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(it) Umanità Nova, n.1: Bancopoli. I baffetti del quartieri no

Date Fri, 20 Jan 2006 13:47:25 +0100 (CET)


Come era abbastanza facile prevedere stiamo arrivando al capolinea. Lo si
capisce dalle intercettazioni telefoniche.
"Geni" della finanza che parlavano al telefono tra loro come neanche due
tossici alle prime armi dello spaccio. Questi non sono solo pessimi
finanzieri, pessimi politici, pessimi banchieri, sono anche pessimi
malavitosi! Si sono fatti beccare con le mani nella marmellata dal primo
giudice che ha deciso di indagare sulla questione, anzi dal secondo, visto
che il primo è finito sotto inchiesta con l'accusa di aver spifferato
tutto agli indagati. Si sentivano troppo sicuri, come i socialisti dei
bei tempi andati, ci manca solo che diano del "mariolo" a Fiorani e ci
troviamo pari pari trasportati indietro di una quindicina d'anni,
all'inizio di tangentopoli, a Craxi ed a Chiesa.

Eppure sembrava tutto facile. Una banca (la Antonveneta) era nelle mire
sia di una banca estera già sua azionista (l'olandese ABN Amro) sia di una
banca italiana (la Popolare di Lodi, poi diventata Popolare Italiana),
intervenuta a salvarne "l'italianità". Messa così non ci sarebbe stata
neanche ragione di parlarne: la banca olandese (la tredicesima in Europa)
è molto più grande della Lodi, che oltretutto è anche più piccola della
stessa Antonveneta. Visto che la Lodi capitalizza 2,4 miliardi di Euro e
la Antonveneta ne capitalizza 7,6 l'unico risultato possibile
dell'intervento dei lombardi sarebbe stato quello di alzare (e neanche di
troppo) il prezzo dell'acquisizione per gli olandesi.

Invece entra in gioco Fiorani, che oltre a comprare azioni della
Antonveneta direttamente con la sua banca, comincia a prestare soldi a
improbabili finanzieri che comprano azioni anche loro.

Siccome è vietato dalla legge mettersi d'accordo per scalare una società
quotata in borsa senza dichiararlo, la guardia di finanza si interessa
all'operazione e comincia ad intercettare le telefonate di tutte le
persone coinvolte (che, visto che agivano "di concerto", vengono
etichettati come "concertisti").

Di questa prima scalata, voluta dalla chiesa, officiata da Fazio e gestita
da Fiorani, ne abbiamo già parlato in un precedente numero di UN.
Contemporaneamente a quest'operazione però, gli stessi scalatori comprano
le azioni di un'altra banca, la BNL, in quel momento oggetto di scalata da
parte di una banca spagnola: Banco Bilbao y Vizcaya Argentaria (BBVA).

Inizialmente non è chiaro per conto di chi stiano operando, per quanto sia
evidente che stanno comprando per conto di qualcuno. Una volta raggiunta
la maggioranza si scoprirà che il "qualcuno" è l'Unipol, la compagnia
assicuratrice delle Coop.

Per capire perché l'Unipol (che capitalizza 4,8 miliardi di euro) voglia
comprare la BNL (che ne capitalizza 8,08 il doppio) bisogna fare un passo
indietro e parlare di un'altra banca, il Monte dei Paschi di Siena. È al
Monte dei Paschi che D'Alema aveva piazzato il responsabile del suo staff
elettorale a Gallipoli: Vincenzo De Bustis. È uno molto industrioso, il
buon De Bustis, aveva preso una banchetta di provincia (la banca del
Salento) si era inventato una serie di prodotti finanziari che aveva
chiamato come i titoli di stato (Bpt-Tel, Btp-Index e Btp-Online), ma che
invece erano quelle che in gergo si chiamano junk-bonds (obbligazioni
spazzatura) titoli ad altissimo rischio che raramente fruttano guadagni a
chi li compra ma che fanno guadagnare sempre chi li emette.

