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(it) A-rivista anarchica, n.311: Tre libri e una questione ancora aperta

Date Wed, 5 Oct 2005 10:59:36 +0200 (CEST)


Alcune considerazioni sugli ultimi decenni di storia del movimento
anarchico ad opera di un sostenitore dell'"anarchismo di classe".
* * * * *
Giorgio Sacchetti, Senza frontiere. Pensiero e azione dell'anarchico
Umberto Marzocchi (1900-1986), Edizioni ZIC, Milano 2005, pag. 543, euro
35,00. Giorgio Amico - Yurii Colombo, Un comunista senza rivoluzione.
Arrigo Cervetto dall'anarchismo a Lotta Comunista: appunti per una
biografia politica, Massari Editore, Bolsena 2005, pag. 167, euro 10,00.
Antonio Cardella - Ludovico Fenech, Anni senza tregua. Per una storia
della Federazione Anarchica Italiana dal 1970 al 1980, Edizioni ZIC,
Milano 2005, pag. 350, euro 25,00.

* * * * *

Può sembrare singolare la scelta di accomunare questi tre libri -
recentemente usciti - in un discorso comune, ma a ben vedere tanto strana
non è. In primo luogo, ad un livello molto generale, trattano tutti e tre
(in varia misura e in modo diverso) della storia del movimento anarchico
e, con qualche
sovrapposizione, ma anche con precise demarcazioni temporali, di questa
storia nel secondo dopoguerra, fino agli anni '80. Periodo su cui per
adesso si è scritto, ricercato e ricostruito davvero poco. Attraverso le
figure di Umberto Marzocchi e Arrigo Cervetto, le vicende dei GAAP e della
Federazione Anarchica Italiana e il loro dibattito esterno e interno si
delinea un quadro che, a pelle di leopardo, copre oltre quarant'anni di
storia dell'anarchismo italiano. Ma questo ancora non basterebbe a trarre
un filo comune da una collettanea di scritti di argomento analogo, se non
si aggirasse sullo sfondo di queste ricerche la questione dell'anarchismo
di classe.

Esplicitamente nel libro su Cervetto, come contesto di alcune vicende nel
libro su Marzocchi, come uno spettro da esorcizzare nel libro sulla FAI.

È questa la grande questione che attraversa la storia del movimento e
della FAI nel dopoguerra: la natura storica e sociale dell'anarchismo e la
contrapposizione su questo tema tra chi riteneva (e ritiene) che
l'anarchismo fosse nato "... non dalle astratte riflessioni di uno
studioso o di un filosofo, ma dalla lotta diretta dei lavoratori contro il
capitale, dai bisogni e le necessità dei lavoratori, dalla loro
aspirazione alla libertà e all'eguaglianza" (1), e chi, più
ecumenicamente, lo riteneva (ritiene) la massima espressione di un eterno
spirito di rivolta e di ricerca di libertà che attraversa tutte le epoche
e tutti gli sfruttati, enucleato in principi dai suoi grandi teorici.

Questa contrapposizione, in realtà, viene da lontano, almeno da quando il
movimento anarchico, raggiunte dimensioni di massa, ha iniziato a
riflettere sulle proprie origini, ed è patrimonio dell'anarchismo di tutti
i paesi. Spesso, inoltre, questa querelle è stata mascherata, sottesa o
inglobata in altre: quella tra individualisti e organizzati, tra
organizzatori e antiorganizzatori, tra piattaformisti e tradizionalisti,
tra anarcosindacalisti e anarchici "puri" e così via.

Tuttavia, in Italia, nel dopoguerra, a partire dal congresso di Carrara
del settembre 1945 che sancisce una transitoria e fittizia unità tra le
varie anime dell'anarchismo italiano, questa contrapposizione si esprime
in massima parte nel duro confronto (che si sviluppa in maniera esplicita
in diverse fasi, fino all'inizio degli anni '80) tra piattaformisti (2) (o
arscinovisti che dir si voglia) e il resto del movimento.

