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(it) Comidad: Legge finanziaria e colonialismo

Date Wed, 19 Oct 2005 14:28:05 +0200 (CEST)


È iniziato da qualche giorno il rito annuale della discussione ed
approvazione della Legge Finanziaria. Sembra ormai una scadenza
irrinunciabile, quasi un appuntamento con i cicli della natura. Eppure
questo strumento legislativo non ha nemmeno trent'anni di vita, risale
infatti alla fine degli anni '70 ed ai governi della cosiddetta Unità
Nazionale. Ciò vuol dire che per secoli i governi hanno fatto a meno di
uno strumento legislativo che oggi viene considerato indispensabile, come
se senza la Legge Finanziaria il bilancio dello Stato dovesse andare
inevitabilmente a rotoli.
L'esperienza dimostra semmai il contrario: i "sacrifici" annualmente
imposti dalla Legge Finanziaria non hanno mai bloccato il proliferare
della spesa pubblica, l'hanno semmai riqualificata in senso sempre meno
sociale, ma non l'hanno contenuta.

E' certo che la Legge Finanziaria svolge anche una funzione ideologica,
poiché essa è un modo di chiamare le classi subordinate a sacrificarsi in
nome del cosiddetto "interesse nazionale" (cioè per i privilegi delle
oligarchie). Ma anche questo non spiegherebbe del tutto l'importanza
generalmente attribuita alla Legge Finanziaria, poiché sino a pochi
decenni fa non ce n'era bisogno per ribadire le gerarchie sociali. Il
punto è che la legge Finanziaria costituisce un fattore di
autodelegittimazione e di autointerdizione per la nazione che l'adotta: è
come se ammettesse di essere irrimediabilmente votata allo sperpero e di
dover quindi porre annualmente dei limiti preventivi alla spesa pubblica.
E infatti proprio questo costituisce il senso autentico della Legge
Finanziaria, è il segno del declassamento di una nazione e della sua
collocazione tra quelli che John Stuart Mill chiamava i "popoli
minorenni", bisognosi di tutela da parte dei popoli superiori.

L'irreversibile declino economico dell'Italia risale ormai a trent'anni
fa, perciò Berlusconi ne rappresenta un effetto ed un sintomo, non una
causa. Non è Berlusconi che ci ha ridotto a Paese di infimo rango, ma è il
declassamento dell'Italia nella gerarchia delle nazioni che ci ha imposto
un Presidente del Consiglio come Berlusconi, che rappresenta il
testimonial dell'inferiorità antropologica e della sudditanza di una
nazione.

L'economia italiana ha cessato trent'anni fa di essere competitiva, da
quando l'aumento drastico dei prezzi del petrolio alla metà degli anni '70
ha ricondotto l'Italia ad una condizione di colonia, non dissimile da
quella di uno Stato sudamericano.

Quell'aumento di prezzi fu imposto dalle corporation statunitensi - anche
se attribuito dalla propaganda agli Arabi - e gelò ogni velleità di
autonomia economica di molti Paesi. Da quel momento per governi come
quello italiano non vi è stata altra politica economica possibile che
quella di contenere l'inflazione e di pagare gli interessi sul debito
pubblico. Il Italia il ritiro del governo dalla gestione dell'economia
reale è stato assoluto. La propaganda ufficiale ci ha detto che ciò era
necessario per ricondurre l'economia alle "leggi di mercato", ma la verità
storica è che erano stati proprio dei governi liberali ad avviare un
secolo fa l'intervento pubblico in economia, e ad assegnare i pubblici
servizi alla gestione diretta dello Stato. La privatizzazioni in campo
bancario e industriale e le "aziendalizzazioni" nell'ambito dei servizi
pubblici, hanno sì aumentato l'inefficienza e lo spreco, ma, in compenso,
hanno eliminato ogni possibile resistenza alle ingerenze colonialistiche.
La realtà è che il governo di un Paese colonizzato non può permettersi di
interferire nell'economia reale del proprio Paese, ma si deve limitare ad
occuparsi del proprio debito pubblico.

Comidad, Napoli 3 ottobre 2005


Da http://www.comidad.org

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