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(it) XXV congresso della FAI: Mozione conclusiva - "L'urgenza dell'anarchia"

Date Tue, 15 Nov 2005 18:04:30 +0100 (CET)


Dal 29 ottobre al 1 novembre si è svolto a Carrara, nei locali del
Germinal - FAI, il XXV congresso della Federazione. Nel corso dei quattro
giorni sono stati presenti circa duecento compagni tra delegati ed
osservatori, che hanno dato vita ad un confronto serrato e sereno che è
stato in parte sintetizzato in alcune mozioni. Vi proponiamo di seguito
quella che riassume il dibattito politico sui principali temi sul tappeto.
Le altre mozioni verranno pubblicate la settimana prossima.
Ne approfittiamo per ringraziare pubblicamente i compagni e le compagne
del gruppo Germinal di Carrara, il cui impegno è stato fondamentale per
garantire buoni pasti, letti e alcuni bellissimi momenti di convivialità
ai partecipanti al congresso.

L'urgenza dell'anarchia non è un mero auspicio delle anarchiche e degli
anarchici riuniti a Carrara per il XXV Congresso della FAI, bensì una
necessità di salvezza per 6 miliardi di individui.

La guerra permanente scagliata contro l'umanità da parte di ceti politici
criminali comincia visibilmente a sradicare le materiali condizioni di
vita di cui gli stati non hanno mai avuto la capacità, e men che mai
adesso, di garantire. Guerra, disastri ambientali, impoverimento crescente
dei popoli sono la realtà quotidiana che dimostra concretamente come
l'ordine dello stato e del capitale sia caos e morte.

Queste, che sono state le storiche condizioni di vita per tre quarti della
popolazione del pianeta, toccano ora anche i "benestanti" cittadini
rinchiusi nelle fortezze blindate da quelle élite criminali che dominano
attraverso gli strumenti bellici, le tecnologie di sorveglianza di massa a
distanza, la segregazione, l'incarcerazione diffusa, l'esproprio di sapere
critico, la drastica compressione del reddito, la devastazione ambientale.

L'attacco erosivo dei residui margini di libertà e di autonomia, strappati
dalla conflittualità sociale e concessi attraverso le norme liberali dei
regimi democratici, fa registrare un aumento della torsione del diritto in
arbitrio del più forte.

In questi ultimi 10 anni nel nostro paese sono stati affinati, prima dal
centro-sinistra e poi dal centro destra, una serie di strumenti
legislativi che sono lo specchio delle politiche liberticide e di
sfruttamento sempre più selvaggio, caratteristiche di questa epoca in cui
si saldano strategie globali e governi nazionali.

Sono quelle che chiamiamo "leggi di guerra", perché sono strumenti della
guerra degli oppressori contro gli oppressi, una guerra transnazionale che
si combatte con le bombe fuori dai confini e con leggi autoritarie
all'interno dei confini. Sono leggi che hanno fatto morti e feriti.

Ci riferiamo alla legge 30 (figlia del pacchetto Treu), che ha sancito la
legittimità della precarietà infinita del lavoro, del suo divenire merce
di scarso valore della quale è sempre più difficile ricontrattare il
prezzo, controllare la sicurezza. La precarizzazione riduce la capacità e
la possibilità di contrastare gli abusi padronali. Basta dare un'occhiata
alle statistiche degli infortuni sul lavoro per rendersi conto
dell'ulteriore imbarbarimento della guerra di classe.

E poi la Bossi-Fini, una legge razzista che sancisce il legame tra lavoro
e permesso di soggiorno, trasformando i lavoratori in schiavi e i
disoccupati ma anche i lavoratori in nero, in clandestini da rinchiudere
ed espellere. Le centinaia e centinaia di morti affogati lungo le nostre
coste sono vittime della Bossi-Fini e della precedente Turco-Napolitano.

