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(it) Umanità Nova, n.13: Noi e la Francia. Tra apatia e riv olta

Date Wed, 12 Apr 2006 11:20:52 +0200 (CEST)


Le piazze di Francia si riempiono di manifestanti, studenti e lavoratori,
contro l'introduzione di una normativa che sancisce per legge la
precarietà, l'ormai famoso CPE, contratto di primo impiego per giovani
sotto i ventisei anni, di durata biennale, durante il quale si può essere
licenziati senza giusta causa; il contratto alla sua scadenza è
rinnovabile per un altro biennio e così via fino ai ventisei anni. Il
governo francese e tutti i cantori della precarietà vendono il CPE come
necessaria e improcrastinabile risposta alla disoccupazione giovanile di
massa: i giovani non trovano lavoro perché le aziende, pur bisognose di
manodopera, non assumono a causa dei troppi vincoli della legislazione sul
lavoro. In realtà, in Francia esiste già il contratto di nuovo impiego
(CNE), che prevede un periodo di prova di due anni, prima della
stabilizzazione: questo contratto non si sarebbe dimostrato adeguato a por
rimedio alla disoccupazione giovanile e da qui la necessaria adozione del
CPE. Risposta della società francese: occupazione di università e licei,
piazze riempite da manifestazioni a ripetizione.

E da noi che succede? Quale è lo stato del conflitto sociale nel paese del
pacchetto Treu (di sinistra ? legge 196/97) che introdusse lavoro
interinale e co.co.co. e della legge Biagi (di destra ? legge 30/03) con
la sua flessibilità selvaggia?

Se si dovesse fare un semplice confronto e dire che i giovani francesi si
ribellano alla precarietà, mentre i giovani italiani no, si commetterebbe
un errore, perché le due società, quella italiana e quella francese hanno
loro peculiarità che rende impossibile avvicinarle. Soprattutto la
coscienza del significato della cittadinanza è molto diverso. Questo
attiene alla storia dei due paesi, a come le istituzioni si sono andate
formando, al valore dato sia alle istituzioni che all'individuo.
Indipendentemente dai partiti e dai sindacati, la società francese a
tratti è capace di grandi mobilitazioni, trascinando dietro di sé appunto
partiti e sindacati, quando ritiene leso un principio basilare, cioè che
il governo non può fare tutto quel che vuole dei cittadini. La dinamica
conflittuale tra potere/governo e società è fisiologica e normale là dove
sia le istituzioni che la società civile sono forti, hanno una loro
identità ben definita, possono quindi scontrarsi e battersi ad armi pari,
sono soggetti autonomi. Lo scontro può essere molto duro, ma in gioco non
c'è l'abolizione del governo, al massimo la sua sostituzione.

Al tempo stesso, le manifestazioni di questi giorni hanno dimostrato che
liceali ed universitari francesi non sono solo bianchi e di buona
famiglia, né che gli unici giovani che in Francia scendono in strada
vengono dalle periferie. Negli anni, giocoforza, le istituzioni
scolastiche sono state il luogo dove un tentativo di integrazione c'è
stato tra i tanti colori della pelle dei francesi, perché dobbiamo
ricordare che di cittadini francesi si tratta e non di immigrati quando
pensiamo a molti giovani magrebini o provenienti dall'Africa nera, tutti
dalle delle ex colonie come origini dei bisnonni, nonni o dei genitori, ma
nati in Francia.

Va poi detto che per i due motivi appena citati, la Francia quasi al
completo si mise di traverso quando Le Pen e il suo Fronte Nazionale
arrivarono addirittura al ballottaggio per le presidenziali proprio contro
Chirac, né una formazione politica come il Fronte Nazionale, chiaramente
fascista, ha ottenuto alcun sdoganamento da parte delle altre forze
politiche, men che meno di destra. L'antifascismo è fortemente radicato
sia a livello popolare che istituzionale ed ha motivazioni certo
nazionaliste, per la destra di matrice gollista, ma è come se ci fossero,
in Francia, dei limiti che non si devono superare: e allearsi con i
fascisti è una cosa che non si fa, neppure per vincere le elezioni. Vichy
resta una macchia nella storia francese, non c'è revisionismo che tenga.

Paese cattolicissimo, la Francia è a livello istituzionale radicalmente
laica. Vuoi per tradizione che affonda le radici nella storia
(l'Illuminismo, la Rivoluzione, ecc.); vuoi per nazionalismo (il papa è
pur sempre un capo di stato estero), vuoi perché la composizione della
società richiede che le istituzioni siano laiche se si vuole mantenere un
minimo di coesione sociale.

Guardando in casa nostra, vedo assuefazione e conformismo all'essere furbi
e mancanza di senso della giustizia e della solidarietà; vedo assuefazione
ad essere governati da fascisti; vedo accettazione supina dei diktat
clericali. Vedo una società in-civile priva di sogni comuni, apatica,
indifferente. Questo è un paese dal tessuto democratico e sociale debole,
che può facilmente strapparsi, slabbrarsi, sfilacciarsi. Nell'assenza di
ogni discorso che ha per orizzonte la classe, resta la cittadinanza come
categoria che permette di articolare un discorso politico all'altezza
della contemporaneità.

Ma qui si sconta tutto il deficit di laicità e di educazione alla libertà
di questo paese, tutta la sua storia di fascismo, clericalismo, di
ineluttabile soggezione ai padroni vecchi e nuovi (esiste ancora la
questione meridionale?), di padroni sempre pronti a farsi assistere dallo
stato e a foraggiare le organizzazioni politiche più retrive, un paese che
ha visto stragi insanguinarlo senza che fossero puniti mandanti ed
esecutori, un paese di servitù militari e basi NATO da cui si può
decollare per bombardare chicchessia.

Il processo di avvicinamento di un sempre maggior numero di persone alle
decisioni sul proprio futuro avviatosi negli anni '60-'70 è stato con
violenza interrotto in questo paese. La ferita, la cesura, è netta. L'onda
lunga della controrivoluzione ancora si fa sentire. Mi pare
imprescindibile ripartire da qui per ogni discorso che pretenda di avere
un qualche spessore politico.

Simone Bisacca


Da Umanità Nova, numero 13 del 9 aprile 2006, Anno 86
http://www.ecn.org/uenne

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