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(it) Umanità Nova, n.6: Il ritorno di Bolkestein. Compromes so bipartisan sulla liberalizzazione dei servizi

Date Thu, 23 Feb 2006 09:58:26 +0100 (CET)


La direttiva Bolkestein è arrivata ad un passaggio cruciale. Il 16
febbraio è previsto il voto dell'Europarlamento al termine del percorso di
prima lettura della contestatissima direttiva comunitaria, proposta oltre
due anni fa dalla Commissione presieduta da Prodi. Dopo il voto, il
progetto verrà trasmesso al Consiglio d'Europa, vagliato da ministri e
Commissione, infine tornerà all'Europarlamento per il voto finale, tra
circa un annetto. Vale la pena fare il punto della situazione e capire in
quale contesto si colloca la direttiva Bolkestein, riveduta e corretta.
Come tutti sicuramente ricordano, il punto più contestato della direttiva
era l'art. 16, laddove si stabiliva il principio del "paese d'origine" per
la prestazione di servizi, da parte di un'impresa, al di fuori del paese
di appartenenza. In pratica, qualunque impresa di servizi (in particolare
quelle dei paesi dell'est europeo appena entrati in Europa) poteva fornire
prestazioni negli altri paesi della comunità, applicando ai propri
lavoratori le normative, i salari e gli orari del proprio paese.
Viceversa, qualunque impresa (in particolare quelle dell'ovest "avanzato")
poteva avvalersi dei servizi sottocosto di imprese localizzate in altri
paesi dell'Unione. Si trattava di una grande legalizzazione di "dumping
sociale", con la possibilità concreta di scatenare una forte concorrenza
sleale, in grado di minare la tenuta del "modello sociale europeo".

Il principio del paese d'origine è stato abolito e sostituito da un più
vago "principio di liberalizzazione dei servizi" all'interno della
Comunità Europea, che lascerà spazio a differenti interpretazioni
"nazionali" sul suo utilizzo e sulla sua applicabilità. Il nuovo articolo
16 stabilisce che "uno Stato membro dovrà assicurare libero accesso ed
esercizio di un'attività di servizio sul suo territorio", ma potrà
sottoporla a vincoli, purché rispettino i principi di non discriminazione,
proporzionalità e necessità (sicurezza pubblica, protezione della salute e
dell'ambiente). Non si potrà imporre alle imprese di avere una sede nel
Paese di attività, ottenere un'autorizzazione o documenti di identità,
sottostare a limiti di utilizzo di materiali e macchinari. Si potranno
invece imporre condizioni alla prestazione di servizi per ragioni di
sicurezza pubblica, politica sociale, protezione dei consumatori, ambiente
e salute pubblica. Ogni singolo stato nazionale potrà quindi imporre alle
aziende estere che opereranno sul proprio territorio l'applicazione della
normativa sul lavoro, compresa quella sulla contrattazione collettiva.

L'effetto di questa modifica dell'impianto originario della direttiva è
piuttosto controverso. Secondo la posizione dei padroni, la Bolkestein
risulta annacquata e stravolta, incapace di garantire i risultati
auspicati in termini di competitività e concorrenza. Le associazioni
padronali giudicano troppo chiuso e protetto il settore dei servizi e
ritengono che l'attuale normativa "sequestri" il 70% del Pil dell'Unione
Europea, impedendo una reale concorrenza che spinga verso il basso la
struttura dei costi. Da qui l'accusa di bassa competitività del sistema
produttivo europeo, nei confronti dei concorrenti americani o asiatici.
Secondo la posizione dei partiti riformisti, dei sindacati istituzionali,
della sinistra moderata, invece, la modifica della Bolkestein è
sufficiente a farla considerare accettabile, perché coniugherebbe la
difesa dei diritti con lo svecchiamento delle strutture burocratiche.
L'opposizione sociale è molto più critica: il rischio di ritornare al
principio del paese d'origine non sarebbe del tutto sventato e la vaghezza
del nuovo impianto lascerebbe ampi margini di discrezionalità per i
governi nazionali, che potrebbero riempire i vuoti della normativa a
proprio piacimento. Per le organizzazioni sindacali di base occorre
battersi per un ritiro totale della direttiva e le manifestazioni che sono
state indette a Strasburgo, in coincidenza con la discussione
all'Europarlamento, vanno in questa direzione.

In realtà per valutare appieno i termini della questione occorre partire
dalla vasta opposizione che la Bolkestein ha sollevato in modo spesso
trasversale al sistema politico ed allo schieramento dei partiti.
L'attuale compromesso nasce dalla convergenza, nell'Europarlamento, tra
partiti socialisti e popolari, intendendo ovviamente queste definizioni in
forma ampia (i popolari comprendono per esempio Forza Italia, i socialisti
includono i Ds, ecc.). Tra i più accesi oppositori della direttiva ci sono
pezzi importanti della destra sociale, come A.N., gli euroscettici, le
corporazioni professionali che certo non possono essere tacciate di
estremismo e così via. La Bolkestein è stata una delle principali cause
del fallimento del referendum francese sulla costituzione europea. Gli
stessi proponenti e sostenitori della direttiva (con in prima fila l'ala
liberal che si annida nei partiti "socialisti" come Ds e Spd) si sono resi
conto che la propria linea era probabilmente troppo "avanti" rispetto ai
tempi di maturazione del sistema socio-economico. Ne è uscita una
soluzione di compromesso, che tenta di far convivere il tradizionale
modello europeo di coesione sociale, con la necessità di modernizzare il
sistema dei servizi ed abbassare il costo di funzionamento del sistema.