Aveva addirittura cambiato il nome della Banca in Banca 121 (faceva più
new economy) e grazie a queste operazioni è riuscito a vendere la sua
banchetta al Monte dei Paschi per 1,3 miliardi di euro, uno sproposito.

Non contenti della fregatura presa quelli del Monte dei Paschi hanno
dovuto pure nominarlo direttore generale della banca per volontà di
D'Alema.

Il noto barcaiolo cercava di crearsi un polo finanziario controllato da
lui. Per questo motivo il Monte dei Paschi oltre alla Banca 121 stava
acquisendo la Banca Toscana, la banca Agricola Mantovana e la Cassa di
Prato.

Per fare il salto vero gli ci voleva però una grossa banca e fu allora che
si cominciò a pensare alla BNL.

Per poter fare un'operazione del genere il Monte da solo non bastava e
così cercarono alleanze, sia con Unipol, sia con la Hopa di Gnutti e
Caltagirone.

I senesi del Monte però mal sopportavano sia De Bustis, sia il progetto,
che li avrebbe ridotti in minoranza in un'operazione dove quelli che
avrebbero deciso tutto dopo la fusione sarebbero stati solo i politici
(D'Alema e company).

Fortunatamente per i senesi, De Bustis, che non ha perso né pelo né vizio,
è finito indagato per truffa grazie all'invenzione dei prodotti finanziari
"My way" e "4 you": venivano presentati come piani d'accumulo
pensionistico in realtà erano dei mutui contratti al tasso del 7% annuo
dove il cliente doveva restituire in quindici anni l'ammontare del mutuo.
I soldi del mutuo erano nella disponibilità della banca che li investiva
dove meglio credeva. È chiaro che se le rate pagate dai clienti, invece di
andare a rimborsare un mutuo non richiesto, fossero state investite in BOT
al tasso del 3%, la convenienza per i sottoscrittori ci sarebbe stata solo
se la banca avesse garantito un rendimento superiore al 10% annuo del
capitale investito. Da qui l'accusa di truffa.

Per questo motivo De Bustis si dovette dimettere ed il progetto di fusione
con BNL fu mandato in soffitta ed i senesi tirarono un sospiro di
sollievo.

Il vertice diessino però al progetto è rimasto affezionato e come si è
ripresentata l'occasione ci ha riprovato utilizzando Unipol invece del
Monte dei paschi.

Purtroppo però una compagnia assicuratrice non è una banca e non si riesce
a spiegare tanto bene perché Unipol si sia voluta comprare la BNL
strapagandola. È a questo che si riferiva Fassino, quando diceva al
telefono a Consorte "perché il problema è adesso dimostrare che noi
abbiamo... voi avete un piano industriale".

I protagonisti del vecchio progetto non sono però rimasti con le mani in
mano in questa nuova operazione.

Vicenzo De Bustis è cascato in piedi (come al solito per quelli come lui)
diventando amministratore delegato di Deutsche Bank Italia. Deutsche Bank
ha prestato a Riccucci più soldi di quanti non ne abbia prestati allo
stesso la banca di Lodi; è vero che il prestito è stato materialmente
concesso dalla filiale londinese, ma è molto difficile che De Bustis non
ne fosse a conoscenza.

Il Monte dei Paschi, invece, ci ha tenuto a prendere le distanze da tutta
l'operazione. Ha dichiarato da subito che non avrebbe concorso all'aumento
del capitale di Unipol necessario per pagare la BNL ed ha schierato la
Coop Toscana, con cui è strettamente connesso, contro il progetto.

