
feconde? Se c?è un discorso che assomiglia a una litania del Progresso
incurante degli individui e della loro vita esattamente questo. Se proprio
vogliamo tirare in ballo l?ontologia, poi, ciò che emerge che diventiamo
individui in un rapporto costante con l?ambiente e con la storia, non
applicando codici o diritti già scritti (dallo Stato, dalla ragione
universale o dalla Natura poco importa).

Inoltre, proprio ontologicamente l?essere umano, lo ripeto ancora, non può
mettere sullo stesso piano tutte le forme di vita. La cosiddetta ?dignità
del feto? un discorso al futuro (anche perché si tratta di un organismo
che dipende totalmente dal corpo della madre), ma quel futuro fatto di
scelte della donna su cui non pesa alcuna costrizione ontologica, bensì,
al limite, sociale, religiosa, morale.

Il fatto che il feto non sia una persona, non significa che sia
paragonabile a un dente o a una verruca. Significa solo che sono forme di
vita
qualitativamente (quindi eticamente) diverse. Sarà un caso se chi difende
?i diritti dell?embrione? quasi sempre un sostenitore più o meno
mascherato dello Stato etico e un nemico pi o meno subdolo di ogni
libertà? Situazioni di vita più comunitarie renderebbero forse meno
frequente il ricorso all?aborto (dico forse perché le società primitive ne
registrano la pratica assai costante), ma non eliminerebbero del tutto la
volontà di alcune donne di vivere senza figli.

La ?società anarchica? non una ?società naturale?, bensì un insieme di
rapporti che favoriscono certe possibilità naturali e ne escludono altre,
in base a valori creati e condivisi a partire dalla propria esperienza.
Queste possibilità sono fortemente legate agli usi e ai costumi, in breve
al modo di vivere.

La scommessa dell?etica anarchica quella di trasformare il modo di vivere
in un?avventura appassionante fra noi e il nostro ambiente, senza l?ansia
del dominio né i crampi del senso di colpa.

Questo per dire che l?unica parte davvero condivisibile del libretto
quella in cui vengono esposti i metodi di contraccezione naturale come
mezzo per evitare, con la maggior consapevolezza possibile, gravidanze
indesiderate.

Nella tensione verso una vita in cui le azioni non sono mai separate dalle
loro conseguenze, anche questo un contributo necessario. Ma tutto il
resto?

Massimo Passamani
[luglio 2005]


Da "Kronstadt Uprising", foglio anarchico e libertario del Gruppo
Kronstadt, Volterra.

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