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(it) Umanità Nova n.31: L'Orso americano e il Dragone cinese. Soldi , armi, potere nel Grande Gioco del terzo millennio

Date Fri, 7 Oct 2005 16:27:56 +0200 (CEST)


Due avvenimenti hanno segnalato più di altri nel corso di quest'ultima
estate lo stato dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Cina. Quest'ultima
da alcuni anni viene guardata dai commentatori geopolitici come l'unico
possibile concorrente di Washington al dominio sull'economia mondo
capitalistica. Al di la degli scenari futuribili oggi Pechino è saldamente
inserita all'interno dell'economia mondiale a guida americana e sta
sfruttandone abilmente le aperture complessive per assumerne il ruolo di
"officina del mondo" non più solo nei settori ad alto valore aggiunto e
basso contenuto tecnologico ma anche in quelli creati dalle nuove
tecnologie sulle quali sta avviandosi ad ottenerne la leadership.
La posizione cinese sul terreno economico è talmente forte che Pechino
quest'estate ha concesso la rivalutazione della propria moneta (lo Yuan)
anche se non nella misura richiesta da anni da europei ed americani. Il
presidente americano Bush ha cantato vittoria sostenendo che tale misura
era stata decisa da Pechino sotto la pressione dei dazi all'importazione
sui prodotti Made in China decisa recentemente dalla sua amministrazione.
In realtà la rivalutazione non è così significativa da giustificare
l'ottimismo della Casa Bianca (la rivalutazione reale tocca all'incirca il
2%) ed è stata decisa da Pechino anche in vista dei continui aumenti del
petrolio, bene che viene quotato in dollari e del quale la Cina è
completamente sprovvista. La rivalutazione dello yuan avrà l'effetto di
ridurre la facilità delle esportazioni cinesi verso l'area del dollaro (ma
non in quote significative, i prezzi sono talmente bassi che ci vorrebbe
una rivalutazione superiore al 150% per rendere i prodotti del paese
asiatico poco competitivi) ma ha soprattutto quello di abbassare in modo
più che proporzionale la spesa estera cinese per le materie prime
energetiche o di consentire a Pechino l'innalzamento della domanda di
petrolio. In questo quadro, comunque, è difficile che si producano a breve
novità significative a causa della forte interdipendenza tra un'economia
cinese che necessita di mercati di massa come quello USA per la vendita
dei propri prodotti e che dovrà aspettare almeno altri vent'anni prima che
il mercato interno assuma una valenza altrettanto significativa, e la
maggiore potenza mondiale i cui conti dipendono in larga misura da quanto
Pechino decide di fare del proprio surplus commerciale. Finché la quota
più significativa continua ad affluire all'interno delle esangui casse del
Tesoro americano nella forma di acquisto dei bond della Federal Bank,
tutto bene, il giorno che la Cina si sentirà così forte da diversificare i
propri investimenti finanziari l'economia degli States verrà investita
dalla più spaventosa delle crisi di liquidità vista fino ad adesso nella
storia del capitalismo.

Se il piano dell'economia lega le due potenze ad un destino comune per ora
difficilmente contrastabile, il piano del controllo mondiale ostinatamente
perseguito da Washington per garantirsi proprio la supremazia nel campo
finanziario e più in generale della liquidità, ha iniziato ad incrinare
rapporti che si erano mantenuti su un profilo molto basso anche in
occasione della guerra dell'amministrazione Bush in Iraq o
dell'avvertimento mafioso lanciato nel '99 da Washington a Pechino con la
distruzione dell'ambasciata cinese a Belgrado, atto che voleva ricordare
alla Cina che il suo appoggio a Milosevic non era visto positivamente alla
Casa Bianca.

