A - I n f o s
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists **

News in all languages
Last 40 posts (Homepage) Last two weeks' posts

The last 100 posts, according to language
Castellano_ Deutsch_ Nederlands_ English_ Français_ Italiano_ Polski_ Português_ Russkyi_ Suomi_ Svenska_ Türkçe_ The.Supplement
First few lines of all posts of last 24 hours || of past 30 days | of 2002 | of 2003 | of 2004 | of 2005 | of 2006

Syndication Of A-Infos - including RDF | How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
{Info on A-Infos}

(it) Sull?autorganizzazione

Date Wed, 18 Jan 2006 13:45:13 +0100 (CET)


La tendenza naturale sembra quella dell?eterorganizzazione. Eppure
esistono limitate forme di autorganizzazione, che meritano rispetto e
attenzione. Mi è capitato sovente, nel corso degli ultimi anni, di
riflettere su quanto mi diceva, in un assolato pomeriggio di fronte alla
sede di Via Scaldasole a Milano, alcuni decenni addietro, un mio amico e
compagno, operaio delle ferrovie e appassionato di filosofia,
sull?autorganizzazione.
In estrema sintesi, sorridendo, mi faceva rilevare che un?effettiva
pratica dell?autorganizzazione avrebbe comportato, per l?individuo medio,
un accrescimento straordinario e, con ogni probabilità, fastidioso degli
impegni connessi alla vita sociale: riunioni in azienda, nel caseggiato,
nel quartiere, nella gestione della scuola, dell?ospedale e così via, con
l?effetto di rendere desiderabile un modello sociale fondato sulla
divisione dei compiti in base alle competenze e ai ruoli.

Naturalmente, allora, e resto oggi della medesima opinione, ribattevo che
l?autorganizzazione non è un modellino applicabile a prescindere dal
contesto sociale e che, per un verso, l?autogoverno dei produttori
associati è ipotizzabile solo in una società postrivoluzionaria e, per
l?altro, la tendenza all?autorganizzazione nell?ambito di una società come
l?attuale può, provvisoriamente, affermarsi solo sulla base dello sviluppo
di movimenti di lotta di notevolissima rilevanza.

In altri termini, la pratica dell?autorganizzazione non è, a mio avviso,
un dovere morale al quale conformarsi, ma un modo di porsi che risponde a
un effettivo interesse rispetto alle attività che si autorganizzano, al
percepire l?autorganizzazione come liberazione da un?oppressione e come
affermazione di sé stessi in quanto soggetti liberi e forti.

Sarebbe, infatti, sicuramente singolare pensare che si possano condurre in
maniera autorganizzata le attuali aziende, gli uffici o i servizi sociali
in presenza del potere statale e del funzionamento dei rapporti di
produzione capitalistici. È evidente, a mio avviso, che le relazioni
sociali di produzione che caratterizzano l?ordinamento capitalistico e
statale non possono prevedere una qualsivoglia forma di autogestione, a
meno di non immaginare banche, carceri e caserme autogestite.


Liberare tempo e energia

Vi sono ragioni sostanziali per pensare che una società radicalmente
trasformata non possa che prevedere l?abolizione o, quantomeno, la
ridefinizione delle attuali attività produttive ed amministrative (le
quali hanno un senso solo in questo tipo di società) per liberare tempo ed
energia da dedicare al pieno sviluppo intellettuale e fisico degli esseri
umani.

Tornando all?oggi, l?individuo sociale che si sviluppa nell?ambito degli
attuali rapporti di produzione e di potere è naturalmente portato a
pensare e a praticare la propria attività individuale e collettiva
tenendosi alla pratica dell?eterorganizzazione, alla quale si sottrae
parzialmente, di norma, solo nella sfera delle relazioni immediate fra
individui che conducono attività comuni nel tempo libero o, in alcuni
casi, nell?esercizio di attività d?immediato interesse; basta pensare, a
questo proposito, all?acquisto collettivo di beni o a forme di reciproco
sostegno legate sovente a reti di relazioni familiari o locali.

Naturalmente, anche le attuali e limitate forme d?autorganizzazione
praticate meritano rispetto e attenzione, e possono essere considerate, se
non una prefigurazione di relazioni sociali superiori, almeno un terreno
d?interessante sperimentazione di relazioni non gerarchiche.