È vero che questa riduzione può sembrare eccessivamente semplificativa nel
non tenere conto, ad esempio, del dibattito sulla questione sindacale di
fine anni '40 (3) o della scissione dei Gruppi di Iniziativa Anarchica
dalla FAI del 1965, ma è anche vero che i contenuti del primo
(trasversale, ieri come oggi, rispetto alle diverse concezioni
dell'anarchismo) riguardavano la specificità della condizione dei
lavoratori e la seconda, entro certi limiti, può essere considerata il
regolamento di conti definitivo all'interno della Federazione rispetto
alla vicenda gaappista.


L'esperienza dei GAAP

Proprio le figure di Marzocchi e Cervetto sono in qualche modo esemplari
all'interno di questo dibattito. Il primo, figura ormai carismatica
dell'anarchismo italiano, rappresenta il nucleo duro e lo spirito della
Federazione, attento alle istanze di rinnovamento che provengono dagli
strati giovanili della FAI, legato da un forte rapporto al giovane
Cervetto, è tuttavia anche preoccupato da possibili derive filo-marxiste e
si pone, se mi è concesso il termine, come fautore di un rinnovamento
nella continuità delle migliori tradizioni del movimento anarchico
organizzato in Italia, del suo patrimonio ideale, ma anche del suo
radicamento nel mondo dei lavoratori e dell'attività sindacale.

Il secondo, anche lui savonese, è il simbolo di una profonda spinta al
rinnovamento che viene dai giovani, prevalentemente di estrazione operaia,
affluiti al movimento durante la lotta partigiana, e sarà insieme ad altri
giovani (come Masini, Parodi, Vinazza, ecc.) elemento propulsore nella
costituzione, nel 1951, dei Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP).

Tuttavia nelle vicende (4) di fine anni '40, inizio anni '50 - ben
sintetizzate nel libro di Amico e Colombo - che porteranno
all'estromissione di fatto dalla Federazione dei giovani piattaformisti
(Congresso FAI di Ancona dell'8-10 dicembre 1950) e alla fondazione dei
GAAP (Convegno di Pontedecimo, 24-25 febbraio 1951) sancendo una dolorosa
spaccatura nel movimento anarchico, prevale lo scontro sulle forme e le
dinamiche organizzative rispetto a quello, ben più rilevante, sui
contenuti politici dello scontro in atto.

Questa accentuazione (ed in particolare il forte accento sulla
responsabilità collettiva) e talune pratiche poco limpide (5), dettero
l'impressione di un lavoro clandestino di frazione orientato a una manovra
scissionista.

Così, almeno all'inizio, sicuramente non era, il progetto dei giovani
piattaformisti era quello, esplicitamente dichiarato, di trasformare la
FAI in un'organizzazione di tendenza, coesa dal punto di vista
programmatico e ideologico, fortemente strutturata dal punto di vista
organizzativo e decisamente classista. Gli avversari da sconfiggere che
venivano accusati di "resistenzialismo" e di "nullismo" ovvero di essere
portatori di una visione difensiva, testimoniale, puramente propagandista
e sostanzialmente aclassista dell'anarchismo, erano le aree vicine alla
rivista "Volontà" e al periodico "L'Adunata dei Refrattari".

Il progetto dei futuri gaappisti - nella sostanza e non nelle
accentuazioni organizzativiste - trovò, almeno inizialmente, un certo
sostegno e simpatia da parte di molti "vecchi" militanti (Mantovani, ma
anche Failla e molti altri). Lo stesso Marzocchi, legato da forti rapporti
di stima a Cervetto e agli altri giovani "orientatori" (6) liguri, ebbe -
come ben testimoniano Sacchetti e Amico-Colombo - forte interesse
nell'iniziativa, almeno fino a che il livello della polemica non travalicò
certi limiti. Preoccupato delle lacerazioni che si stavano profilando
nella Federazione, infatti Marzocchi si chiamò fuori dalle esasperazioni
polemiche del dibattito e non partecipò al già citato Congresso di Ancona
che sancì l'estromissione dei gruppi "orientatori" e per questo fu nel
seguito aspramente criticato dai "resistenzialisti".

Si chiude dunque nel 1951 la prima esperienza piattaformista all'interno
della FAI, i GAAP seguiranno una propria strada accentuando sempre più
l'aspetto dirigista sul piano organizzativo mentre, dal punto di vista
teorico, gli elementi iniziali di analisi marxista scivoleranno (per una
parte della leadership: Cervetto e Parodi in primis) nella rilettura e
nell'accettazione e nella riformulazione di tesi leniniste. Qui, almeno
nell'ambito di questo articolo, il discorso si chiude se non per un
piccolo bilancio dell'esperienza e due rilievi sul libro di Amico e
Colombo.