Con la copertura della "guerra al terrorismo" gli Stati Uniti hanno
installato fin dal 2001 delle basi militari nei paesi dell'Asia centrale
usciti dalla disintegrazione dell'URSS, in particolare Uzbekistan e
Kirsghizistan ospitano basi aeree e militari dell'esercito USA.
L'Uzbekistan è guidato
dall'indipendenza dal presidente Karimov, un ex appartenente al PCUS
riciclatosi come filoamericano dopo un breve flirt con la Turchia datato
al tempo in cui Ankara aspirava a costituire una sorte di proprio
commonwealth tra gli stati abitati dalle popolazioni turcofone del
cosiddetto (non a caso) Turkestan. Karimov è oggi considerato uno dei più
feroci dittatori dell'area e la sua polizia è nota per l'abitudine di
squartare o bollire vivi gli oppositori. Tutto ciò fino a ieri non ha
impedito i buoni rapporti con Washington che lo considerava un baluardo
contro l'espansione dell'islamismo militante nell'area e dal quale aveva
ottenuto la base di Karshi e quella di Termez dove sono ospitati anche
reparti aerei tedeschi. Il Kirghizistan è stato teatro questa primavera di
una vera e propria insurrezione la cui base è stata sostanzialmente di
ordine tribale e motivata dal potere assoluto del quale si era investito
il clan presidenziale ma che è stata considerata nell'area la prova
generale di una "democratizzazione" in salsa americana di tutta la
regione. Anche in Kirghisistan sono presenti gli americani con una base a
Kant a pochi silometri da quella gestita dall'aeronautica russa che è
rientrata nell'area con il beneplacito proprio del presidente rimosso
dalla piazza e dai clan nemici.

I movimenti nell'area di un ambasciatore ufficioso della democratizzazione
americana come il finanziere Gorge Soros, la cui fondazione figura tra i
finanziatori e i sostenitori maggiori delle rivoluzioni colorate in
Serbia, Ucraina e Georgia ha ulteriormente insospettito le classi
dominanti di questi paesi. A Maggio Soros è stato ricevuto ad Astana,
capitale del Kazakistan, con tutti gli onori e lì ha partecipato ad un
seminario sulla democrazia durante il quale ha principalmente puntato il
dito contro Karimov e la sua gestione dell'Uzbekistan. Nello stesso
periodo sono scoppiati incidenti gravissimi sfociati in una rivolta nella
città uzbeka di Andijan. Rivolta repressa ma che ha fatto capire il
potenziale di scontento anti karimov presente nel paese asiatico
soprattutto nell'area della valle di Fergana, la più intensamente popolata
e la più ricca, divisa con Kirghiziztan e Tagikistan e culla fin dai primi
anni ottanta dell'islamismo radicale di tutta l'Asia Centrale. Il
dittatore uzbeko ha colto la situazione e ha iniziato a denunciare le
manovre americane per destabilizzare l'area, introducendovi il simulacro
di democrazia che Washington esporta laggiù dove può e che è funzionale
all'occidentalizzazione delle classi dominanti dei paesi che ne vengono
travolti. Per evitare di fare la fine dei Milosevic e degli Shevarnadze,
il dittatore uzbeko si è sbilanciato in senso opposto riavvicinandosi a
russi e cinesi e lo scenario di questo giro di valzer è stato il summit
dell'organizzazione per la cooperazione di Shangai, organismo che riunisce
Cina, Russia e i quattro paesi dell'ex Unione Sovietica in centro Asia.
Nel corso del summit di luglio la Cina con l'appoggio della Russia ha
spinto per una risoluzione che chiedesse agli USA di evacuare le proprie
basi dall'Asia Centrale dal momento che l'allarme terrorismo con la caduta
dei Talebani era venuto meno nell'area. A tale richiesta si è subito
associato Karimov che una base sul proprio territorio ce l'ha e all'epoca
l'ha anche fortemente desiderata, salvo maledirla oggi per le sue
possibili conseguenze. Nei giorni successivi anche il nuovo governo
kirghizo, teoricamente vicino a Washington, si è associato nella richiesta
e i due stati hanno anche lanciato un ultimatum di sei mesi perché le loro
richieste vengano accolte. Per ora la Casa Bianca tace e abbozza ma è
chiaro che non potrà esimersi da una risposta di fronte a una tale
richiesta. Per Washington e la sua crociata per la democrazia sarebbe per
lo meno imbarazzante mantenere una base in un territorio davanti alla
richiesta del governo del paese perché tale basa venga evacuata.

