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(it) Francia: Comunicato della rete No Pasaran: Stato di polizia =Stato assasssino. Il capitalismo è guerra e miseria [ fr ,en]

Date Fri, 25 Nov 2005 10:38:37 +0100 (CET)


A Clichy-sous-Bois, Ziad e Bounna, di 17 e 15 anni sono morti per le
vessazioni della polizia che perseguita i giovani, moltiplicando
indiscriminatamente i controlli d?identità.
Poco importa sapere se fossero o no realmente perseguitati: che dei
giovani abbiano così paura della polizia da rischiare la morte per
scappare è dimostrazione della tensione che regna in questi quartieri tra
popolazione e forze dell?ordine.
Da diversi anni, la pressione poliziesca si porta dietro numerosi
"incidenti". Quando, nella maggioranza dei casi, i giovani reagiscono
all?essere trattati come esseri sub-umani, si ritrovano sempre di più
accusati di oltraggio e rivolta e condannati.

Non è solo un errore, un abuso che bisogna denunciare, ma una politica
securitaria integrata che si sviluppa da più di 20 anni.

La stigmatizzatone e il disprezzo verso i giovani delle banlieu non fa che
sviluppare il loro odio verso una società che lascia deperire il 20% della
popolazione dentro ghetti. E questa è una precisa scelta politica ed
economica, non certo dovuta al caso.

Così, accesso degli immigrati (o supposti tali) a un alloggio popolare è
da trent?anni fatta sulla base di un principio segregativo dove solo certi
settori del parco sociale erano loro aperti, ovviamente quelli meno
richieste perché mal collocati o fatiscenti.

Ancora oggi, per i responsabili della gestione degli alloggi popolari
l?arrivo di immigrati produce la certezza della svalutazione dell?area:
questa domanda "squalificante" è dunque fatta slittare sulle aree già più
svalutate... Peggio ancora, il dibattito sulla "mixitè sociale" ha
interiorizzato e legittimato queste pratiche segregative, così bene che le
aree urbane dove dovrebbero potersi stabilire queste famiglie restano loro
chiusi in nome della "mixitè sociale": bisogna diversificare la
popolazione degli alloggi popolari, dunque niente immigrati, e peggio
ancora se poveri. L?impossibilità di decidere della propria vita esaspera
le tensioni tra le persone imprigionate in uno status sociale o in un
quartiere. L?ira non nasce forse dall?aver imprigionato queste famiglie in
uno spazio vissuto come una zona di recinto economico, sociale e
urbanistico, senza prospettive di mobilità sociale?

Ma l?apartheid sociale non nasce da oggi.

È almeno mezzo secolo che intere popolazioni, operai, immigrati che, non
dimentichiamolo, hanno costruito le nostre strade e le nostre case sono
parcheggiate nei ghetti.

Le rivolte sono conseguenza delle politiche liberali portate avanti da
destra come da sinistra, che massacrano da trent?anni le banlieu.

Ma questa precarizzazione questa povertà ora si diffondono alla società
tutta.

Noi non abbiamo firmato nessun contratto. Noi non siamo cittadini di
questa società. Non abbiamo alcun interesse in comune con i capitalisti,
con i padroni, con i governi che si susseguono, di destra e di sinistra
liberista.

Ne i risultati di un referendum, né le elezioni regionali, né i movimenti
delle pensioni o dei ferrovieri hanno cambiato lo stato delle cose. I
rivoltosi hanno mostrato una cosa: occorre essere il più violenti
possibili in questa società di merda per scuotere l?apatia sociale.

Questa violenza non è che la debole risposta alla violenza del capitalismo
e dello Stato.

Dalle violenze poliziesche che bersagliano i poveri, i giovani, gli
immigrati, alla violenza della precarietà e dell?isolamento dovuto alla
sparizione dei servizi pubblici, dall?ostentazione dei media a quelle del
governo, noi siamo immersi senza requie in un ambiente antisociale. I
giovani delle banlieu lo gridano a pieni polmoni: questa società non offre
alcuna speranza. Anche quelli che vanno a scuola sanno che non serve a
molto: tutto il sapere accumulato è ben poco utile in una società
consumistica, peggio, non gli permetterà al massimo che farsi sfruttare in
un McDonalds (a fianco a francesi bianchi!). Allora, effettivamente,
l?esempio dei fratelli maggiori e delle sorelle) non li invita certo a
giocare il gioco legale!