Un bilancio minimo, a mio avviso, non può essere che questo: l'esperienza
"orientatrice" non fallì per un'interna incoerenza, né per l'accentuazione
dell'importanza di categorie d'analisi marxiste (7), ma piuttosto per una
certa arroganza intellettuale dei giovani piattaformisti e per il loro uso
spregiudicato di dinamiche organizzative non sempre trasparenti.

Il primo rilievo riguarda invece l'assoluta condivisibilità della tesi
delle convinzioni anarchiche di Cervetto e Parodi, almeno per la prima
fase dell'esperienza gaappista. Articoli e scritti dei due su varie
pubblicazioni e periodici anarchici (8) smentiscono nettamente la tesi di
un loro leninismo originario.

Il secondo, che può sembrare una pignoleria filologica (ma non è tale) e
che è forse l'unico piccolo neo della monografia su Cervetto, è
l'attribuzione a questi delle "Tesi sull'abrogazione dello Stato come
apparato di classe". Documenti, relazioni, testimonianze dirette e
indirette di partecipanti al Convegno di Pontedecimo avvalorano la tesi
che queste furono discusse, prodotte e redatte da una commissione
ristretta a cui parteciparono, tra gli altri, Cervetto e Masini, che poi
le illustrarono in sede di Convegno. Una attribuzione ad personam non pare
dunque possibile (9).


Quegli anni tumultuosi

Abbandoniamo il libro su Cervetto e facciamo un salto di circa vent'anni.
Inizio anni '70: il movimento anarchico, dopo la crisi dei primi anni '60,
culminata nella scissione del 1965 dei Gruppi di Iniziativa Anarchica, è
in notevole crescita.

Ha perduto la sua unità organizzativa (alla FAI e ai GIA si affiancano,
come organizzazione a carattere nazionale, i Gruppi Anarchici Federati),
ma grazie all'afflusso di giovani militanti (di estrazione studentesca, ma
anche operaia) maturati nelle lotte del 1968/69, si sono moltiplicati
sedi, circoli, gruppi, federazioni a carattere cittadino e regionale,
dentro e fuori le organizzazioni a carattere nazionale.

A questa crescita quantitativa corrisponde una forte richiesta, da parte
dei nuovi gruppi e compagni, di approfondimento dell'apparato teorico e
analitico specifico del movimento anarchico e di una maggiore incidenza di
questi nelle lotte sociali e operaie del periodo.

È quasi naturale dunque che nella situazione convulsa di quegli anni (la
campagna sulla strage di Stato e l'assassinio di Pinelli, la campagna per
la liberazione di Valpreda e Marini), insieme al dibattito sulle forme di
lotta (la candidatura elettorale di Valpreda, ma anche la violenza
rivoluzionaria) si riapra con forza la discussione sulla centralità della
questione operaia nel movimento.

Ed è quasi altrettanto inevitabile che le risposte del movimento siano
differenti: mentre i GIA arroccati ad una visione testimoniale
dell'anarchismo, rimangono sostanzialmente impermeabili alle nuove spinte,
e i GAF si avviano verso una revisione colta dell'anarchismo (10) che però
problematicizza lo stesso concetto di lotta di classe, nella FAI (e nella
vasta area di gruppi non federati) si apre un profondo dibattito sulla
natura dell'anarchismo, le sue forme organizzative, la questione sindacale
e le lotte operaie.

Inizia un decennio (quello '70-'80), che è anche l'argomento del libro di
Cardella e Fenech, che per la FAI (e il resto del movimento) è ricco di
eventi, discussioni e polemiche, in una parola tumultuoso.

In estrema sintesi alcuni degli episodi salienti di quegli anni. Nel
biennio '72-'73 una serie di gruppi e di organizzazioni regionali (interne
ed esterne alla FAI) intraprende un percorso di dibattito e di confronto
che, partendo dalla necessità di recuperare le istanze classiste e la
natura operaia dell'anarchismo, finisce per sfociare nella rilettura
dell'arscinovismo e dell'esperienza gaappista e nell'adesione al
piattaformismo.

