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(it) Umanità Nova, n.34: La guerra del lavoro. Il capitale non ci da tregua , non diamo tregua al capitale!

Date Wed, 26 Oct 2005 11:21:38 +0200 (CEST)


Il mondo del lavoro esce da questi ultimi anni di globalizzazione sfrenata
e di governi conservatori e guerrafondai con le ossa rotte. Non è chi non
veda che il capitale è all'offensiva ovunque, non solo a livello di
aggressività bellica, di occupazione di ogni spazio di immaginario, ma
anche e con grande decisione e determinazione nello snodo del rapporto
diretto con il lavoro vivo di cui ha comunque bisogno per alimentarsi. Da
qui lo smantellamento di un apparato normativo che era stato da un lato
frutto di lotte e conquista, dall'altro addirittura il freno normativo a
più radicali rivendicazioni. Meglio: con l'introduzione di una normativa
legittimante ogni più bieca forma di sfruttamento e di precarizzazione del
lavoro, senza abrogare di fatto l'impianto del rapporto di lavoro
subordinato a tempo indeterminato, si è di fatto raggiunto lo stesso
obiettivo.

Occorre por mente al fatto che la precarizzazione del lavoro è motivata
dalla necessità di stare sul mercato quando i prezzi della manodopera
cinese o indiana sono decisamente competitivi. Il che significa che il
cosiddetto sviluppo funziona al contrario, nel senso che in paesi
capitalisticamente giovani non si danno quelle garanzie per i lavoratori
che sono state la norma, ad esempio, qui da noi. La favola quindi del
mercato che libera va rispedita al mittente. Piuttosto, lo sviluppo serve
a peggiorare, nell'attuale congiuntura, le condizioni di vita dei
lavoratori dei paesi a capitalismo maturo, cioè tutti i paesi occidentali.

Di fatto, anziché un esercito di riserva di disoccupati qui da noi, il
capitale usa come leva di ricatto contro i lavoratori occidentali le
sterminate masse di contadini inurbati dell'Asia, soprattutto della Cina o
i paesi dell'Est Europa usciti dal disastro economico umano e sociale del
socialismo reale, vero e proprio Far West dietro l'angolo. È banale dire
che il crollo dei regimi dell'Est Europa abbia permesso in questi ultimi
anni la delocalizzazione di molte attività produttive di medie dimensioni
in paesi non molto lontani e totalmente aperti al mercato senza freni.
Bisogna però riflettere sul fatto che il fenomeno non accenna a smettere e
che l'ingresso di molti paesi dell'Est Europa nell'Unione Europea non
porterà tanto facilmente ad un miglioramento delle condizioni di lavoro,
economiche e di sicurezza, dei lavoratori di quei paesi.

Qui sta tutta la drammatica ironia del fatto che la legislazione della
Unione Europea ha cessato da tempo di essere strumento di allargamento dei
diritti e sta invece funzionando al contrario, per smantellare garanzie e
sicurezze sociali conquistate dal movimento dei lavoratori in duecento
anni di lotte. Se quindi da noi l'ordinamento giuridico va in tensione
quando le norme nazionali più garantiste per i lavoratori si devono
adeguare a nuove direttive comunitarie nel segno della precarizzazione,
nei paesi da poco entrati nell'orbita dell'Unione Europea i lavoratori
conosceranno sempre e solo precarietà e poca sicurezza, spingendo quindi
anche verso il basso le condizioni qui da noi.

Di nuovo, l'allargamento del mercato crea solo rovine, di cui in effetti
il capitale si nutre per natura. Per sua natura il capitale trasforma ciò
che è vivo in qualcosa di morto. Il nemico del capitale è la vita, la vita
della natura e degli uomini. Il capitale è un produttore di disastri, di
insicurezza, di morte.

Se quindi l'allargamento del mercato svela facilmente la sua maschera di
ipocrita liberazione, occorre riflettere sul fatto che essa non trova
ancora una resistenza organizzata da parte dei lavoratori.

In occidente le lotte sociali degli ultimi anni sono state all'insegna
della difesa di quel che c'era, nel migliore dei casi; spesso, sindacati e
partiti di sinistra non hanno fatto altro che scegliere di cogestire
l'arretramento dei lavoratori e la precarizzazione delle loro condizioni.
Qui con chiarezza si è mostrata l'incapacità di costruire percorsi
condivisi di opposizione all'esistente e di spinta alla trasformazione
radicale.

Nei paesi di giovane capitalismo la situazione va dalla Cina, terribile
esempio di capitalismo a partito unico; all'Est Europa e ai tanti altri
paesi dove il controllo delle attività produttive e del lavoro spesso
passa per le mani della criminalità organizzata o dove, semplicemente, non
c'è legge e fare sindacato può costare la vita.

Per sua natura il capitale è onnivoro ed in perenne movimento. Per loro
natura i lavoratori sono in grado di opporsi al capitale solo
collettivamente. L'internazionalismo sta quindi nel dna del movimento dei
lavoratori. Ma internazionalismo significa spezzare le frontiere
artificiali che il capitale pone agli uomini, mentre il denaro e le merci
sono libere di scorrazzare per il mondo. Internazionalismo significa
stringere rapporti con i lavoratori dei paesi, delle città, dove sono
delocalizzate le attività un tempo svolte in occidente. Internazionalismo
significa sostenere anche materialmente chi opera per costruire ovunque le
organizzazioni dei lavoratori e chi lotta per ribaltare il rapporto tra
capitale e lavoro.

Alzare la testa e guardare il mondo che intorno a noi è teatro dei
disastri del capitale. Alzare la testa e mettersi a lottare non solo per
salvare quel che fu conquistato da altri qui da noi, ma per allargare gli
spazi di libertà uguaglianza solidarietà. Alzare la testa: il capitale non
dà tregua al lavoro; non diamo tregua al capitale.

Simone Bisacca


Da Umanità Nova, numero 34 del 23 ottobre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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