Pechino è chiaramente dietro a questa escalation nei rapporti geopolitici
locali dal momento che la potenza più disturbata dalla presenza americana
in quei territori, insieme alla Russia, è chiaramente la Cina che si
trovava stretta in una morsa con basi americane in Giappone e Corea ad
Est, con la Repubblica di Taiwan protetta dagli Stati Uniti a poche miglia
dal proprio territorio, con Thailandia e Malesia sempre più allineate con
gli Stati Uniti a sud e con l'ingombrante presenza americana (e, in
subordine, europea) nei paesi dell'Asia Centrale. È chiaro che Pechino
cerca di rompere un assedio fino ad adesso solo virtuale ma che un domani
potrebbe strangolare la Cina. In questo ha trovato un buon alleato nella
Russia che, dopo le "rivoluzioni" ucraina e georgiana ha realizzato che
gli assetti di potere a Mosca sono il vero obiettivo di Washington e che
ha deciso di passare sopra al fatto che Pechino abbia dato il via ad una
colonizzazione economica ed umana dei ricchissimi territori siberiani, e
si è avvicinata alla Cina. Se le notizie del braccio di ferro tra
l'organizzazione di Shangai e gli USA sulle basi in Asia Centrale sono di
luglio, è di agosto quella di manovre comuni con comando centralizzato
svolte tra cinesi e russi nel pacifico settentrionale e in quelle zone di
confine dove i due colossi si sparavano addosso non più di trentacinque
anni fa.

Inoltre la paura comune a russi e cinesi è che in nome della democrazia e
dei diritti umani gli Stati Uniti lancino un assalto politico ai due paesi
con l'obiettivo di disinnescare il potenziale geoeconomico della Cina e di
mettere le mani sulle immense risorse della Russia. La nuova
collaborazione con il Presidente uzbeko Karimov che da alcuni mesi riceve
regali consistenti in oppositori rifugiati a Mosca e consegnati alla
polizia del dittatore è un segnale chiaro ed inquietante della crescita
del livello del conflitto in un'area che mantiene la sua strategicità,
soprattutto a fronte dell'evidente fallimento americano nella costituzione
di un governo afgano capace di controllare il paese senza bisogno delle
truppe euroamericano e del consenso dei signori dell'oppio e della guerra
locali.

A conferma del tendersi dei rapporti tra Cina ed USA è venuta la scelta
adottata dal Consiglio d'Amministrazione della Unocal sotto pressione
politica diretta della Casa Bianca. L'Unocal, che qualcuno ricorderà per
il progetto di gasdotto passante per l'Afganistan per il quale si svolsero
negli USA due anni di serrata contrattazione con il governo talebano prima
dell'attacco del 2001, è una compagnia petrolifera in vendita contesa tra
la compagnia americana (ed ex datrice di lavoro del segretario di stato
Condoleeza Rice) Chevron che offriva 63 dollari per azione dei quali solo
27,60 in contanti mente il resto sarebbe stato pagato in azioni Chevron
(0,618 per ognuna di Unocal), e la compagnia cinese (per il 70% di
proprietà dello stato) Cnooc che offriva 69 dollari per azione e tutti in
contanti e cash.

Nella teoria del libero mercato non ci sarebbe stata partita, nella realtà
del capitalismo mondiale, sì. E alla fine l'ha spuntata Chevron grazie
alle pressioni del Congresso e della Casa Bianca che hanno definito il
settore energetico tra quelli strategici e non vendibili a multinazionali
estere. In questo modo viene alla luce il segreto di Pulcinella: gli USA e
in subordine i paesi europei pretendono l'apertura delle economie degli
altri paesi allo scopo di impadronirsene, mentre rifiutano che questo
possa accadere per le aziende dei loro paesi. I cinesi oggi come i
giapponesi negli anni ottanta (o se per questo gli europei nei confronti
degli USA) possono, anzi devono, acquistare titoli pubblici degli States
finanziando così il loro deficit, ma non possono nemmeno lontanamente
pensare di entrare all'interno dell'economia della prima potenza
planetaria. Come l'assalto giapponese all'industria dello spettacolo
americana negli anni ottanta fallì davanti a pressioni politiche e
militari esplicite, così è fallito il più ambizioso tentativo mai fatto di
acquisire quote dell'industria energetica americana da parte di un'impresa
non americana. La Cina non è però il Giappone; ha un peso specifico
maggiore, ha l'atomica e un esercito vero, non è occupata da basi militari
americane e ha un suo potenziale di ricatto economico verso Washington. La
questione rischia di non essere così facilmente risolvibile per gli
strateghi della Casa Bianca e, anzi, la rinascita del nazionalismo nei
rapporti tra le due potenze e in quelli con le altre potenze asiatiche
(come dimostra lo scontro Cina-Giappone sui crimini di guerra commessi
dall'esercito del Sol Levante sul territorio del vicino, scontro avviatosi
in primavera e lontano dalla fine) sembra sulla buona strada con
conseguenza che potrebbero essere catastrofiche per le popolazioni dei
paesi che si affacciano sul Pacifico.

Giacomo Catrame


Da Umanità Nova, numero 31 del 2 ottobre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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