La contrapposizione all'interno del movimento è subito aspra, alcune prese
di posizione dei GAF sulla figura di Bertoli (11) la acuiscono e
diventano, per certi aspetti, un casus belli.

La costituzione di una vasta area piattaformista - fuori e dentro la FAI -
genera non poche preoccupazioni all'interno di una parte del movimento
anarchico (GIA, GAF e alcuni settori della FAI stessa), che la vede come
un tentativo di egemonizzare il movimento stesso. I timori non sono del
tutto ingiustificati in quanto l'obbiettivo esplicito dell'area
piattaformista è - agendo in maniera concertata fuori e dentro la
Federazione - di riportare il movimento alle sue radici operaie
emarginandone le componenti giudicate aclassiste. Si tratta di un progetto
politico radicale che implica un confronto (anzi uno scontro) estremamente
duro, ma legittimo.

Quello che lo guasterà e contribuirà a determinarne l'insuccesso saranno
l'immaturità politica e comportamentale di alcuni gruppi di quest'area,
l'uso spregiudicato di dinamiche organizzative e assembleari e, come nel
caso dei GAAP, un certo settarismo intollerante che porta alla
sottovalutazione degli "avversari".

Così dopo l'indiscutibile successo del Convegno nazionale lavoratori
anarchici promosso dall'area piattaformista (Bologna, 11-15 agosto 1973)
che sembra il preludio di un processo inarrestabile di recupero delle
radici classiste del movimento, una serie di durissime contrapposizioni a
livello locale (Milano, ma anche Genova), ai limiti dello scontro
materiale, sviano e snaturano i contenuti politici del dibattito.

È proprio da una di queste situazioni molto tese e da uno spiacevole
episodio che vi si verifica (il danneggiamento dei locali del circolo di
via Scaldasole ad opera di piattaformisti milanesi - settembre 1973) che
trae alimento, da un lato, una maggior coesione dell'area
anti-piattaformista e, dall'altro, una campagna strumentale che porterà,
dapprima all'estromissione dell'area piattaformista da importanti scadenze
di movimento (come il Convegno pro-Marini di Carrara - 7 ottobre 1973) e,
in seguito all'uscita dei gruppi FAI del "nucleo operativo" dalla
Federazione stessa (12).

Anche qui un piccolo bilancio si impone. Questa seconda esperienza
piattaformista - più partecipata numericamente della prima - rimane però
largamente confinata allo stato di progetto, non produce cioè esiti
organizzativi duraturi (13).

La relativa immaturità dei suoi protagonisti produce spesso atteggiamenti
arroganti e settari (contrappuntati, bisogna dire, da altrettanta
arroganza e settarismo di vasti settori del movimento anarchico
organizzato) che offuscano i termini reali del conflitto politico in atto.
Il merito indiscutibile dell'esperienza è comunque, al di là di tutto,
quello di riproporre con forza e chiarezza la questione della natura
classista dell'anarchismo e di rinsaldare la sua presenza nel movimento
operaio. A questo stimolo non resteranno indifferenti diversi vecchi
militanti della FAI, come Umberto Marzocchi, e i frutti si vedranno
qualche anno dopo.


Vecchie discussioni

Proprio la figura di Marzocchi ci consente un balzo in avanti di alcuni
anni, per arrivare alla fine del decennio '70.

La FAI, di cui Umberto Marzocchi è uno degli esponenti più prestigiosi, ha
riguadagnato le sue posizioni di preminenza nel movimento (i GIA sono
sull'orlo dell'estinzione per la scomparsa dei loro vecchi militanti, i
GAF si stanno trasformando esplicitamente in progetto culturale che non
richiede forme specifiche organizzative), gruppi e federazioni locali,
molto consistenti, sono impegnati nell'intervento politico e in un'accesa
discussione interna che spazia dalla forma organizzativa specifica, alla
presenza nel movimento operaio, all'intervento nel sociale, alla violenza
rivoluzionaria.

Sulle prime due di queste questioni si innesta un doppio percorso che, da
un lato, prelude ad una nuova spaccatura della Federazione e, dall'altro,
porta a riconsiderare le scelte sindacali fatte nell'immediato dopoguerra
e mai rimesse, nella sostanza, in discussione (14).

