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(it) Direttiva Bolkestein: Dumping sociale e sfide internazionali [en, pt]

Date Fri, 10 Feb 2006 12:46:27 +0100 (CET)


LA DIRETTIVA BOLKESTEIN: DUMPING SOCIALE E SFIDE INTERNAZIONALI
Sembra che il mondo del lavoro abbia trovato un tema su cui mobilitarsi a
livello internazionale: si tratta della Direttiva sui Servizi nel Mercato
Internazionale, altrimenti nota come Direttiva Bolkestein. La direttiva,
che vorrebbe rimuovere le barriere alla fornitura di servizi tra gli Stati
membri, viene molto spesso criticata per il suo "principio del paese di
origine". Grazie a tale principio, le compagnie che si sono registrate in
uno degli Stati dell'Unione Europea (UE) possono non solo fornire servizi
in qualsiasi Stato della UE, ma possono anche utilizzare lavoratori
erogatori di tali servizi all'estero applicando loro la legislazione del
paese in cui si sono registrate. Si teme che il mondo del business vorrà
utilizzare questa norma per trarre vantaggio dai livelli più bassi di
difesa ambientale e sindacale applicati a lavoratori che si trovano ad
operare in paesi con livelli di tutela più alti. Sembra inevitabile che si
verifichi una sorta di corsa al ribasso.


La Strategia di Lisbona e l'erosione del modello sociale

Gli interessi del capitale e quelli dei lavoratori sono destinati a
scontrarsi finché la ricerca del profitto segue la strada del business. Ma
se da un lato gli investitori, i produttori e gli imprenditori si dannano
per abbassare i costi, dall'altro i lavoratori, specialmente nei paesi in
via di "sviluppo" ed in altre aree a bassa retribuzione, si dannano per
aumentare i loro salari. I lavoratori che vivono nelle realtà più ricche
d'altra parte, sperano di mantenere i loro livelli di benessere e si
oppongono ad ogni erosione delle loro condizioni di vita.

Quanto più si indebolisce l'opzione di distruzione del capitalismo, ormai
proposta da sempre meno persone, tanto più povero di scelte ci appare lo
scenario che abbiamo davanti, e ciascuna scelta poi presagisce numerosi ed
inevitabili problemi. C'è chi ci propone il protezionismo nazionalista ed
un alto livello di controllo statale nell'economia, ma questa soluzione
spesso non considera il fatto che certi livelli gli assetti capitalistici
sono stati raggiunti nel corso di decenni - persino secoli- di
sistematico uso del capitale, di imperialismo economico, di sfruttamento
economico ed ambientale. Altri abbracciano la globalizzazione nella sua
inevitabilità e ci spingono a rispondere alla sue sfide diventando
"competitivi". E poi ci sono quelli che non rinunciano a bordeggiare, che
vogliono trovare una soluzione intermedia, facendo dei passi verso la
competizione globale, pur mantenendo un alto livello di protezionismo che
metta al riparo lo Stato (ed ancor più le compagnie) da qualsiasi
rivoluzione sociale.

E' in questo contesto che l'UE, dominata da alcuni dei paesi più ricchi
del mondo, si confronta non solo con la realtà economica e politica del
mondo globalizzato, ma anche con una popolazione in crescita proprio
all'interno dei suoi confini (in seguito all'allargamento, ndt).

Questi governi legati al "modello sociale" sono nei fatti protagonisti di
una sorta di commedia delle ambiguità, per cui -nonostante il pluralismo
diffuso nella UE- si sono da tempo impegnati nell'erosione di questo
modello in nome di maggiore competizione per maggiori profitti.

L'Agenda di Lisbona era un piano pensato per modificare il futuro della
forza lavoro europea e se ne è discusso per un certo periodo di tempo, ma
il movimento operaio e la sinistra non hanno capito quello che stava
accadendo, anzi in alcuni casi la vedevano con favore.(1) E ciò è dovuto
all'ambiguità seducente del linguaggio usato dal capitalismo, per cui
vediamo i periodi di disoccupazione trasformati in attraenti "interruzioni
di carriera", i traslochi per raggiungere un nuovo lavoro spacciati per
"libertà". Linguaggio capitalistico per il quale la flessibilità del
lavoro è necessaria per "creare lavori" e "la concertazione sociale"
significa che verrà negoziata con i dirigenti sindacali sia la lenta
erosione delle condizioni di lavoro sia la produzione di una legislazione
per la "protezione dei lavoratori" che li proteggerà da certi pericoli
-escluso ovviamente quello di scivolare inevitabilmente nella lotta
globale per la sopravvivenza competitiva.