Il governo ha riesumato la legge del 3 aprile 1956 per ristabilire
l?ordine, decretando lo stato di emergenza. Dando il potere agli agenti
locali, ai prefetti, alla polizia, indurisce lo scontro verso l?apartheid
sociale: la classe popolare, lavoratrice o no, è sempre quella pericolosa,
le deve essere riservato un trattamento particolare. Altrettanto per la
pretesa uguaglianza dei diritti: per chi si ribella, manganelli e
pallottole di gomma rappresentano l?assurdità e l?aspetto illusorio del
dialogo tra le classi.

Peggio ancora, applicare questa legge si inscrive nella dinamica di
etnicizzazione dei rapporti sociali, perseguita da parecchi anni a livello
mondiale e che in Francia si innesta su un immaginario colonialista che
qualcuno trova utile riapplicare. Questa legge infatti fu applicata solo
in due occasioni, in Algeria e in Nuova Caledonia: utilizzarla oggi
permette di assimilare la situazione d?oggi alle guerriglie separatiste
condotte da minoranze etnico-culturali, (con la conseguente mistica dei
"territori perduti della Repubblica" così cara ai nostalgici).

Il messaggio è chiaro: le banlieu sono delle colonie, se non di diritto
almeno di fatto: la composizione etnica della popolazione rimane il
criterio più convincente per descriverla, e censirla contribuisce a
renderla sempre meno capace di integrarsi.

La prova altrettanto convincente di questa gestione dei quartieri
differenziata in funzione dell?origine presunta della popolazione è il
tentativo di creare, attraverso l?aspetto religioso e il CFCM (Consiglio
francese di culto mussulmano, organo della Consulta islamica francese,
introdotta nel 1999, ndt) una rete di controllo sociale affiancata a
quello governativo.

L?importante è che l?ordine regni, anche se significa dare i giovani in
pasto ai religiosi; allo stesso tempo, contraddittoriamente, agitare il
"pericolo islamico" così crato permetterà di rafforzare la repressione.

Dalla legge del febbraio 2005 sui meriti della colonizzazione ai discorsi
e alle pratiche contro i migranti passando per la criminalizzazione dei
giovani dei quartieri che bisogna ripulire dai rompiballe, gli immigrati
sono diventati il bersaglio numero uno del governo Villepin, il nemico
interno che permette di saldare la maggior parte della popolazione attorno
almeno a un criterio comune: l?origine. E il Partito socialista non
risponde a tono, cosa che dimostra chiaramente che, di fronte alle
necessità di governo farebbe esattamente lo stesso.

D?altronde, non era forse il PS che, al congresso di Villepinte del 1997
aveva tentato di fare della sicurezza una priorità di sinistra, scivolando
sullo stesso terreno del Fronte Sociale? Julien Dray, portavoce dl PS e
favorevole a una politica di tolleranza zero, ha assicurato il sostegno a
Sarkozy durante la discussione sulla legge sulla sicurezza pubblica
interna (LSI) del marzo 2003, sarebbe bene non dimenticarlo. Per tutti i
partiti capitalistici la guerra tra razze è certo molto meglio della lotta
di classe... dividere per meglio regnare!

La possibilità di instaurare il coprifuoco non può che rimandarci a
periodi oscuri della nostra storia.

È per questo che il Fronte Nazionale e gli altri gruppi di estrema destra
applaudono a quelle misure? O, più semplicemente, perché sanno che la
gente preferisce sempre l?originale alla copia? I rivoltosi vanno
certamente a spingere una parte della popolazione, fortemente incoraggiata
dalla logica securitaria del governo, esasperata nel vedere andare in fumo
i magri frutti del proprio lavoro, nelle braccia dell?estrema destra.

La rete di intervento No Pasaran sarà presente, a viso scoperto, come
abbiamo sempre fatto. Ma non possiamo limitarci a questo. La questione
sociale deve essere messa al centro degli sforzi, e questo presuppone lo
smetterla con quest?individualismo di merda che separa operai e
disoccupati, precari, impiegati nel pubblico o nel privato, vecchi e
giovani, e con le logiche comunitarie che non fanno che il gioco dei
padroni inquadrando la popolazione secondo l?origine etnica, culturale,
sessuale, tutto, tranne l?appartenenza di classe!