Due percorsi che si intrecciano perché i protagonisti sono gli stessi e
perché dinamiche e tematiche organizzative specifiche - purtroppo e come
spesso accade - oscurano i contenuti di un importante dibattito, che
neanche può essere ridotto ad una mera scelta sindacale.

Così, mentre tra il 1977 e il 1983 si sviluppa un articolato percorso che
porterà alla rifondazione dell'Unione Sindacale Italiana, attraverso due
importanti e partecipati attivi preparatori (15), raccogliendo in qualche
modo il lascito politico della necessità del recupero dell'anarchismo di
classe del già citato Convegno nazionale dei lavoratori anarchici di
cinque anni prima, sul piano dell'organizzazione specifica (la FAI) il
dibattito sul recupero della natura operaia dell'anarchismo è fuorviato
(anche per responsabilità dei promotori, una "nuova generazione"
piattaformista) sul terreno delle scelte e delle modalità organizzative.

Così tutto l'armamentario di vecchie discussioni è rimesso in campo:
organizzazione di sintesi vs. organizzazione di tendenza, organizzazione
strutturata vs. organizzazione federata, responsabilità collettiva vs.
responsabilità individuale. Si continua a confondere il contenitore con il
contenuto e la discussione, come al solito, ne viene falsata
trasformandosi in quello che appare uno scontro di potere all'interno
della Federazione. Scontro che si conclude al Congresso straordinario
della FAI di Carrara (gennaio 1979) che sancisce l'estromissione di alcuni
gruppi piattaformisti.

Termino qui questa sommaria e lacunosa ricostruzione di circa trent'anni
di dibattito e scontro politico all'interno della FAI e del movimento
anarchico, che altro non mi serviva se non a tratteggiarne la complessità
e l'importanza. In questo senso il piattaformismo (o arscinovismo) altro
non è stato che una forma specifica, contestualizzabile e, per certi
versi, criticabile della rivendicazione della natura operaia e proletaria
del movimento anarchico e della necessità di riportare la sua prassi e la
sua strategia su questa coordinata politica.

Gli scontri e le lacerazioni che questa rivendicazione hanno portato
all'interno della Federazione (e del movimento) sono stati aspri e
dolorosi, tuttavia "necessari" in quanto hanno portato a confronto tra
loro (e con la realtà sociale e politica) visioni dell'anarchismo
contrastanti, se non inconciliabili.

Quello che stupisce - per ritornare ai libri in oggetto - è che un testo
documentato, per certi versi interessante (e che deve essere costato
parecchio impegno agli autori) come quello di Cardella e Fenech non colga
né la complessità di questa dinamica, né la sua importanza e si abbandoni
a giudizi superficiali e banalizzanti (16), vagamente fastidiosi per chi,
come chi scrive, è stato testimone e parte attiva di quell'esperienza.
Introdurre surrettiziamente elementi di polemica (e non di dibattito) per
di più datata e acontestualizzata, in una ricerca storiografica non è un
buon servizio alla storia del nostro movimento. Peccato, un'occasione
mancata.

Concludo con un ultimo apprezzamento per il libro di Giorgio Sacchetti.
Umberto Marzocchi è stato, nei suoi oltre sessant'anni di militanza,
figura di estremo rilievo dell'anarchismo italiano e non solo. Nel secondo
dopoguerra ha avuto un ruolo centrale nella FAI, vivendone, per
quarant'anni, crescita, successi, crisi, riprese e contraddizioni, con lo
sguardo sempre attento al nuovo e con la preoccupazione di salvare il
meglio delle tradizioni del movimento.

Il libro di Sacchetti rende tutto ciò in maniera esaustiva, documentata e
convincente. Credo che non si potesse fare di più. Chi intendesse
dedicarsi ad una ricostruzione seria e rigorosa delle vicende del nostro
movimento, a partire dal secondo dopoguerra, non potrà prescindere né
dalla figura di Umberto Marzocchi, né da questo libro.