Bolkestein

Se il linguaggio usato nell'Agenda di Lisbona era troppo fuorviante per
suscitare allarme, diversa sorte è toccata alla Direttiva Bolkestein che
invece ha sollevato l'attenzione della gente. Ci sono state proteste di
massa e perdura una campagna di massa in molti paesi europei.

Sfortunatamente, il dibattito ha preso a volte una piega xenofoba o toni
protezionistici, come la storiella famosa dell'"idraulico polacco",
collegando l'allargamento della UE con la Direttiva stessa. Il che ci
porta ad una serie di problemi, vale a dire a cosa si può proporre in
alternativa e come l'UE senza la Direttiva potrebbe risolvere le
disuguaglianze nel mondo nel lavoro.

Il primo aspetto della Direttiva Bolkestein riguarda la libertà di
registrazione delle imprese. In verità si tratta di un obiettivo che il
mondo economico ha raggiunto già da 30 anni, ma che è diventata una realtà
limitata con l'adozione della forma di registrazione delle Compagnie
Europee (SE) nel 2004. Con la SE, una compagnia registrata ed attiva in un
altro paese (in cui ha una sua effettiva sede fisica), può cambiare luogo
di attività senza liquidare la compagnia originaria e ri-registrarsi
altrove. Questa norma comporta molti limiti, compresi limiti di capitale,
per cui non si applica alla maggior parte delle imprese in proprio (come
il nostro idraulico), sulle quali gravano anche restrizioni riguardo il
riconoscimento delle qualifiche professionali, ecc.

Ad ogni modo, è il principio del paese di origine che presenta vantaggi
potenziali, dal momento che permetterebbe agli imprenditori di evitare
quegli antipatici lacciuoli mangia-profitti, come ad esempio i minimi
salariali.

I proponenti la Direttiva si precipitano ovviamente a sottolineare che un
paese può ricorrere a numerose deroghe. Gli articoli 17 e 19 (dopo aver
concesso ai governi la facoltà di esenzioni in settori come le poste ed
altri servizi) permette ai governi di ricorrere a deroghe per ragioni
cogenti di benessere collettivo, di pubblica sicurezza, di politiche
sociali o di preoccupazioni ambientali. In altre parole, queste "libertà"
economiche possono essere (e lo saranno) regolamentate in modo selettivo
dai singoli Stati membri.

Questo non significa che i governi useranno il potere di deroga, sebbene
ciò sia molto probabile specialmente in quelle aree con forti tendenze
protezionistiche o con forti e combattive organizzazioni sindacali.

Tali misure, comunque, non offrono alcuna soluzione al problema di base
della disparità salariale, sia a livello globale che a livello europeo.

Coloro i quali propongono la Bolkestein mettono in rilievo pure che uno
degli assunti della Direttiva è che ci sarà una certa armonizzazione nelle
aree strategiche dell'UE. In altre parole, si sostiene che se si
armonizzano gli standards in certe aree, il principio del paese di origine
non potrà allora essere usato come uno strumento per trarre vantaggi da
standards più bassi. Il fatto è che non si è intavolato nessun percorso
per una vera armonizzazione di molti aspetti critici; se ne parla invece
sempre più spesso rispetto alla raccolta del debito, alla protezione del
consumatore, al controllo degli standards e dell'assistenza. Ed anche se
in quest'ultimo caso, ci si possa intravedere una sorta di salvaguardia,
l'esperienza dell'UE ha dimostrato che l'armonizzazione può realmente
portare a standards più bassi in certi paesi (2).

