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(it) Umanità Nova, n.32: "Gli faremo un monumento". Angelo Sbardellotto e l'attentato contro Mussolini

Date Fri, 14 Oct 2005 11:16:04 +0200 (CEST)


Mel è un piacevole e antico paese immerso nel verde della Val Belluna,
dove la storia ha lasciato importanti tracce quali una necropoli
paleoveneta, il suggestivo castello di Zumelle che la leggenda vuole
costruito dai Goti, e il bel palazzo rinascimentale dove ha sede il
municipio; ma questi luoghi hanno visto anche la nascita e la giovinezza
di un cittadino, anch'egli passato alla storia, di cui per troppo tempo
era stata rimossa la memoria: Angelo Pellegrino Sbardellotto, l'anarchico
fucilato nel 1932 per aver tentato di uccidere il duce del fascismo.
Una storia, la sua, tragica come quella di altri attentatori anarchici
alla vita di Mussolini, quali Michele Schirru, anch'egli fucilato per la
stessa intenzione; Gino Lucetti, sepolto vivo nel penitenziario borbonico
di S. Stefano, tristemente noto come l'Isola del Diavolo, e il
giovanissimo Anteo Zamboni, selvaggiamente assassinato per strada a
Bologna, vittima designata di un mai chiarito complotto.

Lo spietato accanimento del regime e del suo capo è ulteriormente
dimostrato dalla decisione di tenere per sempre nascosto, dopo
l'esecuzione, il luogo della sepoltura del corpo di Sbardellotto: un gesto
contrario ad ogni principio di umanità e ragionevolezza, spiegabile forse
soltanto con quanto scritto da Camillo Berneri nel 1927: "Mussolini ha
paura. Pena di morte, prigione, tribunali fascisti, domicilio coatto,
ammonizione, diffide, arresti di massa, 'se mi uccidono vendicatemi',
ostaggi. Tutta questa restaurazione di leggi, di istituzioni giudiziarie e
poliziesche, tutto questo minacciare rappresaglie sta ad indicare la poca
sicurezza del regime".

Infatti, come ha osservato Leonardo Sciascia, "considerando che in Italia
il fascismo per pochi è stato ideologia, sistema, dottrina e per i più,
specie negli anni del quasi totale consenso, mussolinismo. Morto
Mussolini, il fascismo sarebbe crollato".

Per queste ragioni il regime fascista, dopo la pericolosa azione di
Lucetti e il presunto attentato Zamboni, nel tentativo di mettere fine
alla lunga serie di attentati, anarchici e non, che avevano messo a
repentaglio la vita del duce, il 25 novembre 1926 dello stesso anno
promulgò una "Legge per la difesa dello Stato" che introdusse la pena di
morte per gli attentatori al capo del Governo e dello Stato e per i
delitti contro lo Stato, istituendo anche il cosiddetto Tribunale
Speciale, formato con giudici appartenenti alle Forze Armate o alla
Milizia su designazione personale di Mussolini, incaricati di giudicare e
punire i reati di antifascismo.

Le condanne a morte pronunciate da questo Tribunale erano state aperte il
18 ottobre 1928, con la fucilazione dell'operaio comunista lucchese
Michele Della Maggiora, responsabile dell'uccisione di due fascisti che da
tempo lo perseguitavano; seguirono quindi altre fucilazioni contro
antifascisti slavi e le impiccagioni di insorti libici decise dal
Tribunale Speciale coloniale.

In totale, il Tribunale Speciale avrebbe comminato 42 condanne a morte,
delle quali 31 eseguite.

Esemplare, per capire la totale subordinazione e parzialità dei giudici,
resta la sentenza di morte pronunciata contro Michele Schirru in cui si
affermava: "Chi attenta alla vita del Duce attenta alla grandezza
dell'Italia, attenta all'umanità, perché il Duce appartiene all'umanità".

Angelo Sbardellotto era nato il 1° agosto 1907 da una numerosa e quindi
povera famiglia originaria della frazione di Villa che per sopravvivere fu
costretta in larga parte ad emigrare; tale sorte toccò anche ad Angelo che
assieme al padre, nell'ottobre del '24, partì per l'estero risiedendo in
Francia, Lussemburgo e infine Belgio dove lavorò come minatore. Ancora
giovanissimo, secondo la testimonianza del fratello, aveva nutrito
simpatie per il socialismo ed era rimasto scosso dalla vile uccisione
avvenuta in paese, per mano fascista, del socialista Edoardo Mattia il 1°
maggio 1922. Nonostante l'educazione al cattolicesimo e al rispetto verso
l'autorità ricevuta in famiglia, il giovane Sbardellotto si avvicinò assai
presto all'anarchismo attraverso sia la conoscenza di altri lavoratori
immigrati politicizzati sia la lettura di libri e giornali anarchici; nel
'29 entrò a far parte del comitato anarchico di Liegi, partecipando tra
l'altro all'agitazione pro Sacco e Vanzetti. Dichiarato renitente alla
leva, risultò iscritto dagli organi di polizia come ricercato nella
"Rubrica di Frontiera"; schedato (inizialmente come comunista) e
sorvegliato sin dal '29 come attivista sovversivo, risultava abbonato ai
giornali anarchici, di varia tendenza, quali Il Risveglio, Germinal,
Aurora, L'Adunata dei Refrattari, Il Monito e La Lotta Umana.