Guido Barroero


Note

1. Georges Fontenis, Changer le monde, Toulouse 2000. Riportato in
Amico-Colombo, Un comunista senza rivoluzione.
2. Dal nome della Piattaforma di Arscinov, il programma-manifesto
elaborato nel 1926 dal gruppo di anarchici russi in esilio Delo Truda e
che, ricalcando l'esperienza machnovista, propugnava l'esigenza di
un'organizzazione anarchica fortemente strutturata e classista.
3. Tra i fautori della ricostituzione dell'USI e coloro che privilegiavano
l'unità d'azione con i lavoratori degli altri partiti della sinistra nella
CGIL.
4. Poco è stato scritto, recentemente, specificamente sull'esperienza
gappista. Posso segnalare solo la mia ricerca: Barroero Guido, Per la
storia del movimento anarchico nel dopoguerra. Un'esperienza
dell'anarchismo di classe: I Gruppi Anarchici di Azione Proletaria - in
"Comunismo Libertario", nn.32, 33, 34, 35 del 1998 e nn.39, 41, 43 del
1999, raccolti in opuscolo, nel 2004, dalla redazione della rivista, senza
la necessaria opera di revisione.
5. Come la riproposizione da parte dei futuri gaappisti della mozione, già
presentata al Convegno di costituzione della Unione Anarchica Laziale, a
Frascati nel febbraio del 1950, al Congresso della Federazione Anarchica
Ligure, svoltosi a Pontedecimo il 19/3/1950, senza citare il precedente.
6. "Per un movimento orientato e federato", così era definito il progetto.
7. L'accettazione di queste nel movimento anarchico, a ben vedere, non ha
mai provocato grosso scandalo, a partire da Bakunin e Cafiero.
8. Cito - come fanno Amico e Colombo - e senza pretesa di completezza:
"Umanità Nova", "Volontà", "Inquietudine", "il Libertario".
9. Stupisce che nel Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani,
all'interno della scheda su Pier Carlo Masini, le "Tesi", pur riconosciute
prodotto di discussione collettiva, vengano poi considerate uno scritto
attribuibile allo stesso. È evidente che chiunque sia stato l'estensore
materiale di quel documento non può averne attribuita la paternità
politica. Altrimenti, seguendo questo curioso criterio, dovremmo
considerare scritti di singoli (o di poche persone) tutte le relazioni, le
mozioni, le tesi e altri documenti a firma collettiva, adottati o
approvati in vari Convegni e Congressi.
10. Cfr. tra l'altro le tesi sul "feudalesimo industriale", ispirate da
una rilettura di Bruno Rizzi.
11. Autore di un attentato davanti alla questura di Milano nel maggio del
1973. 12. A questi gruppi fu negata la partecipazione al Congresso FAI di
Carrara - 22-25 dicembre 1973.
13. Immagino che questa affermazione non sarà condivisa dall'attuale area
comunista-libertaria che si rifà a quell'esperienza, ma è innegabile che
le aspettative che allora si davano trascendono di gran lunga gli esiti di
oggi. 14. Parliamo, evidentemente, della scelta pro-CGIL che non viene
intaccata dalla ricostituzione dell'USI, su posizioni minoritarie, negli
anni '50 e che si estinguerà all'inizio degli anni '70.
15. Mi riferisco al I attivo nazionale di base dei lavoratori per l'USI
(Roma, 22-23 aprile 1978) e al secondo (Genova, 25-26 novembre 1978).
Esulando, tuttavia, la storia recente dell'Unione Sindacale dagli scopi
del presente scritto, rimando all'articolo di Giorgio Sacchetti: L'Unione
Sindacale Italiana (USI) nel movimento operaio italiano, in "Autogestione"
n.10, dicembre 1984, essendo il testo di Gianfranco Careri (Il
sindacalismo autogestionario, Ed. USI, Roma 1991) che affronta lo stesso
periodo, un po' troppo apologetico e venato da eccessi romanzeschi.
16. Particolarmente deplorevole è la ripresa acritica di giudizi e di
prese di posizione che forse allora (ma non certo oggi) potevano essere
comprensibili solo all'interno di una polemica accesissima. Cito
solamente: "il sedicente [sic] Convegno nazionale lavoratori anarchici" e
"[elementi e gruppi piattaformisti - nda]... procedevano all'assalto [sic]
e alla devastazione della sede del Circolo Pinelli".



Da A - rivista anarchica, anno 35 n. 311 - ottobre 2005
http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista

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