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(it) Comidad: Camillo Berneri - verso una teoria generale sulla provocazione di Stato?

Date Thu, 20 Oct 2005 14:33:07 +0200 (CEST)


Di seguito riportiamo la presentazione del libro di Camillo
Berneri "Lo spionaggio fascista all'estero", effettuata a
Napoli il 21 aprile in Vico Verde Monteoliveto 4, nel corso
della rassegna "Aprile antifascista all'Ateneo Libertario".
* * * * * * * * * *
Camillo Berneri: verso una teoria generale sulla provocazione di Stato?
Nell'immediato secondo dopoguerra la figura e l'opera di Camillo Berneri
furono l'oggetto della ricerca storica di due autori in particolare: Pier
Carlo Masini e Cesare Zaccaria.

Si deve soprattutto a Masini la concezione del
Berneri/riformista/in/libera/uscita, cioè del socialdemocratico
temporaneamente prestato all'anarchismo; un Berneri spesso utilizzato
anche come icona del martirologio anticomunista.

Eppure Masini e Zaccaria ebbero un percorso politico e umano opposto a
quello di Berneri, il quale, partendo da posizioni socialiste riformiste,
si era ad un certo punto decisamente orientato verso l'anarchismo. Ex
anarchico di posizioni piattaformistiche, Masini divenne prima socialista
e poi socialdemocratico.

Zaccaria invece, dal movimento anarchico, passò al Partito radicale,
divenendone un esponente di spicco.

Che i due uomini che hanno maggiormente influenzato le ricerche successive
su Berneri, abbiano poi avuto un percorso opposto al suo, è un dettaglio
da non liquidare sbrigativamente.

Questi due "bernerologi" rappresentano infatti motivazioni e istanze molto
diverse da quelle di Berneri. Nulla nella vita e nell'opera di Berneri
indica in lui un temperamento ribellistico o un'ansia di libertà
individuale, e neppure quell' "impazienza rivoluzionaria" che gli fu
attribuita dal suo ex maestro, il riformista Prampolini, come movente del
passaggio all'anarchismo.

È evidente invece che l'istanza che spinse Berneri a maturare in senso
anarchico fu un'esigenza di inequivocabilità e trasparenza della scelta
rivoluzionaria.

Senza voler offuscare l'immagine di Masini e Zaccaria, non si può altresì
non notare le loro caratteristiche ambigue.

Ovviamente qui non si nega a nessuno il sacrosanto diritto di cambiare
idea, ma Berneri abbandonò il socialismo riformistico in modo netto e
limpido, con una pubblica lettera di dimissioni, lasciando una carica di
responsabilità che gli apriva una prospettiva di carriera nel partito.

Guardando all'opera di Zaccaria, viene invece spontanea una domanda: da
quanto tempo questi era già radicale prima di lasciare definitivamente il
movimento anarchico?

Tra i temi propagandistici prediletti da Zaccaria, ufficialmente ancora
anarchico, nei testi da lui curati nell'immediato dopoguerra, non può non
colpire la presenza del controllo delle nascite, insomma: una bandiera
tipicamente radicale.

Tutta la tematica radicale del controllo delle nascite (a cui oggi si è
aggiunta la questione della fecondazione assistita) ha infatti una valenza
propagandistica decisamente anticattolica, il che può determinare in molti
la svista che si tratti di un'istanza progressistica.

In realtà non tutto ciò che è anticattolico è automaticamente
progressista, ed infatti il controllo delle nascite e le altre questioni
ad essa connesse, prospettano una rischiosa deriva tecnocratica e
tecnofascistica, ovvero un potere sui corpi esercitato dalle sedicenti
élite scientifiche.

Che un anarchico si sia fatto affascinare dalla parola "controllo",
soltanto perché inserita in un contesto che offende le orecchie clericali,
non costituisce un segno molto rassicurante.

Anche sull'autenticità dell'anarchismo di Masini, i dubbi non sono basati
su meri processi alle intenzioni.

In definitiva, la costante della vicenda politica di Masini è costituita
dal suo antistalinismo, perciò anche la sua celebrazione dell'icona
Berneri, vittima dei sicari di Stalin, appare un po' pretestuosa.
L'antistalinismo, così come l'anticattolicesimo, non può costituire di per
sé una patente di credibilità libertaria, e la deriva reazionaria dei
socialdemocratici e dei radicali lo dimostra sin troppo efficacemente.

Conosciamo ciò che hanno scritto Masini e Zaccaria su Berneri, ma
purtroppo non possiamo conoscere ciò che avrebbe potuto scrivere Berneri
su Masini e Zaccaria; eppure la loro ambiguità avrebbe costituito
sicuramente per lui un tema di riflessione.