Fermato, forse casualmente, a Roma in piazza Venezia il 4 giugno 1932,
venne arrestato in quanto scoperto armato e in possesso di un passaporto
svizzero. Trovategli addosso due bombe rudimentali e una pistola, fu
sottoposto a duri interrogatori e probabili torture in questura, dopo aver
ammesso senza reticenze di essere venuto clandestinamente in Italia,
eludendo per la terza volta la vigilanza poliziesca e le spie dell'OVRA,
determinato a vendicare Michele Schirru con l'uccisione di Mussolini.

Più volte aveva cercato nei mesi precedenti l'occasione propizia ma, anche
per non coinvolgere degli innocenti nell'attentato, aveva dovuto sempre
rinunciare.

La sua volontà era stata peraltro espressa chiaramente da lui stesso in
una lettera, datata 27 aprile 1932: "?Non v'è possibilità di scelta. Per
essere liberi bisogna abbattere la tirannia. Per costruire domani un nuovo
ordine in cui tutti possano godere i frutti del loro lavoro e liberamente
esprimere il proprio pensiero, bisogna distruggere oggi tutte le
ingiustizie che lo rendono impossibile".

Subito dilagò un'infame campagna di stampa, premessa necessaria per la sua
condanna a morte, che ebbe a definirlo con appellativi quali "ceffo
criminale", "assassino prezzolato", "sciagurato sicario", "uomo divenuto
straniero in patria". Durante il processo farsa, i cronisti riferiranno
del suo "sguardo bieco e sinistro" e nel descriverlo secondo logica
lombrosiana s'inventarono pure che aveva la fronte bassa.

Allo stesso tempo il suo gesto venne messo in correlazione con il
fuoriuscitismo antifascista in Francia, ipotizzando cospirazioni e trame
internazionali.

L'udienza davanti al Tribunale Speciale si dimostrò una macabra formalità:
iniziò alle ore 9 del 16 giugno '32 e si concluse con il previsto verdetto
di condanna a morte dopo appena due ore: l'intenzione era già un delitto.

Sbardellotto rifiutò di presentare incoerenti quanto inutili domande di
grazia e quindi l'indomani mattina veniva fucilato, alla schiena, da un
plotone della Milizia presso il Forte Bravetta a Roma, luogo che durante
la Resistenza sarebbe stato teatro di altre fucilazioni di anarchici e
partigiani. Pochi istanti prima era toccato al repubblicano Domenico
Bovone, anch'egli condannato a morte per aver compiuto alcuni attentati
contro il regime.

Anni dopo, nel '38, il biografo del duce Yvon De Begnac attribuirà a
Mussolini il proposito di aver voluto graziare Schirru e Sbardellotto per
il loro coraggio - ma non Bovone considerato un terrorista intenzionato a
fare stragi - a patto che questi gli avessero chiesto clemenza.

Se ciò risponde a verità, la risposta oltre che nel fermo atteggiamento di
Sbardellotto, la si può trovare in un articolo intitolato "Gloria ai
martiri, morte al tiranno, L'abisso invoca l'abisso", comparso il 25
giugno 1932 su Lotta Anarchica, il quindicinale dell'Unione
Comunista-Anarchica dei Profughi Italiani: "gli anarchici, non per
principio ma per necessità vitali e di giustizia, tra la violenza che
invoca e la violenza invocata accettano la seconda e illegalmente la
praticano rigettandone la responsabilità di qualsiasi conseguenza su chi
la violenza esercita 'legalmente'."

Innumerevoli furono le spontanee espressioni di solidarietà umana e
politica che la polizia politica fascista dovette registrare nel Regno a
favore dell'anarchico di Mel; un bracciante padovano venne persino
denunciato per aver predetto, in un'osteria, "A Sbardellotto faremo un
monumento".


emmerre


Fonti utilizzate:
- Dizionario biografico degli anarchici italiani, BFS, Pisa
2004, Volume II, ad nomen;
- Giuseppe GALZERANO, Angelo Sbardellotto. Vita, processo
e morte dell'emigrante anarchico fucilato per l'intenzione
di uccidere Mussolini, Galzerano ed., Casalvelino 2003;
- AA.VV., L'anarchico di Mel e altre storie, Cierre ed.,
Sommacampagna 2003;
- AA.VV., La Resistenza sconosciuta. Gli anarchici e la lotta
contro il fascismo, Zero in Condotta, Milano 2005;
- Leonardo SCIASCIA, Prefazione, in Vincenzo RIZZO, Attenti
al duce, Vallecchi, Firenze 1981;
- Camillo BERNERI, Mussolini «normalizzatore» e Il delirio
razzista, Archivio Fam. Berneri, Pistoia 1986.


Da Umanità Nova, numero 32 del 9 ottobre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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