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(it) Umanità Nova, n.2: Sul filo del rasoio. Bolivia: la vi ttoria di Morales e la partita mortale con gli USA

Date Wed, 25 Jan 2006 14:30:05 +0100 (CET)


La vittoria netta e con un successo superiore alle aspettative di Evo
Morales alle presidenziali boliviane di dicembre è un segnale di come la
politica istituzionale di uno dei paesi più corrotti e arretrati
dell'America Latina sia stata letteralmente stravolta dai movimenti
sociali degli ultimi anni, e di come Washington inizi ad avere un serio
problema di gestione dell'altra parte del continente. Dopo anni di
presidenti ad autonomia limitata, esclusivamente provenienti
dall'oligarchia creola e cresciuti nelle scuole americane, la Bolivia ha
eletto un indios aymara, figlio di un minatore rovinato dalla chiusura
delle miniere di stagno alla metà degli anni Settanta e convertito in
coltivatore di coca. Già questo da' la misura dei cambiamenti culturali
intervenuti in cinque anni di mobilitazioni popolari continue e di
insurrezioni che hanno cacciato due presidenti e portato più volte il
paese sull'orlo della guerra civile. Sullo sfondo la questione del gas, di
cui la Bolivia è ricca e sul quale gli Stati Uniti hanno messo da tempo
gli occhi e le mani, ma anche il tentativo di privatizzare i beni
fondamentali per l'esistenza come l'acqua, e di impedire la coltivazione
della coca che permette al 20% degli abitanti del paese di sopravvivere.
Su questi temi si è formata in questi anni un'alleanza tra le espressioni
sindacali storiche dei minatori (la COB sindacato principalmente radicato
tra i minatori del rame), quelle più moderne dei coltivatori di coca, i
comitati sorti un po' ovunque tra i settori più poveri della popolazione
che hanno reagito alla privatizzazione di acqua e gas con formidabili
azioni di movimento e quelli sorti tra la popolazione di origine india che
negli ultimi anni ha iniziato a uscire dalla marginalità e a occupare
posti di lavoro e responsabilità politiche e amministrative prima
esclusiva dei creoli. Da questo punto di vista gli avvenimenti politici
boliviani di questi anni possono anche essere letti come l'emersione di
una piccola borghesia di origine india che, in stretta alleanza con i
movimenti popolari della stessa origine etnica, pongono il problema
dell'affossamento dell'apartheid non dichiarato che ha governato la
Bolivia dall'indipendenza dalla Spagna e di accesso ai ruoli dirigenziali
e a quelli di governo. La chiave di lettura non può, ovviamente, essere
solo questa, dal momento che i movimenti popolari cresciuti attorno alle
vere e proprie "metropoli della miseria" come El Alto, sobborgo della
capitale La Paz, cresciuto fino a raggiungere i tre milioni di abitanti, e
tuttora senza acqua corrente, gas e servizi sanitari e scolastici, hanno
espresso precise rivendicazioni di miglioramento delle proprie condizioni
di vita e hanno reagito con durezza ai tentativi dei governi succedutisi
in questi anni di svendita dei beni naturali del territorio boliviano,
leggendo correttamente in questa politica un fattore di ulteriore
peggioramento delle proprie condizioni di vita.


Il programma di Morales

Da questo punto di vista, che è anche quello che più ci deve interessare
rispetto all'evoluzione del paese sudamericano, è interessante notare come
le posizioni di Morales e del partito di estrema sinistra del quale è
espressione, il MAS (Movimiento Al Socialismo), siano tutt'altro che
radicali e siano pensate in modo da permettere un compromesso con gli
interessi delle multinazionali occidentali, americane, francesi, spagnole
e anche italiane, e con l'arcinemico statunitense.