Ebbene, per una sorta di svista, o per voluta omissione, si è scelto, da
parte della storiografia su Berneri, di ignorare il suo testo Lo
spionaggio fascista all'estero, pubblicato a Marsiglia nel 1928 e ancora
inedito in Italia.

Si è voluto vedere in questa opera berneriana un tipico opuscolo
militante, un testo datato e privo di interesse teorico generale. Eppure
Berneri l'uomo limpido, Berneri il santo - così come lo descrivevano
coloro che l'hanno conosciuto - è stato proprio colui che ha potuto
affrontare il suo opposto, cioè l'ambiguità. L'ambiguità costituisce
infatti il vero tema centrale de Lo spionaggio fascista all'estero. In
fondo cos'è una spia? Cos'è un agente infiltrato o un agente provocatore?

La rivoluzione non si è mai posta seriamente questo tema.

Stalin vedeva ovunque traditori, ma ciò era in contraddizione con la
concezione umanistica esposta nelle sue opere.

Stalin ha scritto molto sulla questione dell' "agente oggettivo", cioè del
rivoluzionario che adotta inconsapevolmente, nell'ambito di circostanze
storiche, il ruolo di portatore di interessi di classe opposti a quelli
del proletariato.

Ma si tratta di un puro artificio retorico, una pezza d'appoggio per
giustificare i processi e le accuse verso tanti comunisti. A chiunque
infatti può capitare di sbagliare e di fare oggettivamente il gioco del
nemico, e Stalin si servì di questa possibilità teorica soltanto per
colpevolizzare tanti comunisti e spingerli a confessare colpe inesistenti.

In base a quale "criterio oggettivo" si può stabilire che si è "agenti
oggettivi"? Questo Stalin non ce lo dice.

Oltretutto Stalin toglie in questo modo ogni valore alla scelta
rivoluzionaria. Per paradosso, un comunista potrebbe fare oggettivamente
il gioco del capitalismo, mentre un agente infiltrato dai capitalisti
potrebbe fare oggettivamente il gioco del comunismo. Questo paradosso non
è proposto artificiosamente da noi, ma è l'esito logico e consequenziale
della teoria dell'agente oggettivo.

In realtà, a lume di buon senso si comprende che la buona fede conta
qualcosa, si può anche sbagliare in buona fede, ma chi è in buona fede
corregge i suoi errori perché finisce per riconoscerli.

E poi Stalin non era davvero ossessionato dagli agenti oggettivi, ma da
quelli soggettivi. Probabilmente egli stesso aveva un'ambigua storia
personale di agente della Ocrana, la polizia segreta zarista.

Stalin non poté mai spiegare la questione degli agenti provocatori.

Anzi, tutto il suo pensiero rimase legato agli schemi dell'umanesimo
ottocentesco, incapace di vedere il male per il male. Egli non tratta mai
della grande zona oscura che è nella natura umana.

La provocazione e l'infiltrazione non sono semplici mandati, sono
soprattutto attitudini, abilità, mestieri e professioni, con tanto di
stipendi e rimborsi spese; in quanto tali, la provocazione e
l'infiltrazione pongono un problema intollerabile per l'umanesimo
rassicurante e facilone.

L'uomo che fa della sua finzione un vero e proprio guscio di quotidianità,
o addirittura una routine: ma è così distante da ciascuno di noi?

Berneri il santo, ma anche Berneri il gran pessimista storico ed
antropologico: egli era l'uomo adatto per addentrarsi nella zona oscura e
ambigua delle relazioni umane, quella zona in cui le persone realizzano se
stesse simulando e ingannando sistematicamente altre persone.

Era la prima volta che un pubblicista rivoluzionario affrontava
energicamente un tema come quello della provocazione/infiltrazione, sino a
quel momento trattato con imbarazzo e reticenza, o non trattato affatto.

Berneri non affrontò questo argomento in termini teorici generali, bensì
descrivendo nei dettagli - anche i più sgradevoli - una serie di casi
specifici, parlando di fatti, circostanze e personaggi. Attraverso un
procedimento induttivo, dal particolare al generale, Berneri iniziò a
mettere in evidenza in quei casi specifici un filo conduttore, che sarebbe
stato probabilmente oggetto di ulteriori riflessioni da parte sua.

Quanti altri, dopo Berneri, sarebbero stati in grado di seguire questa
strada?

Quanti altri sarebbero stati capaci, come lui, di superare l'imbarazzo,
gli atteggiamenti di superiorità e di rifiuto verso queste figure umane?

