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(it) Sicilia Libertaria: Analisi - Per un?alternativa radicale al progetto capitalista. Gli ana rchici e le privatizzazioni

Date Fri, 9 Sep 2005 15:20:44 +0200 (CEST)


Qual è il pensiero degli anarchici riguardo alla gestione dei servizi di
utilità sociale? è questa una domanda che si trascina, con risposte mai
definitive, fin dai tempi della Prima Internazionale. A livello teorico e
anche pratico sono sostanzialmente emerse in cent?anni di storia due
soluzioni fondamentali, legate ad altrettanti modelli di riorganizzazione
politica ed economica della società. Vi è il modello comunalista, che vede
nel libero comune - con le sue assemblee permanenti - il fulcro della
gestione collettiva affidata a tutti i cittadini (anche attraverso loro
mandatari), e vi è il modello sindacalista che consegna la gestione dei
servizi alle organizzazioni dei lavoratori dei singoli settori, sotto il
diretto controllo popolare. Ognuno di questi due modelli ha avuto diverse
varianti, più o meno efficaci, più o meno estese e radicali, secondo i
luoghi e le epoche; e sovente essi si sono intrecciati.

Qual è oggi il modello che più si adatta al nostro tempo? Quali
aggiornamenti esso richiede? A questa domanda è necessario cominciare a
dare una risposta che si nutra d?intelligenza critica dell?attuale
situazione economico-sociale e di sperimentazione sul campo.

Non si tratta di un?aspirazione platonica. Le nostre lotte devono imparare
ad ancorarsi e a dar senso ad una visione complessiva di ricostruzione
sociale che sia fondata sui principi anarchici dell?autoliberazione umana
e
dell?autogoverno.


La mercificazione del bene collettivo

Ciò finora in qualche misura è già avvenuto, ma l?indeterminatezza
dell?obbiettivo ha consentito qualche confusione e qualche equivoco di
troppo (nel senso della partecipazione "democratica", delegata ed
autodelegata; del ricorso all?intervento politico "dallíalto";
dell?eccessivo intellettualismo e tecnicismo nelle proposte e nei rimedi),
e soprattutto ha penalizzato la soluzione anarchica di fronte a quelle di
marca filoistituzionale.

Il capitalismo globalizzato punta, nelle sue forme più estreme e selvagge,
a privatizzare tutti quelli che precedentemente erano considerati servizi
pubblici essenziali o beni comuni o diritti fondamentali, come l?acqua e
l?energia, la raccolta e il trattamento dei rifiuti, i trasporti, la
sanità, l?istruzione, ecc.; ma anche, nelle sue forme più moderate, a
"pubblicizzare" o "ripubblicizzare" quegli stessi servizi, e più spesso ad
adottare formule miste pubblico-privato (talvolta con la contribuzione a
fondo perduto degli enti locali e dello Stato), salvaguardando l?essenza
stessa del processo privatistico: la mercificazione del bene, la
remunerabilità del servizio, la selezione e riduzione dei fruitori. Lotte
recenti appena abbozzate contro le privatizzazioni dell?acqua o della
spazzatura (queste ultime non sempre rivelatesi un buon affare per le
aziende private) hanno avuto in Sicilia e altrove un repentino e sospetto
successo con la costituzione da parte delle autorità provinciali di
società miste altamente burocratizzate, riproduzione dei carrozzoni
clientelari-mafiosi del passato, dove proliferano posti di sottogoverno
lautamente retribuiti.

Il rifiuto della privatizzazione senza una chiara alternativa, di sostanza
e di tendenza, ha favorito dunque il riemergere di aspetti del pubblico
istituzionale o statalizzato che noi da sempre combattiamo, aggravati
dalla propensione all?esclusione sociale dai servizi pubblici di fasce via
via più consistenti di popolazione.