La nazionalizzazione del gas e del petrolio, cavallo di battaglia dei
movimenti che hanno imposto la rinuncia alla presidenza di Sanchez de
Lozada e di Mesa, è diventata nel programma del presidente Morales "la
sovranità della Bolivia sui propri prodotti naturali tramite
l'instaurazione di un rapporto di partnership con le multinazionali del
settore". In pratica, la legge sugli idrocarburi già varata dall'ultimo
parlamento sulla spinta delle mobilitazioni popolari verrebbe
semplicemente allargata, stabilendo il principio che le multinazionali
divengono proprietarie dei prodotti gaspetroliferi esclusivamente quando
questi vengano esportati. Tecnicamente non si tratterebbe più di
concessioni ma di vendita di un prodotto finito. È un cambiamento non da
poco, dal momento che la quota di guadagno dell'erario nazionale
crescerebbe dal 15 al 50% dei profitti prodotti dall'estrazione del gas e
del petrolio locali, e che permetterebbe al governo boliviano di bloccare
l'estrazione in caso di discordie con le multinazionali. La concessione,
infatti, vende il prodotto direttamente nel sottosuolo e impedisce ogni
intromissione del venditore nel procedimento estrattivo; la vendita del
prodotto già estratto, invece, consente al governo concessionario di
bloccare in ogni momento l'estrazione stessa causando danni rilevanti alla
multinazionale con la quale dovesse essere in contrasto. Rispetto alla
condizione di servaggio che i governi boliviani hanno sempre avuto con le
multinazionali occidentali che hanno sfruttato le molte ricchezze del
paese, dallo stagno al rame, all'argento, si tratta di una rivoluzione
copernicana; dal punto di vista di un mutamento significativo della
possibilità della popolazione locale di incidere su destinazione e
utilizzo delle ricchezze del sottosuolo, no. Per intenderci la
nazionalizzazione del rame varata in Cile dal governo Allende nel 1971 con
tutte le garanzie giuridiche per l'Anaconda (la multinazionale americana
oligopolista nello sfruttamento della miniere cilene) era decisamente più
radicale e capace di penetrare a fondo nei rapporti di potere interni al
paese ed internazionali. La "sovranità nazionale" su gas e petrolio,
infatti, non mette in discussione il principio per il quale lo
sfruttamento della ricchezza locale può essere appaltato a multinazionali
americane piuttosto che europee ma si limita a negoziarne le modalità.
Ovviamente in questo quadro diventa centrale per Morales ottenere quanto
più possibile dalle multinazionali per costruire con questi capitali il
progetto di sviluppo sanitario, urbanistico e scolastico che è il vero
centro delle rivendicazioni dei movimenti popolari di questi anni e che è
il programma forte dei settori popolari che ne hanno appoggiato l'elezione
alla presidenza.

Morales ha un progetto di tipo socialdemocratico moderato per la Bolivia
che vede come centrale il controllo del mercato gaspetrolifero e non la
sua abolizione. Per realizzare questa visione, però, necessita
dell'esistenza di una vera concorrenza tra le multinazionali del settore.
Fino al momento in cui concorreranno allo sfruttamento delle ricchezze
boliviano esclusivamente compagnie del settore americane ed europee, in
collusione tra di loro e in regime di sostanziale monopolio sarà difficile
per il nuovo governo boliviano strappare prezzi migliori e percentuali più
alte sull'estrazione
gaspetrolifera. La vera svolta per la Bolivia, in questo quadro, verrebbe
dall'intervento dei cinesi, degli indiani e della Petrobras, la compagnia
petrolifera della Malesia. In tale caso Morales avrebbe decisamente più
spazio per muoversi nel suo tentativo di ottenere maggiori profitti
dall'estrazione delle risorse naturali. Paradossalmente, ma non troppo,
ciò che garantirebbe più libertà di movimento a Morales, potrebbe anche
determinarne l'affondamento politico-militare da parte degli Stati Uniti.
È infatti ovvio che la penetrazione di compagnie asiatiche all'interno del
recinto protetto degli affari americani sia vista a Washington con la
stessa simpatia di un calcio negli stinchi. Gli USA sono costretti dal
fallimento dell'opposizione a Chavez e dal clamoroso insuccesso del golpe
del 2002 in Venezuela, a tollerare gli investimenti cinesi nel paese del
Mar dei Caraibi; non potrebbero tollerare l'apertura di un secondo fronte
di penetrazione asiatica in America Latina allo stesso modo, anche perché
il petrolio del Venezuela gli è, al momento, indispensabile, il gas
boliviano no. E questo potrebbe permettere agli strateghi del Pentagono di
puntare alla destabilizzazione del paese e all'avvio di una guerra civile
che renderebbe tali ricchezze non raggiungibili per loro, ma nemmeno per
altri.

