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(it) Umanità Nova, n.30: FAI: i nostri primi 60 anni. Tra m emoria e futuro

Date Fri, 30 Sep 2005 10:37:06 +0200 (CEST)


È stata davvero interessante questa giornata di studi, tenutasi a Reggio
Emilia il 18 settembre, su "I primi sessant'anni della Federazione
Anarchica Italiana". Una bella iniziativa, organizzata, molto bene come al
solito, dai compagni della Federazione Anarchica Reggiana e dal Gruppo
"Fratelli Cervi" della Val d'Enza, e coronata dalla partecipazione di più
di un centinaio di presenti giunti un po' da tutta Italia. Una bella
iniziativa perché ha permesso di aggiungere, come frutto di un serio ed
approfondito lavoro di ricerca, un altro importante tassello alla
ricostruzione di un importante periodo della storia della Federazione.
Da tempo, con risultati molto positivi, si è risvegliato l'interesse per
la ricerca storica sulle forme organizzative dell'anarchismo di lingua
italiana di questo secondo dopoguerra e ne sono testimonianza anche i due
corposi lavori usciti quest'anno, per i tipi delle Edizioni Zero in
condotta di Milano: di Antonio Cardella e Ludovico Fenech, Anni senza
tregua. La Fai dal 1970 al 1980 e, di Giorgio Sacchetti, Senza frontiere.
Pensiero e azione dell'anarchico Umberto Marzocchi (1900-1986). Due opere
che hanno sicuramente stimolato, ne siamo certi, anche la promozione
dell'iniziativa di cui stiamo parlando.

Come si sa, sia per esperienza diretta che per "trasmissione orale", la
vita della Federazione, nella sua esemplare capacità di rappresentare gran
parte delle vicende dell'anarchismo di casa nostra, ha vissuto momenti di
grande intensità e complessità, attraversando le vicende politiche e
sociali più importanti del paese. Vita collettiva di una Federazione
sempre ben presente e rappresentata a livello nazionale, ma anche vite
individuali, irripetibili nelle loro ricche e avventurose esperienze, che
nel loro insieme hanno contribuito a caratterizzarne la storia. Ed è
proprio da alcune di queste vite individuali, da queste biografie
interpretabili come "nessi fra iniziative personali e necessità sociali",
che ha avuto inizio il Convegno, con gli interventi di Massimo Ortalli su
Mario Mantovani, di Paolo Finzi su Alfonso Failla e di Giorgio Sacchetti
su Umberto Marzocchi (questo, a tratti, a due voci per gli apprezzati
interventi di Adria Marzocchi dal pubblico).

Ricomponendo i momenti più significativi delle loro esistenze, quelli
pubblici come quelli "privati", i tre relatori hanno così ricostruito
dall'interno, e spesso con grande partecipazione, non solo un quadro
militante veramente straordinario nella eccezionalità delle vicende
vissute dai tre anarchici, ma anche il processo di maturazione che portò
alla costituzione della Fai al Congresso di Carrara del 1945 e al
successivo e spesso "tribolato" lavoro federativo. Processo di maturazione
rivisitato non solo come momento dialettico in senso strettamente
politico, ma anche come frutto del continuo confronto personale che faceva
colloquiare questi compagni pressoché quotidianamente.

Del resto, come ha ben evidenziato Marco Rossi (Dall'antifascismo alla
Resistenza) la Fai, almeno come sigla ma sicuramente anche come
ispirazione, non nasce nel 1945 ma precedentemente, già nei primi anni
quaranta, allorché le numerose attività clandestine e combattenti degli
anarchici si richiamano a una Federazione, ispirata, nel nome, anche alla
Fai iberica.

Dalla Resistenza, valutata in tutta la sua importanza etica e politica da
Marco Rossi, si passa poi alla ricostruzione e al lungo periodo di
assestamento organizzativo della Federazione. Ne ha parlato, con la
precisione che gli conosciamo, Italino Rossi (Dalla costituzione della Fai
al 1965), che ha dimostrato come gli "incidenti di percorso" rappresentati
dalla formazione dei Gaap e dalla scissione dei Gia non furono altro che
la conseguenza di una mancato processo di chiarificazione iniziale fra
l'anima organizzatrice e quella antiorganizzatrice dell'anarchismo
italiano. Solo nel 1965, con la separazione anche fisica fra le due anime,
la Fai troverà una struttura organizzativa adeguata ai suoi postulati.

Degli anni cruciali, per la "rinascita" complessiva dell'anarchismo
italiano, ha approfonditamente parlato Franco Schirone (Gli anarchici nel
'68). Percorrendo la storia della Federazione anarchica giovanile
italiana, si è ricostruita la situazione sociale, complicata e per tanti
aspetti
entusiasmante, che vide il nascere di un nuovo spirito, antiautoritario e
libertario nella gioventù italiana. Spirito manifestatosi dapprima nei
movimenti beat e provo e, successivamente, in quelli che dettero vita alla
grande e fruttifera stagione della "contestazione globale". Molti furono
gli incontri, e anche gli scontri, fra queste due espressioni
dell'insoddisfazione e della voglia di cambiamento di quegli anni, tutti
qui accuratamente ripercorsi.

Successivamente Ludovico Fenech (La Fai negli anni '70) ha ripercorso, in
certi momenti con personale commozione, le ricche e spesso travagliate
vicende vissute dalla Federazione in un decennio cruciale per la storia
del Paese. Da una parte i mutamenti epocali nel ciclo economico che
richiedevano un'attenzione particolare, dall'altra la radicalizzazione
dello scontro politico con la diffusione del fenomeno lottarmatista che
interessava anche il movimento anarchico. In mezzo una Federazione alla
prese con i soliti problemi organizzativi interni, questa volta si tratta
dei neopiattaformisti, e concentrata sul dibattito sul ruolo del movimento
operaio e sulla valenza della lotta di classe. Ma anche capace, spesso, di
dare risposte convincenti alle domande che nascevano dalla società.

Oggi di quello che ha percorso quegli anni non è rimasto quasi nulla, ma
c'è ancora una Federazione in grado di cogliere, e rispondere, alle mille
domande che le nuove emergenze sociali pongono sul tappeto. Ne ha parlato,
con la consueta lucidità, Massimo Varengo (L'attualità della Fai) il
quale, a differenza di chi lo ha preceduto, ha parlato non del passato, ma
del futuro della Fai, di questa organizzazione rivoluzionaria,
antimilitarista e internazionalista. "Siamo ancora in piedi" ha affermato
e "dobbiamo saper dare risposte concrete e offrire proposte convincenti".
Nella consapevolezza che il processo di demonizzazione e ghettizzazione
che ci vorrebbe coinvolti, e al quale in troppi collaborano più o meno
consciamente, vorrebbe impedire che i movimenti di opposizione vengano
influenzati, anche nel presente come fu nel passato, dagli anarchici. Ma
la Fai, mantenendo intatti i propri postulati rivoluzionari, saprà
svolgere, ancora una volta, il suo ruolo.

In questa giornata dedicata alla Fai non poteva mancare il ricordo,
espresso con commozione dal compagno-tipografo Donato Landini, di Alfonso
Nicolazzi, un altro compagno che ha interpretato la propria esistenza alla
luce di un impegno militante, umano e sociale, che ha trovato compiuta
espressione nella vita federativa. Sapendo che non avrebbe mai mancato a
questo appuntamento, penso che la qualità delle relazioni sia il miglior
omaggio che potessimo rendergli.

Massimo Ortalli


Da Umanità Nova, numero 30 del 25 settembre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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