È interessante notare come questo andamento "stop and go" caratterizzi
tutte le scelte strategiche dei governi europei e l'andatura complessiva
del processo di smantellamento del welfare. L'approccio graduale viene
sempre privilegiato, anche da coalizioni di diverso colore politico. Il
centro-destra italiano manovra sulle pensioni, ma con decorrenza 2008 sia
per l'allungamento dell'età che per il decollo della previdenza
integrativa. La coalizione tedesca Cdu-Csu-Spd sceglie di allungare a 67
anni l'età per la pensione, ma con decorrenza 2012 e a regime dal 2029;
intanto alza le tasse e fa salire la tensione sociale, con sindacati che
chiedono il 5% di aumento salariale e padroni che offrono l'1,2%; il
governo chiede anche un allungamento di orario dei dipendenti pubblici,
sotto il ricatto di tagli ai posti di lavoro. In Francia il governo
Villepin introduce il Cep, una legge che permette di assumere i giovani
sotto i 26 anni e di farli lavorare 2 anni in prova, con la possibilità di
licenziarli senza giusta causa al termine del biennio; la sinistra
francese scende in piazza insieme ai sindacati per respingere il
provvedimento. Invece in Italia la legge 30 non viene più attaccata
frontalmente dalla sinistra, adesso che si crede vicina alla vittoria
elettorale, perché non si può disfare tutto ciò che ha fatto Berlusconi e
bisogna tenersi buona la Confindustria per potersi dimostrare affidabili.

Lo stesso provvedimento può dunque essere visto con luce diversa, a
seconda di chi l'ha proposto per primo e del ruolo che si è costretti a
coprire. La Bolkestein in Italia era un tabù in quanto associata alla
Commissione presieduta da Prodi, ma ora che il personaggio riveste un
altro ruolo, se ne può parlare.

La nuova versione della Bolkestein si presta in effetti ad un uso più
elastico. Un'azienda polacca che decidesse di vendere in Francia i propri
servizi, per restare ad un esempio famoso, dovrebbe applicare ai propri
dipendenti salari ed orari francesi, mentre potrebbe pagare i contributi
previdenziali previsti in Polonia. Se però il famoso plombier polonaise
arrivasse a Parigi come lavoratore autonomo, potrebbe applicare la tariffa
che vuole. Da qui la paura che molti dipendenti vengano camuffati da
lavoratori autonomi, a progetto, co.co.co, ecc. per abbattere le barriere
all'entrata ed aggirare per questa via le tutele normativa previste.

Del resto un altro importante tassello sta per cadere: l'autorizzazione
all'ingresso di lavoratori provenienti dai paesi appena inclusi. Nel 2004
al momento dell'entrata dei 10 nuovi paesi nell'Unione i vecchi paesi
membri ebbero la possibilità di bloccare per i primi due anni l'ingresso
di lavoratori nel proprio territorio. Soltanto tre paesi rinunciarono a
questa clausola ed hanno visto entrare, in questo biennio, un certo numero
di ossis: Gran Bretagna (220.000), Irlanda (160.000) e Svezia (6.000).
Adesso i vecchi paesi membri possono prorogare di altri tre anni questo
blocco e lo faranno tutti, meno due: Spagna e Finlandia. Il flusso di
questi ingressi si è rivelato meno copioso del previsto, per vari motivi:
l'economia dei paesi "storici" è certo meno brillante, a livello di
crescita, dei nuovi entranti; le nicchie riservate ai lavoratori dell'est
sono sempre le più dequalificate e mal pagate; la registrazione dei
lavoratori è spesso solo una sanatoria di precedenti situazioni
clandestine. L'apertura dei mercati del lavoro non è stata quindi così
traumatica come si pensava, mentre addirittura settori del padronato
continuano a lamentare carenza di manodopera in alcuni settori (ad esempio
la Confindustria tedesca segnala 750.000 posti di lavoro vuoti, in un
paese con 5 milioni di disoccupati).

Le contraddizioni sul lavoro migrante non interessano anche la sinistra
che vive al proprio interno la dicotomia tra una generica rivendicazione
di libertà di movimento per tutte le persone ed i lavoratori attraverso le
frontiere (per sfuggire alla miseria, alla fame, alle guerre), e la
consapevolezza che un flusso incontrollato di manodopera a basso o
bassissimo costo finirebbe per mettere in serie difficoltà il segmento più
debole della propria base. La pressione sui salari e l'indebolimento
contrattuale derivante da una estensione troppo rapida dell'"esercito
industriale di riserva" non potrebbero che aumentare un livello di
precarizzazione sociale già molto avanzato.

Da qui lo sforzo di dare ogni tanto qualche colpo di freno e candidarsi
come forza ragionevole per un governo dei processi: da una parte flussi
regolati per venire incontro alle esigenze produttive delle aziende,
dall'altra progetti di integrazione per calmierare il livello di
insicurezza sociale portato dai "nuovi italiani".

Per le forze d'opposizione, i sindacati di base si tratta di una autentica
sfida a costruire nuovi insediamenti sociali. Molti esempi storici possono
venirci in soccorso: basti pensare all'unionismo industriale americano dei
primi anni del '900, alla saldatura tra vecchi e nuovi operai della Fiat
negli anni '60, alle lotte degli operai maghrebini alla Peugeot e alla
Renault, o ai lavoratori turchi in Germania negli anni '70 e '80. Battersi
contro la Bolkestein significa questo: difendere i propri diritti come
lavoratori organizzati e rivendicare gli stessi diritti per i migranti, i
nostri nuovi compagni di sfruttamento.

Renato Strumia


Da Umanità Nova, numero 6 del 19 febbraio 2006, Anno 86
http://www.ecn.org/uenne

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