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(it) Umanità Nova, n.36: Amsterdam, Parigi, Caltanisset ta: l'Europa degli ultimi. Le fiamme della disperazione

Date Wed, 16 Nov 2005 12:13:12 +0100 (CET)


Nella notte tra il 27 e 28 ottobre è scoppiato un gravissimo incendio
all'interno di una delle celle del centro di detenzione per immigrati di
Schipol a pochi chilometri dall'aeroporto di Amsterdam, in Olanda. Il
bilancio è molto pesante: undici immigrati morti (tra cui una madre col
proprio bambino) e quindici feriti, tra cui sei poliziotti. Un rogo
devastante e rapido che non ha dato scampo e che ricorda con più di una
macabra analogia la tragedia del CPT di Trapani in cui proprio in seguito
a un incendio morirono sei migranti reclusi all'interno del lager
siciliano il 28 dicembre 1999.
A quasi sei anni esatti da quella tragedia, il rogo di Amsterdam dimostra
chiaramente come nulla sia cambiato nella gestione repressiva e assassina
dei centri di detenzione che rispondono ormai a una logica di segregazione
ed eliminazione fisica che accomuna tutti i paesi europei in una
omologazione raccapricciante. Non è ancora chiaro se l'incendio nella
prigione di Amsterdam sia stato provocato da un tentativo di fuga così
come accadde a Trapani. Quello che è praticamente assodato è che ad
Amsterdam così come a Trapani si sono verificate delle fatali negligenze
al momento dei soccorsi: i sistemi antincendio non hanno funzionato, i
pompieri hanno dichiarato di aver visto gli estintori al loro posto e le
porte automatiche delle celle non erano programmate per aprirsi in caso di
incendio. "Appena è arrivato il fumo abbiamo urlato. Ci siamo sgolati a
chiedere aiuto ma le guardie ci chiedevano di rimanere tranquilli", ha
raccontato un sopravvissuto a una radio pubblica. Mentre i poliziotti
tergiversavano, un'intera ala è andata distrutta e il tetto è crollato.

Il centro conteneva 350 detenuti, il massimo consentito: molti immigrati
che sono riusciti a salvarsi hanno poi tentato di scappare scatenando una
spietata caccia all'uomo condotta dalle forze dell'ordine con l'aiuto
degli elicotteri.

Le dichiarazioni del mondo politico olandese sull'accaduto sono state
agghiaccianti.

Il ministro dell'immigrazione Rita Verdonk ha respinto le accuse di
omissione di soccorso e ha ribadito la bontà della gestione dei flussi
migratori in Olanda ribadendo che nei prossimi tre anni saranno espulsi
circa 26mila richiedenti asilo. Tra l'altro, ha fatto molto discutere
l'ultima invenzione del governo olandese che ha varato due grandi battelli
attraccati al porto di Rotterdam e destinati all'internamento degli
immigrati irregolari. Veri e propri CPT galleggianti da far spostare
all'occorrenza da una regione all'altra a seconda del sovraffollamento del
sistema carcerario. Le associazioni e i movimenti antirazzisti hanno già
lanciato una campagna di lotta per chiedere la chiusura immediata dei
bajesboten, i battelli della segregazione.

Mentre in Olanda si consumava la tragedia di Schipol, le strade di Parigi
si incendiavano violentemente in seguito alla rivolta degli immigrati
della banlieue, la periferia della capitale francese. All'origine delle
proteste vi è la morte di due ragazzi minorenni di origine straniera che
per sfuggire a un inseguimento della polizia si sono rifugiati in una
centralina elettrica restando folgorati.

All'ottava notte consecutiva di scontri pesantissimi con la polizia si
registra una situazione incandescente: centinaia e centinaia (ormai si
sfiora il migliaio) di vetture date alle fiamme, cassonetti distrutti,
lanci di oggetti contro le guardie, distruzione di un centro commerciale e
di alcuni negozi, sassaiole contro municipi, commissariati, stazioni dei
vigili del fuoco e scuole, colpi di arma da fuoco. I molti arresti in
tutti i quartieri parigini in cui è scoppiata la rivolta non hanno fermato
la rabbia dei giovani che ha contagiato anche altre città francesi:
incidenti si sono verificati anche a Digione, nella Francia orientale, a
Marsiglia, nel sud, e in Normandia, a nord mentre a Parigi l'epicentro
della rivolta è nei dipartimenti di
Seine-Saint-Denis e Clichy-sous-Bois.

Al centro di questi fatti c'è la rabbia antica di una gioventù figlia
dell'immigrazione che pur essendo francese a tutti gli effetti vive una
condizione di marginalità economica e sociale talmente pesante da non
potersi minimamente considerare parte integrante della comunità nazionale.
Un'ampia fascia di popolazione sulla quale gravano tutte le contraddizioni
di un sistema che discrimina ed esclude i figli degli immigrati
dall'istruzione qualificata, dal lavoro e dalla partecipazione civica. Non
è la prima volta che le periferie francesi attaccano di petto lo Stato e i
suoi apparati facendo esplodere violentemente il loro malcontento, e la
morte di due minorenni braccati dalla polizia è stata una scintilla
incontrollabile.

La risposta del governo francese è stata influenzata dal conflitto di
potere che si sta consumando al suo interno. La linea dura espressa
dall'esecutivo francese è stata declinata con toni apparentemente
dissonanti ma che nella sostanza confermano che verrà attuata una pesante
repressione per contenere i moti di piazza. Se da un lato il capo dello
Stato Chirac (che con il primo ministro condivide il potere esecutivo) ha
cercato di tendere la mano invitando alla calma e a un rispetto della
legge all'insegna del dialogo, il primo ministro Dominique de Villepin ha
definito inaccettabili le modalità della protesta promettendo di
ristabilire ordine e legalità.

Il ruolo del duro è stato invece interpretato dal ministro dell'Interno
Nicolas Sarkozy che ha recentemente definito i rivoltosi "canaglie",
attirandosi critiche dai media, dall'opposizione e da altri esponenti del
governo. Durante la settima notte di scontri, Sarkozy si è recato a
Seine-Saint-Denis visitando la sala operativa della Direzione
dipartimentale della sicurezza pubblica e, accompagnato dal direttore
generale della polizia nazionale Michel Gaudin, ha partecipato a una
riunione di lavoro con il prefetto Jean-François Cordet, il direttore
dipartimentale Jacques Méric e il responsabile delle forze d'intervento
Christian Lambert. Tutto questo non lascia presagire nulla di buono,
soprattutto se si pensa che lo stesso Sarkozy ebbe a dire qualche tempo fa
di voler "pulire col Karcher" (una marca di idropulitrici professionali)
il rione di Courneuve, un sobborgo difficile e, come se non bastasse, la
notte del 25 ottobre (poco prima della morte dei due minorenni) Sarkozy
era andato ad Argenteuil e aveva chiamato "plebaglia" i giovani in
agitazione.

A completare il quadro della polveriera europea ormai del tutto saltata,
citiamo l'ennesima fuga di massa da un Centro di Permanenza Temporanea
italiano: 43 immigrati sono scappati il 2 novembre scorso dal CPT di
Caltanissetta. Alcuni sono stati ripresi, ma sembra che molti abbiano
fatto perdere le loro tracce.

Nei muri della Fortezza Europa si aprono ogni giorno crepe significative a
dimostrazione del fatto che più la repressione si fa cieca e
insopportabile, e più la capacità di reazione degli oppressi può farsi
incisiva e ingestibile.


TAZ laboratorio di comunicazione libertaria


Da Umanità Nova, numero 36 del 13 novmbre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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