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(it) Umanità Nova, n.37: Sbirri e canaglia. La rivolta muta delle periferie

Date Thu, 24 Nov 2005 12:08:13 +0100 (CET)


Quanto sta accadendo in Francia, a Parigi e in altre grandi città, da
ormai due settimane, interroga. Ma per dire un fenomeno, sono necessarie
parole, un vocabolario. Solo che pescare le parole per descrivere è già
scelta, giudizio. In più, in una vicenda come questa, mancano le parole
dei protagonisti di quanto sta accadendo, cioè dei giovani incendiari
delle periferie: abbondano, invece, le parole dei politici, dei
giornalisti, dei commentatori. I giovani delle periferie non hanno voce,
non parlano: bruciano e distruggono. Questo è un punto di partenza
ineludibile.
Gli elementi che compongono il quadro sono però nitidi. La metropoli e le
sue stratificazioni sociali che si materializzano in stratificazioni
urbane: come non è scontata la mobilità sociale, così non lo è quella
fisica. Un primo elemento da cogliere è proprio il teatro fisico degli
eventi e cosa esso già dica. Le periferie sono spazi estranei rispetto
alla città altra, sono terra straniera dove vivono soggetti che non hanno
neppure l'identità del popolo straniero che, sebbene altro, ha una sua
storia, cultura, territorio. In realtà le periferie evocano oggi molto più
l'idea della discarica e della giungla, uno spazio senza legge da
contenere con una forza militare di occupazione, la polizia.

Le periferie della discarica hanno l'essere punto di arrivo di un processo
economico e sociale, sono luogo di arrivo dello scarto non consumato o che
non ha trovato posto altrove. Problematico è il fatto che esse cessino di
essere punti di passaggio e diventino luoghi ove si consuma l'intera
esistenza di pezzi di società. Proprio in Francia i protagonisti di questi
giorni sono francesi figli di immigrati di terza o quarta generazione
nonché di famiglie, al di là dell'origine, povere o impoverite. Per
sviluppo e struttura, le periferie dove ogni notte brillano i fuochi degli
incendi sono stabili luoghi di residenza, non sono il recente prodotto di
un'industrializzazione che ha richiamato dalle campagne o dall'estero
manodopera a basso costo: non siamo negli anni '50 e '70. Siamo in
presenza di periferie strutturali.

La stabilità di queste situazioni urbane dice però di una stabilità
sociale e quindi di un'esclusione strutturale. In questi quartieri non si
entra ma, soprattutto, non si esce. L'appartenervi non è accidente, ma
destino. Non esiste più alcuna scala sociale e le diverse parti della
società sono incomunicabili. Ai residenti nelle periferie viene dato un
sostegno economico minimo e minimi servizi sociali e di istruzione. E per
il resto sono estranei al resto della società che funziona perfettamemte
anche senza di loro, nel senso che la loro esistenza è letteralmente
indifferente. Siamo anche fuori dalla prospettiva del lavoro precario e
dall'idea che una massa di disoccupati e di precari calmieri il costo del
lavoro. In realtà il lavoro ha cessato di avere ogni presa, ogni
interesse, non solo perché non c'è o è scarso e malpagato, ma perché non
serve: non c'è alcuna idea di emancipazione o di creazione di stabilità
all'opera. Lo stesso farsi una famiglia ha perso qualsiasi interesse pur
se le culture di origine sono fortemente tradizionali: è un tessuto di
valori che si è totalmente dilacerato, anche di valori normali e
tradizionali. E merita sottolineare come le donne in tutto questo siano
quelle che pagano il prezzo personale e sociale più alto, perché ultime in
tutto e prime nella fatica quotidiana, sottoposte ancora ad un forte
controllo maschile, di padri, mariti e, soprattutto, fratelli.

In realtà gli abitanti delle periferie e soprattutto i più giovani, la
gran parte dei minorenni incendiari di queste notti, sono estranei al loro
paese di nascita, la Francia, ma pure a quelli delle loro famiglie di
origine, paesi in gran parte del Magreb e dell'Africa subsahariana.

Un altro elemento dell'attuale situazione è la durissima repressione
poliziesca. Nella terra di nessuno delle periferie, la polizia francese si
muove già normalmente come truppe di occupazione in un paese straniero. A
fronte delle ultime due settimane, è scattata addirittura l'applicazione
delle norme varate nel 1955 per la guerra d'Algeria, compreso il
coprifuoco. Lo stato francese è in guerra contro una parte della società
ed è veramente ironico che i giovani delle periferie di oggi siano proprio
magrebini (e comunque di origine africana) di terza o quarta generazione e
ad essi si applichino le norme approvate ai tempi della guerra di
liberazione algerina.

Ma la riflessione da fare è che per una parte della società, in quanto
estranea, fuori dal consesso civile, si applica un regime giuridico
diverso, particolare, legittimando ancora una volta l'eccezionalità che
diventa norma: se la guerra permanente è un'operazione di polizia, la
repressione poliziesca del conflitto sociale può far uso di leggi di
guerra; se un regime giuridico diverso può essere dettato per i migranti
(così come un tempo lo era per gli abitanti delle colonie), ben potrà
esserlo anche per quei cittadini che sono stranieri al loro stesso paese.

Lo scontro è quello tra "canaglia" e "sbirro" e su questo piano elementare
va letto in questo momento, perché è quello che ci offre, è il modo in cui
ci si offre alla vista. Non necessariamente un conflitto di questo tipo ha
uno sbocco inteso come superamento. Piuttosto interroga sulla società che
nel suo concreto svilupparsi lo ha prodotto e sul suo poter essere
paradigma, esempio, stato di eccezione che spiega bene, fin troppo bene,
la norma in cui siamo immersi.

Simone Bisacca



Da Umanità Nova, numero 37 del 20 novmbre 2005, Anno 85

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