Vi era però, almeno a mio avviso, nella critica ai miti
dell?autorganizzazione che il mio amico conduceva nei miei confronti,
un?implicazione un po? diversa rispetto a quella che ho provato,
poveramente, a definire.

Uscivamo allora, infatti, da una fase lunga di movimento
?antiburocratico?, di culto della ?democrazia assembleare?, di occupazione
della vita quotidiana da parte della militanza politica per ampi settori
della mia e sua generazione.

Il crearsi, nel corso del maggio rampante italiano, di una generazione
politica che aveva elaborato una critica radicale della politica come
attività specialistica, aveva determinato una sorta di furore moralista
con un corollario, a volte divertente, a volte fastidioso, di affermazioni
del tipo ?il personale è politico? ecc?.

Il trucco, senza togliere alcunché alla generosità di quell?avventura e
senza alcun rinnegamento, c?era e si sarebbe visto. Quel modello di vita e
di militanza era possibile solo in una fase di crisi profonda
dell?ordinamento sociale dominante, e coinvolgeva in primo luogo e, per
certi versi, quasi esclusivamente giovani con a disposizione molte energie
e molto tempo libero.

Col rifluire dei movimenti degli anni ?70, il privato, inteso, in primo
luogo, come necessità di garantirsi reddito ma anche come ripiegamento
rispetto a pratiche collettive sovente totalizzanti ha ripreso il suo
spazio. Naturalmente, a livello di grande astrazione, il privato è sempre
politico ma lo è solo indirettamente e in forma, di regola, individuale.

Inevitabilmente, ogni riflessione sull?autorganizzazione deve fare i conti
con questo dato di realtà e, soprattutto, lo deve fare la militanza
politica che non può assumere la tensione all?autorganizzazione come un a
priori ma, al contrario deve porla come prospettiva alla quale tendere e
come momento alto del conflitto sociale da valorizzare.


Orgogliosamente individualisti

L?esperienza quotidiana ci mostra, infatti, che i soggetti sociali
subalterni producono autorganizzazione non sulla base di convincimenti
precedenti all?azione ma a partire da pratiche che sono immediatamente di
rottura con gli equilibri precedenti. Scioperi selvaggi, forme di
disobbedienza civile, mobilitazioni di massa sono i contesti nei quali la
critica pratica alla gerarchia si afferma. E questa critica pratica è
l?occasione privilegiata per dare forza e visibilità alla critica
libertaria della strutturazione gerarchica delle relazioni sociali.

Vi è, infine, un aspetto della questione che merita un supplemento di
riflessione. È, a mio avviso, assolutamente sbagliato porre la proposta
anarchica come un?apologia del potere delle assemblee e della cosiddetta
democrazia diretta.

Certamente la decisione assembleare è un momento importante del conflitto
ma è assolutamente evidente che si tratta di sedi nelle quali possono
affermarsi relazioni di potere fondate sul carisma di leader formali ed
informali, sul potere di una maggioranza, sulla manipolazione della
volontà collettiva.

Giova a questo proposito ricordare che, dal punto di vista metodologico,
anche, e soprattutto, gli anarchici di orientamento classista e comunista,
come colui che scrive queste note, sono orgogliosamente individualisti nel
senso proprio del termine, vale a dire nel senso della difesa della
libertà del singolo anche a fronte della deliberazione assembleare,
dell?attenzione alle regole del gioco, della difesa di condizioni che
permettano una deliberazione effettivamente consapevole e condivisa.

La dimensione collettiva è effettivamente tale, dal nostro punto di vista,
solo nella misura in cui favorisce l?affermazione della pluralità delle
esperienze e di personalità autonome.

Una scommessa complessa, lo ammetto, visto che l?accelerazione della
prassi che è determinata dall?acuirsi del conflitto sociale tende a
togliere spazio alla riflessione razionale e che vi è nell?azione
conflittuale una dimensione emotiva e passionale da non sottovalutarsi ma
una scommessa che non può essere elusa se riteniamo effettivamente
significativa una proposta comunista e libertaria i cui due termini non si
neghino a vicenda.


Cosimo Scarinzi

Da A - Rivista Anarchica, no.313 (dic 2005-gen 2006)

_______________________________________________
A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
http://ainfos.ca/cgi-bin/mailman/listinfo/a-infos-it


A-Infos Information Center