La sola area in cui si potrebbe verificare un mutamento rivoluzionario è
l'area dell'armonizzazione salariale -ad esempio, un congruo salario
minimo europeo e minimi industriali. (La ragione per cui un salario minimo
europeo non rappresenta in sé una soluzione e perché i minimi industriali
non verrebbero applicati sta nel fatto che, per esempio, attualmente già
ci sono infermiere professionali ed assistenti odontotecnici polacchi che
lavorano nel New England per un salario minimo, il quale non incide sui
minimi industriali, ma è indice di alto sfruttamento e sta già provocando
un impoverimento dei salari). Tuttavia il salario minimo non diventerà mai
una proposta avanzata dagli Eurocrati, né ci si può aspettare che venga
fatto proprio da certi settori sindacali che invece già mettono le mani
avanti dicendo che saranno costretti a negoziare standards più bassi o,
per certi lavoratori delle fasce meno retribuite, a rimuovere proprio
quegli incentivi che li porterebbe poi ad essere licenziati.

Ci si domanda allora quali sono le soluzioni proposte? Un mercato del
lavoro dell'immigrazione controllata sarebbe la soluzione di rigore, però
si tratta non solo di una soluzione parziale ma anche di una violazione
fondamentale al principio della libertà di movimento. Credo che sia una
soluzione parziale in quanto ci sentiamo continuamente dire quanto "il
paese X abbia bisogno di manodopera qualificata" o "non abbia bisogno" di
qualcos'altro; l'altro aspetto della questione riflette le relazioni di
potere che consentono ai paesi più ricchi di potersi permettere lavoratori
qualificati come dottori ed ingegneri mentre nei paesi più poveri si
verifica una fuga di cervelli. Infine, l'emigrazione delle eccellenze e la
mancanza di progressi sul piano salariale e delle condizioni di vita
potrebbero esacerbare il problema in alcuni paesi.

Molti attivisti anti-Bolkestein tacciono su questo problema. Come è
accaduto per il movimento anti-globalizzazione degli inizi, essi sperano
di costruire una coalizione con ampi segmenti di oppositori e in verità ci
sono riusciti. Mentre gli appelli per "la protezione" del lavoro possono
apparire alquanto nobili, mi piacerebbe sapere chi o cosa dovrebbe farsi
carico di essere la forza protettrice (sebbene possa già io immaginare che
ci si aspetta sia lo Stato). Ma mi piacerebbe anche sapere qual è il
modello sociale che si vorrebbe proteggere? Alzando gli standards
lavorativi e livellando i salari reali in tutta l'UE, oppure chiudendo il
mercato del lavoro e dei servizi agli stranieri? O ci si aspetta che i
governi attuino misure tali da costringere il capitalismo dell'UE a tenere
alto il costo del lavoro?


Una prospettiva radicale

Quando ci rendiamo conto che un'iniziativa rappresenta una minaccia per le
condizioni del lavoratore medio, noi dovremmo attaccarla fosse solo per il
fatto che ogni concessione fatta al capitalismo costituisce un ulteriore
consolidamento del suo potere. Per cui è perfettamente naturale
mobilitarsi intorno a slogan tipo "Stop alla Bolkestein", ma -come accade
per la maggior parte delle campagne monotematiche- anche se si vincesse,
sarebbe una vittoria limitata poiché siamo solo riusciti a prevenire un
peggioramento del problema, senza però riuscire a rimuoverlo. Inoltre, è
più che evidente che se la Direttiva cade, verrà fuori qualcos'altro che
cercherà di perseguire gli stessi scopi della Bolkestein. Questo mio
argomentare può apparire piuttosto cinico, eppure lungi da me intenti
disfattisti, intendo solo lanciare un appello perché ci si avvicini ad una
visione più ampia della questione.

Tra le file dei contestatori della Direttiva, si possono spesso incontrare
persino attivisti radicali che chiedono "protezione" e "diritti", il che
rimanda all'assunto per cui ci deve essere un'entità, sia essa lo
stato-nazione oppure un'istituzione sovranazionale, la quale svolga un
ruolo regolatore per il bene della società, al di sopra degli interessi
del capitale. Tale illusione mostra sempre di più il suo aspetto
spaventosamente ingenuo; gli interessi della finanza e del capitale sono
fermamente difesi all'interno dei governi. I momenti in cui lo Stato fa la
parte del protettore sociale sono solo momenti di propaganda finanziati
con i fondi pubblici finanziati col nostro lavoro ed i nostri guadagni, e
l'opposizione all'abbassamento dei livelli può solo sorgere in relazione
alla forza ed al benessere della società; in questo, alcuni stati-nazione
sono in netto svantaggio nello spettacolo noto come "tutela dei propri
soggetti".