Ed infine il pacchetto Pisanu, venuto a dar maggior vigore punitivo ad un
apparato legislativo pensato per reprimere ogni forma di opposizione
sociale. Non è un caso che certe leggi vengano sistematicamente usate per
reprimere le lotte sociali. In questi mesi abbiamo visto accuse di
associazione sovversiva o devastazione colpire i partecipanti ai
picchetti, occupanti di case, manifestanti, lavoratori in sciopero,
migranti in lotta.

A ciò si aggiunga un generico legiferare che ha il suo fulcro nella tutela
dei potenti e nell'accanimento contro i senza potere. All'accumulo di
privilegi fa da contrappunto un saccheggio sistematico di risorse, che
vede cadere ogni forma di tutela dell'ambiente, dei lavoratori, dei beni
comuni.

Affronteremo quindi i temi intorno ai quali riteniamo necessario che la
Federazione si doti di strumenti adeguati a coordinare e stimolare la
lotta.


Sul fronte del lavoro

La guerra del lavoro è divenuta negli ultimi anni sempre più aspra,
concretandosi in un'offensiva padronale e governativa di estrema durezza.
Le risposte all'offensiva non sono state purtroppo adeguate alla posta in
gioco. La logica concertativa, le derive corporative, la burocratizzazione
degli apparati sindacali sono una cappa asfissiante di cui i lavoratori si
devono sbarazzare.

Il lavoro precario - Legge 30, altrimenti detta legge "Biagi" - è divenuto
sempre più precario, al punto che sarebbe più corretto parlare di lavoro
usualmente precario e occasionalmente "garantito".

Lo sviluppo di lotte, coordinamenti, iniziative dei lavoratori precari non
è né semplice né scontato nei risultati. A maggior ragione è necessario
perciò far conoscere le esperienze, le lotte che si sviluppano in questo
settore sociale e favorirne il coordinamento con le lotte generali dei
lavoratori.

Lo stesso si può dire per il lavoro migrante, spesso in nero, ma comunque
ricattato e privo anche delle minime tutele. Per il lavoro femminile,
sempre poco, meno pagato e meno garantito di quello maschile, a conferma
che l'asse della povertà anche nel nostro paese ha una discriminante di
classe ma anche una di genere.

La ristrutturazione del processo produttivo e dell'inquadramento del
lavoro oggi viene realizzata attraverso la esternalizzazione che copre
tanto gli assetti industriali pubblici e privati, quanto la sfera dei
servizi (sanità, gestione del territorio, previdenza, trasporti, scuola).
Ciò crea
frammentazione e precarietà che acuiscono la divisione del lavoro sia
all'interno delle aziende che fra le diverse categorie. L'incertezza sulla
propria condizione reddituale accentua la subordinazione dei lavoratori
rendendo più difficile i percorsi di autoorganizzazione collettiva.

La de-territorializzazione operata dal capitale, con la divisione tra
lavoratori impegnati nella stessa unità produttiva o di servizio, con lo
"spostamento" dei nuclei produttivi sia all'interno che all'esterno dei
confini nazionali, deve trovare una risposta nella ri-territorializzazione
delle lotte: questioni quali la casa, i servizi, il reddito, la
devastazione dell'ambiente sono ambiti in cui costruire conflitto e
autogestione delle lotte e della vita.


Come dimostrano le direttive europee, quali la Bolkestein, il terreno di
lotta non è solo locale ma deve estendersi; costruire percorsi solidali e
di autoorganizzazione internazionale è il percorso storico dei lavoratori
che vogliano emanciparsi.

L'indebolimento della capacità contrattuale dei lavoratori, troppo spesso
delegata ai sindacati istituzionali nonché ai loro protettori politici, ha
ridotto sensibilmente il salario. Ce ne accorgiamo ogni giorno: è sempre
più difficile arrivare alla fine del mese, usufruire di servizi sociali
che diventano sempre più scarsi e più costosi.

L'egemonia finanziaria nelle economie capitalistiche odierne detta
direttamente le politiche governative con l'effetto di comprimere il
reddito utilizzabile dalla massa dei lavoratori e di ridurre le
possibilità di reddito utilizzabile dalla massa dei disoccupati.