A tale scopo le pressioni in sede internazionale per condannare la Bolivia
in quanto produttrice di coca e il finanziamento all'opposizione interna
concentrata nelle pianure dell'est del paese e che già da tempo evoca
l'opzione della secessione per "liberarsi" dell'est montagnoso, indio e
straccione, sono le armi con le quali Washington si prepara ad attaccare
il nuovo presidente boliviano e a cercare di impedire la formazione in
America Latina di regimi indipendenti e orientati allo stesso tempo
all'apertura verso gli investitori asiatici e alla parziale
redistribuzione delle ricchezze nazionali.


La solidarietà tra i regimi nel mirino USA

Ovviamente l'ipotesi Morales così come quella di Washington poggiano per
la loro realizzazione sul grado di attivazione o di passività con la quale
la popolazione india e i sobborghi urbani della Bolivia reagiranno agli
avvenimenti dei prossimi mesi ed anni. Non è un segreto, infatti, che in
Venezuela Chavez abbia arginato un golpe grazie al fatto che la
maggioranza delle alte gerarchie militari non avesse intenzione di
imbarcarsi in una durissima guerra interna contro i comitati popolari
fortemente orientati in favore del presidente "bolivariano". Il successo
di Chavez in quest'operazione è dipesa dal fatto che primo nel paese,
abbia effettivamente garantito alla popolazione più povera assistenza
sanitaria, sostegno al reddito e scuole decenti. Le possibilità di
mantenersi in sella di Morales dipendono dagli stessi elementi e, come
Chavez fu aiutato a costruirli dalla Cuba castrista che inviò centinaia di
medici gratis al vicino paese, così Chavez ha praticamente regalato due
anni di fabbisogno petrolifero al paese andino.

L'elemento di solidarietà tra regimi sotto tiro da parte di Washington sta
per ora funzionando, soprattutto nel garantire reciprocamente quegli
elementi necessari a mantenere il favore della popolazione. In questo i
tre presidenti sono memori di quanto avvenne ad Allende anche a causa
dell'isolamento del Cile socialista all'interno dell'America Latina di
allora. La scarsità di risorse e l'impossibilità di garantire ai cileni
condizioni decenti sul terreno del reddito, della sanità e della scuola
furono elementi determinanti a togliere al presidente cileno una parte di
quel consenso che aveva inizialmente impedito ipotesi militari da parte
dell'esercito. Oggi Chavez e Morales si trovano in una situazione simile
nonostante l'assoluta mancanza di radicalità nel loro programma economico
e sociale, e a causa del loro posizionamento sulla linea del fronte tra
l'imperialismo euro-americano e quello nascente delle nazioni asiatiche.

I prossimi anni saranno decisivi per capire se in America Latina si
svilupperà una dialettica sociale moderna che infine possa evitare di
doversi confrontare con il servaggio del paese e delle sue classi
dominanti oppure se nuovamente Washington (e i suoi alleati europei,
Italia in testa) riuscirà ad imporre la sua logica nel sud del continente
americano.

Giacomo Catrame


Da Umanità Nova, numero 2 del 22 gennaio 2006, Anno 86
http://www.ecn.org/uenne

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