Non ci sembra che ce ne siano stati molti altri.

Troppo spesso nei compagni prevalgono quegli atteggiamenti di sussiego e
di altezzosità morale e intellettuale, che impediscono di affrontare ciò
che gli appare non degno di loro.

La lettura del testo di Berneri, l'incombere di tutte le ambigue figure da
lui descritte, ci avvisano quindi che è troppo facile - e troppo falso -
liquidare l'ossessione staliniana per le spie come se fosse una semplice
sindrome paranoide del despota assoluto. No, i provocatori e gli
infiltrati esistono, eccome. Ignazio Silone recitò tutta la vita la parte
del comunista controverso, vittima dello stalinismo, ma poi negli archivi
della CIA, aperti dopo decenni, gli storici hanno scoperto che Silone era
davvero un agente americano.

Ma come? Uno scrittore, un intellettuale può essere un agente segreto?

Se si conoscono le pagine scritte da Berneri su Curzio Malaparte, tutto
ciò non costituisce sorpresa. E non ci riferiamo soltanto a Lo spionaggio
fascista all'estero. Questo testo infatti non è isolato nella
pubblicistica berneriana, come alcuni suoi storiografi vorrebbero far
pensare.

C'è anche da considerare il famoso articolo di Berneri sul ruolo svolto
dalla provocazione massonica nella presa del potere da parte di Mussolini,
un articolo che costituì il riferimento ed il modello per un opuscolo di
Armando Borghi: Contro gli intrighi massonici nel campo rivoluzionario,
una raccolta di interventi già pubblicati su L'adunata dei refrattari.

Il Malaparte massone ed agente dell'OVRA non è un altro rispetto al
Malaparte scrittore de La pelle. Questo è un libro scritto da un abile e
dotato scrittore, ma anche da un abile e dotato provocatore. Altrettanto
si può dire per Silone e per le sue opere.

Probabilmente essi non si sentivano in contraddizione, la loro ambiguità
costituiva la loro dimensione esistenziale.

Su questi temi l'umanesimo non ci dà risposte, anzi non fa neppure domande.

La rivoluzione deve porsi il problema della provocazione, e ciò perché la
provocazione è un'attitudine umana. Ci saranno sempre persone che
aderiranno alla rivoluzione solo perché costituisce un terreno ideale per
esercitare questa attitudine.

Le polizie segrete non hanno bisogno di cercare con la lanterna i loro
uomini, li trovano fra gli esseri umani di tutti i giorni.

Ed esiste anche la provocazione come mestiere di famiglia, come eredità
familiare.

Ci sono le dinastie di agenti segreti, così come ci sono le dinastie di
medici, di professori universitari o di magistrati.

Il moralismo, in un modo o nell'altro, costituisce un blocco mentale. Le
condanne morali spesso sono utilizzabili anche come licenze morali. Basta
dire che hanno cominciato prima loro, basta invocare l'alibi della
necessità, e tutto diventa lecito.

Sulla questione della violenza, ad esempio, non sentiamo dire altro. Ma la
questione non è quella di stabilire se la violenza sia lecita o meno. Si
tratta di capire quali siano le sue dinamiche interne, sia psicologiche
che sociologiche.

Ogni gruppo che esercita violenza, determina al suo interno una selezione
attitudinale, per la quale anche il reclutamento avverrà in base alla
propensione alla violenza.

Si pratica la violenza perché è necessaria alla rivoluzione? oppure si sta
nella rivoluzione perché permette di praticare la violenza?

Vittorio Vidali ammazzava i compagni perché era uno stalinista? oppure era
diventato stalinista perché gli forniva l'occasione per ammazzare delle
persone, e per di più delle persone buone e generose?

La stessa domanda la puoi rivolgere ad un poliziotto: sei poliziotto
perché vuoi l'ordine, oppure perché ti piace esercitare fisicamente il
potere e la sopraffazione?

Lo stesso vale per la provocazione. Ogni provocatore di mestiere può
invocare un alibi morale o storico per ciò che fa, ma la provocazione può
essere anche una vocazione personale.

Il problema dell'umanità sono gli esseri umani.

L'idea guida di Berneri è che la provocazione sia circoscrivibile in
quanto riconoscibile.

Egli stesso ne fu vittima, subì un processo, anzi una serie di abusi
giudiziari dai tribunali dei paesi democratici. Tutto ciò divenne oggetto
di ricerca da parte sua, tutto ciò senza processi alle intenzioni e senza
cacce alle streghe.

Nella provocazione poliziesca e di Stato, infatti Berneri non cercava il
mostro, ma l'uomo.


Da "comidad", n.112, luglio 2005
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