Il protagonista di tutta la vicenda è allora diventato l'ex presidente di
Unipol, Giovanni Consorte. Abruzzese di Chieti, ingegnere chimico, è un
uomo fortunato. A fine dicembre 2004 la banca Popolare di Lodi gli
concede, senza garanzie, un prestito di 4 milioni di euro. Lui li investe
in borsa su titoli particolarmente rischiosi e indovina tutte le
operazioni senza sbagliarne neanche una e, a giugno, già poteva vantare
guadagni per 1,6 milioni di euro. E dire che tre anni prima aveva
dimostrato di non capirne nulla di finanza. Unipol aveva emesso delle
obbligazioni al 2,25% che scadevano nel 2005. All'improvviso, e in maniera
del tutto irrazionale, decide di rimborsarle nel 2002, tre anni prima
della loro scadenza. Sarebbe bastato che, con i soldi delle obbligazioni,
avesse comprato i BTP2005 (allora al 4,65%) per guadagnarci, senza far
nulla, 12,8 milioni di euro. Nei giorni precedenti l'annuncio del rimborso
qualcuno ha fatto incetta di quelle obbligazioni guadagnandoci i soldi che
l'Unipol aveva deciso di buttare. Per questa storia poi è finito indagato
per insider trading Emilio Gnutti, la moglie e sei amici loro.

C'è da dire che, per la legge del contrappasso, adesso Consorte è indagato
per avere ricevuto, proprio da Gnutti, venticinque milioni di euro in
nero, giustificandoli come consulenze e che secondo i magistrati sono
frutto di un giro azionario risalenti a quando i due hanno cominciato a
fare affari insieme, all'epoca della privatizzazione della Telecom. Ve la
ricordate, quella con D'Alema al governo.

Il passaggio decisivo di quella scalata (la prima della serie) si ebbe con
la scelta di D'Alema, comunicata a Mario Draghi (sì, quello nominato a
fare il governatore in Banca D'Italia), di non far partecipare il tesoro
(all'epoca principale azionista di Telecom) all'assemblea azionaria in cui
si doveva decidere la fusione tra Telecom e Tim per far fallire la scalata
messa in atto da Gnutti, Colaninno, Lonati, Consorte e un Riccucci alle
prime armi.

Ai desiderata di D'Alema (che definì gli scalatori "capitani coraggiosi di
razza padana") aderirono, all'epoca anche Fazio (il fondo pensioni di
bankitalia era il secondo azionista) e il Monte dei Paschi (di De Bustis)
che ci mise un po' di soldi.

I nomi sono gli stessi anche stavolta, manca Colaninno che non è entrato
in questa partita, ha comprato la Piaggio con l'aiuto di De Bustis e sta
in finestra, ma gli altri ci sono tutti, la solita compagnia di giro, i
baffetti del quartierino!

Ed a proposito del baffetto originale, ha destato un certo scalpore la
scoperta che D'Alema avesse un conto corrente nella Banca Popolare di
Lodi. D'Alema ha chiarito subito che il conto gli serve unicamente per
pagare il mutuo di 8.000 euro al mese per la barca Ikarus 2 e che divide
il costo con due amici.

Certo è un po' strano fare un contratto di mutuo con una banca che, a
Roma, ha solo tre sportelli, tutti lontanissimi sia da casa di D'Alema,
nel quartiere Prati, sia dal cantiere navale, a Fiumicino.

La mia preoccupazione però è un'altra e riguarda le sorti finanziarie di
D'Alema. Quando si scoprì che godeva di un appartamento in affitto a
prezzo agevolato (la cosiddetta "affittopoli") dovette comprarsi casa.
Fece un mutuo con il Banco di Napoli per 250 milioni di lire al 4,6%
annuo. Poi decise di comprare casa per i figli nello stesso palazzo dove
abita e ha preso un altro mutuo, decennale, di 500 milioni alla Banca del
Salento (sì, proprio quella dell'amico De Bustis).

Insomma, di riffa o di raffa, la famiglia D'Alema deve tirare fuori sui
6.000 euro al mese di mutui. Visto che per sua stessa ammissione D'Alema
dà la metà del suo stipendio di parlamentare al partito, io comincio
seriamente a temere per la sua sopravvivenza. Che sia costretto a
rinunciare alle scarpe da 2.000 Euro?

FRK


Da Umanità Nova, numero 1 del 15 gennaio 2006, Anno 86
http://www.ecn.org/uenne

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