A fronte delle ricorrenti resistenze a tali politiche, la risposta del
potere è quella di restringere sempre più le libertà associative e di
manifestazione del dissenso. Le leggi antisciopero, le continue
precettazioni oltre alle più generali norme repressive, tendono a negare
la possibilità di
autoorganizzazione. Nell'attacco all'organizzazione autonoma dei
lavoratori si distingue l'azione complice dei sindacati istituzionali e
della cosiddetta "sinistra" del palazzo.

Per gli anarchici l'autoorganizzazione, sia stabile (sindacale), sia
connessa allo sviluppo di movimenti contingenti (coordinamenti di lotta,
collettivi di lavoratori, ecc.) è importante perché mette gli sfruttati
nella condizione di essere protagonisti, attraverso meccanismi decisionali
libertari, all'interno di strutture orizzontali nelle quali dare voce a
chi non ce l'ha, dare forza a chi ne è stato privato, costruire un ambito
di libertà che tenda a prefigurare relazioni sociali non gerarchiche. In
quest'ottica il metodo assume una rilevanza centrale, che occorre in ogni
occasione ribadire, poiché è il fulcro di un agire sociale libertario.
Questo nella chiara consapevolezza che solo l'accelerazione del conflitto
sociale consente la rottura dell'ordine dominante sotto il profilo
simbolico non meno che materiale. La percezione di sé come soggetti capaci
di autonomia politica e sociale è una scommessa che si vince con la lotta.

Nella definizione degli obiettivi delle lotte compito dei libertari è
sostenere ogni forma di autonomia dall'istituito rispetto a miglioramenti
che si inseriscano nell'alveo della statualità. Lo sforzo degli anarchici
deve costantemente essere volto all'allargamento della coscienza
libertaria degli sfruttati. Il miglior modo di apprezzare la libertà
consiste nel praticarla.

L'azione diretta, l'organizzazione orizzontale, il superamento dei vincoli
legalitari sono il terreno di coltura per il sedimentarsi di una
sensibilità libertaria, radicalmente antistatale ed anticapitalista.
Riteniamo pertanto prioritario che nei luoghi dello sfruttamento, là dove
si sviluppano lotte sindacali o territoriali, occorra far riemergere con
forza l'opzione libertaria, sostenendo lo sviluppo di forme di conflitto
fuori dalle pastoie delle leggi vigenti, promovendo il mutuo appoggio e la
solidarietà dal basso.

Riteniamo importante costruire iniziative di collegamento del lavoro
precario, migrante, parcellizzato che si facciano promotrici di comitati
di appoggio alle lotte, di casse di resistenza e nell'organizzazione di
momenti di
controinformazione sul territorio.

Occorre puntare all'unità dal basso dei lavoratori, fornendo strumenti di
critica e analisi atti a valorizzare l'autorganizzazione degli sfruttati,
nel quadro di una forte autonomia dal potere politico, di critica e
opposizione alle derive burocratiche all'interno delle strutture di
autoorganizzazione dei lavoratori.


Sul fronte dell'immigrazione e del razzismo

L'Europa, con i trattati di Maastricht, Schengen, Dublino I e II, ha
stabilito il principio che la libera circolazione vale per le merci ma non
per quella particolare merce che sono i lavoratori immigrati. Nei loro
confronti in questi ultimi anni si sono moltiplicate le barriere sia
fisiche che legislative, alimentate da un clima culturale di intolleranza.
Nel nostro paese la Legge 189/2002, la cosiddetta Bossi-Fini, che modifica
in peggio l'impianto della precedente Legge 40/1998, la Turco-Napolitano
promossa dal centro-sinistra, conferma e inasprisce una vera e propria
legislazione razzista e segregazionista.

In questi anni l'attività dei legislatori dei paesi europei è stata
frenetica: occorreva al più presto adeguare le norme per impedire
l'accesso a stranieri indesiderabili, per fermare "l'invasione degli
straccioni", per limitare il diritto d'asilo, per far sì che le espulsioni
avvenissero a norma di legge. La legge del più forte. Sancita dai
democratici parlamenti dei paesi civili.