Nuova politica di alleanze

E? questa una nuova sfida che i compagni anarchici impegnati nelle lotte
contro le privatizzazioni devono affrontare. Essa comporta la
modificazione della politica di alleanze fin qui seguita e perfino
dell?oggetto della propria partecipazione ai movimenti ("contro le
privatizzazioni ma anche contro le nuove pubblicizzazioni").

Riguardo alle alleanze, occorre ricercare nuove intese sulla base di una
specifica, palese, visione o alternativa libertaria alla quale gli
anarchici possano riferirsi costantemente. L?adozione di un minimo comune
denominatore tra forze diverse non deve più portarci ad amoreggiamenti
equivoci o a strumentalizzazioni a nostro danno né impedirci di effettuare
un?ampia opera di denuncia e di chiarificazione rispetto alle posizioni
prevalentemente filoistituzionali e riformistiche che vanno assumendo,
specialmente in questa fase, i cosiddetti movimenti antigobalizzazione.

Il che non significa abbandonare oppure ostacolare la lotta di massa. Al
contrario, sono proprio la fiducia nelle istituzioni e la produzione di
proposte anche legislative di riforma a frenare le lotte dal basso, a
tentare d?imbalsamare, calmierare, parcellizzare e ritardare la protesta
popolare.

Citiamo un esempio concreto. Finora c?eravamo cullati nellí?llusione che
fosse possibile trasformare gli A.T.O. (Ambiti Territoriali Ottimali)
idrici e gli A.T.O. rifiuti dall?interno, con modifiche statutarie, con
l?immissione di massicce dosi di "rappresentanza popolare" e facendo loro
adottare un piano di contenimento se non di riduzione delle tariffe. Tutte
cose pensate nella logica di un "deperimento progressivo" di quegli
organismi, che tuttavia, a ben vedere, potrebbe anche trasformarsi nel suo
contrario: il rafforzamento degli stessi mediante l?uso di strumenti
fasulli e ammaestrati di partecipazione popolare. Pericolo ancor più
evidente qualora le modificazioni vengano lasciate alla totale
discrezionalità degli organi dirigenti degli A.T.O., così come delle
autorità locali ai vari livelli, in assenza di un reale movimento di lotta
dal basso.


Nelle mani degli interessati

Il nostro vero ruolo, in questo caso, non dev?essere quello di suggeritori
dei mezzi (per quanto politicamente e socialmente avanzati siano) ai quali
l?autorità può ricorrere qualora monti la pressione popolare e tenti
spasmodicamente di recuperare credibilità, ma quello di determinare le
condizioni - con la lotta, con la rivolta, ma anche con progettualità e
creatività alternative - per ricondurre il processo decisionale nelle mani
dei diretti interessati e consentire loro di forgiarsi gli strumenti di
autoorganizzazione e di autogestione che ritengono più appropriati.

Punti qualificanti della nostra lotta sono insomma l?abolizione degli
A.T.O. e la gestione pubblica non istituzionale dei servizi idrici e di
raccolta e smaltimento rifiuti. Piuttosto che perdere il nostro tempo
nell?indicazione dei correttivi agli A.T.O., dovremmo dedicarci a
prospettare delle soluzioni convincenti riguardo le varie fasi per
giungere, fin d?ora in regime capitalista ma anche dopo, alla gestione dal
basso dei servizi, come riorganizzarli, come effettuare i collegamenti
territoriali, come soprattutto applicare criteri solidali e non meramente
economici (se impiegare e quali forme di fiscalità), come infine procedere
allo "scavalcamento",
all?assorbimento, all?abbattimento e all?espropriazione della
"controparte" istituzionale.

Cose che sembrano di una difficoltà stratosferica, e che invece si
rivelano di senso comune se appena ci volgiamo a tratteggiare un organismo
di gestione delle risorse idriche che abbia vita rigororosamente dal
basso: statuto, competenze territoriali, capacità tecniche, risorse
materiali e finanziarie, organi decisionali, e via dicendo. Basta prendere
le mosse da un qualsiasi servizio idrico comunale - com?era prima della
nascita degli A.T.O. - e trasformarlo in un servizio autogestito. Lo
stesso procedimento, grossomodo, potrebbe andar bene per qualsiasi altro
servizio pubblico.