Dobbiamo finirla, tutte e tutti, con al pratica del separatismo, ciascuno
per sé, ciascuno per la sua comunità, dove i nemici sociali e politici
comuni spariscono. Perché i giovani non hanno più prospettive, e a loro
non resta che l?autodistruzione. Come in una logica suicida, se la
prendono con quello che hanno più vicino: persone, istituzioni (scuole,
ecc.) beni materiali (macchine, ecc.).

Devono essere proposte delle convergenze, radicate in tutte le lotte e
tutte le riunioni, e dobbiamo fare il massimo per rovesciare le logiche
corporative e individualistiche. La divisione in rivendicazioni
categoriali ci riduce all?impotenza sociale. Non saremmo a questo punto se
legami e convergenza fossero stati creati, invece che distrutti. Il
movimento sociale è a mal partito, raddrizzare il timone non sarà
possibile che a patto che molte persone se lo augurino, cosa che
sfortunatamente non è il caso, visto che ciascuno è arrampicato sulla sua
pianta, imprigionato in un vittimismo concorrenziale, in cui lo Stato può
continuare a giocare il suo ruolo di provvidenza e affermare la sua
legittimità. Non attendete il via libera delle vostre strutture,
organizzazioni o sindacati per riunirci. Oggi l?assegno di disoccupazione
viene rinegoziato e i diritti dei disoccupati saranno ancora ridotti, i
conflitti a Marsiglia tentano bene o male di resistere per difendere i
diritti collettivi, i clandestini rifiutano di restare nella miseria più
nera...

L?autoisolamento e l?ignoranza dell?altro fa si che questi movimenti
spesso tentati dal corporativismo non sbocchino in movimento sociale. Ma
stabilire delle convergenze è anche integrare nelle azioni e nei testi
quello che fanno gli altri, è sostenere gli scioperanti nella propria
zona, è aprire e gestire degli spazi collettivi. Non dobbiamo restare con
gli occhi spalancati su queste rivolte, sul lato spettacolare, come dei
conigli ipnotizzati dai fari.

È anche perché non c?è abbastanza da fare, lavoro militante quotidiano e
aperto sugli altri che siamo a questo punto. Le resistenze si fanno tutti
i giorni, con la militanza regolare nelle reti e nei posti, con la
resistenza nei quartieri, la rivitalizzazione culturale e sociale autonoma
dai poteri pubblici, la riappropriazione dello spazio pubblico e delle
nostre vite.

Solo questo lavoro a monte permette di dare un senso comune alle lotte,
alle rivolte e agli scioperi, di formare alla fine un vero fronte sociale.
Noi dobbiamo trovare delle convergenze forti a partire dalle
rivendicazioni sociali che ci riuniscono, da dove si venga, qualunque cosa
si faccia, per moltiplicare le azioni e le manifestazioni comuni:

* ritiro del decreto del 1955 e delle leggi di sicurezza nazionali
comincate con le leggi Perben, Sarkozy, Chevénement;

* soppressione di tutte le forze di repressione. A partire dalla BAC (le
cosiddette Brigate anti criminalità);

* reddito garantito per tutti, per separare il reddito da un lavoro sempre
più raro e sempre più alienante;

* gratuità e accesso universale ai servizi pubblici (energia, salute,
trasposti, educazione): dobbiamo avere voce in capitolo sulle scelte del
servizio pubblico e avere tutti accesso a tutti i servizi;

* democratizzazione della vita sociale e politica. Democrazia, vale a dire
autorganizzazione e autogestione; la politica non deve essere lasciata
nelle mani dei partiti e dei notabili che scuotono la testa. Dobbiamo
finirla con questo regime aristocratico dove le nostre opinioni non hanno
alcun peso. Dobbiamo organizzarci e dare impulso a una democrazia diretta,
che coinvolga tutti gli spazi della nostra vita, dal quartiere al paese,
con il controllo dei mandati e un reale potere di decisione sull?avvenire
della società.


Politicizza le tue inquietudini, inquieterai i politici!
Il capitalismo non crollerà da solo: aiutiamolo!
Autonomia per tutte e tutti!


Réseau NO PASARAN


Traduzione a cura di FdCA-Ufficio relazioni internazionali

http://nopasaran.samizdat.net/

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