I migranti sono non-persone da sfruttare nei cantieri, nelle fabbriche,
nei campi, cui imporre condizioni occupazionali durissime sotto il ricatto
della perdita del lavoro, che significa la fine del diritto al soggiorno
nel nostro paese. Significa diventare "clandestini", "sans papiers",
indesiderabili da rinchiudere nei centri di detenzione per immigrati o, se
recidivi, in galera.

Uomini, donne e bambini affrontano ogni sorta di disagi e peripezie per
sfuggire dalla miseria, dalle persecuzioni, dalle guerre, dai genocidi,
cercando in Europa o negli Stati Uniti un luogo di salvezza e
sopravvivenza. Molti muoiono lungo la via: soffocati nelle intercapedini
dei camion, affogati nel Mediterraneo, schiacciati nelle gallerie
ferroviarie, uccisi dalle guardie di frontiera di Bush sulle rive del Rio
Grande e da quelle di Zapatero a Ceuta e Melilla, nei mille confini
blindati delle fortezze del Nord, ingannati e truffati dai tanti
malavitosi che, con la complicità della polizia transfrontaliera, si
arricchiscono grazie al trasporto di questa merce umana. Non si può più
parlare di emigrazione, di singoli che decidono di partire, poiché sempre
più marcatamente quello cui assistiamo è un vero fenomeno migratorio, che
vede muoversi interi gruppi sociali o etnici.

Il presumibile acuirsi del divario tra Nord e Sud non potrà che mettere in
movimento masse sempre maggiori di persone. Un po' ovunque sono sorti
campi di detenzione per stranieri illegali. In Italia questi centri,
circondati dal filo spinato, con torrette di guardia e uomini armati a
presidiarle, somigliano a dei veri lager. Lager di Stato.

Uno Stato la cui politica nei confronti dell'immigrazione si può
riassumere con una semplice e micidiale formula: selezione, sfruttamento,
lager, espulsione.

Opporsi alle politiche razziste è uno dei principali compiti che ci
attendono nei prossimi anni.
A nostro avviso gli assi prioritari di lavoro per chiunque voglia
contrastare queste politiche razziste sono:

- la lotta per la chiusura dei lager per immigrati;
- la lotta per contrastare concretamente la legislazione razzista; -
l'impegno per impedire o, quantomeno ostacolare, le espulsioni. Utile
anche il boicottaggio delle compagnie aeree e di chiunque si renda
complice del sistema di segregazione e delle deportazioni.
- il sostegno alle lotte dei migranti all'interno dei CPT, l'informazione
capillare sulle torture e violazioni di diritti umani non dimenticando
chi, come Croce Rossa e Misericordia, ne è complice.
- la costruzione di ponti di concreta solidarietà tra lavoratori
"indigeni" e lavoratori immigrati, tra realtà territoriali affini e tra
tutti coloro che partecipano alle lotte antirazziste.
- il sostegno alle reti autoorganizzate dei migranti per un loro maggiore
radicamento e collegamento.

Per fermare le politiche razziste non basta l'opposizione di principio ma
occorre costruire un terreno di lotta comune sui temi della casa, dei
servizi, delle libertà, del reddito che, in quanto lavoratori sfruttati,
oppressi, inquinati sia i migranti che gli indigeni hanno in comune.
Superare il razzismo significa rintracciare e rivitalizzare le ragioni
dell'internazionalismo proletario, di chi, oltre gli Stati e oltre le
frontiere, riconosce il proprio compagno di lotta in ogni sfruttato.


Sul fronte del militarismo

Siamo in guerra. Una guerra totale, permanente che attraversa il pianeta,
distruggendo la vita, la libertà, la dignità, il futuro di milioni di
uomini e donne.