Molti a sinistra prefigurano una transizione dello stato da forza di
mediazione e di sostenitore del capitale a soggetto che assicura e tutela
il sociale. E se ciò può essere considerato (discutibilmente) una sorta di
miglioramento del ruolo dello Stato, resta pur sempre la prospettiva di
liquidare lo Stato per sostituirlo con l'autogoverno dei lavoratori e con
il federalismo su basi internazionali. Il principio ispiratore, la
creazione di una società libertaria, presuppone vari passi per
l'eliminazione della deprivazione e della disparità materiale, e,
soprattutto, per l'eliminazione della cause della disuguaglianza. Non è
possibile nel poco spazio di questo articolo esplorare la struttura
necessaria alla creazione di una società libertaria, ma siamo convinti di
questo: che la chiave per la creazione di una società futura socialmente
egualitaria sta nella liquidazione del potere dello Stato e del capitale.

La sfida che il movimento operaio internazionale (o europeo in questo caso
particolare) deve lanciare non è quella di esercitare pressioni per avere
vuote promesse da parte di politici menzogneri e nemmeno quella di
sbarazzarsi della Direttiva, ma è quella di sperimentare nuove forme di
mobilitazione.

Piuttosto che sfilare in manifestazioni preordinate al pari di una massa
orchestrata, vorremmo che i lavoratori sperimentassero un senso di
auto-attività e di collegamento. Non crediamo che la sfida da lanciare sia
quella di mandare i leaders sindacali a trattare con lo Stato ed i
funzionari della UE, oppure addirittura tra di loro, crediamo invece che
la vera sfida sia che i lavoratori organizzati alla base decidano su una
strategia di attività e su un'organizzazione orizzontale, cosa esattamente
opposta alla semplice partecipazione dal basso in un movimento
verticistico quale soggetto protetto. E' necessario che inizi una
discussione su grande scala sulle possibilità di coordinamenti di base
internazionali e sulle possibilità di azione diretta con uno sguardo verso
l'organizzazione libertaria e le possibilità rivoluzionarie.

Con ciò, invitiamo le persone e le organizzazioni che condividono quanto
sopra ad opporsi alla Bolkestein da una prospettiva più radicale per
promuovere una visione rivoluzionaria dell'auto-organizzazione e
dell'autogestione all'interno di questa campagna. Non basta fermare la
Bolkestein. E non basta nemmeno fermare il capitalismo.

di Laure Akai
(Federacja Anarchistyczna Warszawa - Praga)

Editoriale di Anarkismo.net
http://www.anarkismo.net/newswire.php?story_id=2295

Traduzione a cura di FdCA Ufficio relazioni internazionali

NOTE

1. I ministri del lavoro sostengono che la flessibilità lavorativa possa
co-esistere insieme ad alti livelli di tutela sociale. Alcuni leader
sindacali sembrano aver tragicamente frainteso il testo dell'Agenda,
credendo che si tratti veramente di una strategia per preservare il
modello sociale. Giusto l'anno scorso il Guardian pubblicò un articolo
sull'Agenda di Lisbona in cui sindacalisti come John Monks della CES
dicevano che "avevano fatto bene a far resuscitare l'Agenda giusto una
settimana dopo che tutti avevano pensato che l'Europa fosse morta". Per
costoro, l'attuazione della strategia sembra sia ancora in questione. "La
Strategia di Lisbona deve esser attuata in un modo che sia economicamente,
socialmente ed ecologicamente bilanciata".

2. Ci sono numerosi esempi al riguardo, ma ci vengono in mente gli
standards sul cibo. E' possibile vedere come in certe aree della Polonia
in cui si produce cibo, gli standards dell'UE adottati erano a volte al di
sotto di quelli locali, specialmente in termini di quantità di additivi
possibili al cibo.



Da: Federazione dei Comunisti Anarchici <fdca@fdca.it>

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