Noi anarchici abbiamo degli strumenti metodologici che dovrebbero
permetterci d?impostare le nostre proposte e le nostre azioni senza
perdere di vista lo scopo finale per cui lottiamo. Solo raramente però vi
ricorriamo o lo facciamo in modo corretto, specialmente quando operiamo
all?interno dei movimenti di massa.


"Dal basso" contro "dall?alto"

Il "dal basso", ad esempio, viene spesso considerato come una opzione più
o meno conveniente - come la intendono altre forze e movimenti - non come
un principio fondamentale, quale dovrebbe essere per noi. Questo fatto è
dovuto anche ad una imprecisione terminologica che fa considerare il ?dal
basso? come contraltare e presupposto del ?dall?alto?. In realtà il
?basso? degli anarchici prende consapevolezza di sé e si autonomizza
dall??alto?, e perciò non confida nei governanti e nei politici, né - se
non in maniera del tutto provvisoria e strumentale - nelle leggi e nei
tribunali. Insomma, l?azione ?dal basso?, nella lotta contro le
privatizzazioni, esclude il ricorso a qualsiasi intervento ?dall?alto?.

Altro concetto fondante quello del ?gradualismo rivoluzionario?. Significa
che gli obbiettivi intermedi ai quali puntare devono essere strettamente
correlati al cambiamento radicale della società verso cui tendiamo. Non
possono essere considerate in tal senso ?rivoluzionarie? le proposte di
riforma di una istituzione (l?A.T.O. ad esempio), tantomeno se provenienti
da organismi partecipativi che, anziché sostituirsi di fatto o in
prospettiva alle strutture di governo, ne vengono asserviti o fagocitati.

Abbiamo detto più sopra che il nostro obiettivo, l?obiettivo della nostra
lotta, non è la pubblicizzazione o la ripubblicizzazione dei servizi, ma
la loro gestione diretta e destinazione ad un uso comune collettivo,
possibilmente gratuito. Non ci fermeremo a questo.

Nostro ulteriore obbiettivo è l?estensione dei servizi pubblici ad altre
categorie d?utilità sociale ancora sotto egida privata. Non si capisce ad
esempio perché non si debba parlare di socializzazione del pane o della
carne, cavalli di battaglia del primo socialismo, e dei cosiddetti generi
di prima necessità; perché mai tale attributo non possa essere affibbiato
a tutti quegli altri generi che il progresso civile porta oggi a
considerare come indispensabili alla vita sociale, dai frigoriferi ai
televisori, dai libri ai films, dai telefonini ai computers. Perché
l?informazione, l?arte, lo sport, il diritto alla casa, e persino quello
al ?riposo eterno?, non debbano essere equiparati alla spazzatura?

Insomma, contrariamente a quanto ci si vuole far credere, oggi appare
possibile, qualora lo volessimo, estendere il concetto di servizio
pubblico, e della gestione diretta che noi vorremmo ad esso correlata,
all?intera società. E? l?utopia della proprietà comune collettiva che
diventa realizzabile, superando le forche caudine, innalzate in passato,
della scarsità dei prodotti e delle risorse. Certo le sacche di povertà
esistono, e anzi si moltiplicano, le diseguaglianze pure, ma non possono
più essere attribuite a leggi ineluttabili dell?economia.

In conclusione, tanto più estremo appare il progetto del capitalismo
globalizzato, tanto più radicale l?alternativa fornita dall?anarchismo;
tanto più irrealizzabile si rivela l?utopia capitalista, tanto più
concreta quella anarchica.


Natale Musarra

Articolo da "Sicilia Libertaria" luglio/agosto 2005


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