Il paradigma della "guerra permanente" miete vittime non solo tra le
popolazioni degli Stati "canaglia" di turno ma anche tra gli oppositori
dell'ordine costituito. I pacifisti, gli antimilitaristi, i lavoratori in
lotta, gli antirazzisti sono equiparati ai terroristi con un'operazione
propagandistica che ricorda da vicino le accuse di "collaborazionismo" col
nemico rivolte nel secolo scorso a chiunque non accettasse la logica della
guerra, del militarismo, degli Stati.

Le politiche sicuritarie degli ultimi anni hanno visto crescere su scala
mondiale le misure repressive sul piano del "fronte interno", quello nel
quale la posta in gioco è il disciplinamento forzato dei lavoratori,
indigeni e migranti, e l'ammutolimento di ogni opposizione.

D'altro canto guerra interna e guerra esterna hanno lo stesso fronte e
vengono combattute con la stessa determinazione e ferocia. La
militarizzazione della vita sociale tramite provvedimenti che travalicano
persino i limiti della "normalità" democratica, senza eccessivi
contraccolpi sul piano della conflittualità interna, è stata resa
possibile dalla gigantesca operazione anestetica innescata
dell'"emergenza" terrorismo.

Nella guerra contro il terrorismo, terrorista diviene chiunque non accetti
le regole del gioco imposto dal poliziotto globale in divisa statunitense.

Nel nostro paese il moltiplicarsi degli allarmi reali o presunti, la
propaganda militarista, la retorica più becera, l'enfasi su patria ed
onore, bandiera e marce militari, il riemergere del nazionalismo sono il
brodo di coltura in cui sono cresciute e si sono alimentate le tentazioni
belliciste ed il crescente autoritarismo, sino all'impegno bellico diretto
in Iraq e Afganistan. Di quest'ultimo si parla poco, perché la "missione
di peace-keeping" è sostenuta dalla destra come dalla sinistra: è una
guerra bipartisan.

Di fronte al consolidarsi del paradigma della guerra permanente, l'impegno
antimilitarista ha un'importanza primaria. Sia sul piano
dell'informazione, sia su quello della lotta si tratta di riprendere
l'iniziativa, di non essere succubi di quelle altrui, di dar vita a
momenti di confronto e manifestazione collettive, mantenendo forte il
lavoro sul piano locale.

In particolare riteniamo che l'impegno contro il militarismo dovrebbe
svilupparsi intorno a questi temi:

- informazione e lotta contro le installazioni militari, le industrie
belliche, le esercitazioni armate sul nostro territorio;
- opposizione alla guerra e all'invio e mantenimento di truppe tricolori
all'estero: fuori l'esercito italiano dall'Iraq, dal Kosovo,
dall'Afganistan? - campagne antimilitariste contro l'esercito e la
propaganda di guerra: opposizione ai Rap Camp, alle parate militari, alle
feste in divisa, all'ingresso dei militari nelle scuole?
- campagna per la smilitarizzazione di vie e piazze come proseguimento
ideale dell'iniziativa "coprire le vergogne del militarismo".


Sul fronte del clericalismo

Chi si fosse illuso (e a sinistra erano sin troppi) che la chiesa
cattolica potesse rappresentare un baluardo contro il dominio della merce
nell'epoca del capitalismo trionfante non ha colto che il ruolo della
chiesa si stava sì ridefinendo ma nell'alveo della sua più schietta
tradizione. La chiesa oggi rappresenta un puntello per qualsivoglia
governo del nostro paese e un importante supporter anche altrove. La
religione cattolica (ma, in generale, un identico discorso si potrebbe
fare per altre confessioni cristiane come anche per l'islam o l'ebraismo)
offre un argine al diluirsi delle identità nel main stream della merce
sempre uguale a Nairobi come a Roma (al di là dei portafogli necessari
all'acquisto). Un argine del quale nessun governo può fare a meno, perché,
nonostante tutto, è più facile giustificare una guerra contro la barbarie
islamica che una per il controllo delle risorse e delle vie di
comunicazione.

La chiesa, come moneta di scambio per la tutela morale nei confronti dei
governanti e dei governati, si arroga il diritto di dettare le condizioni
di vita di milioni di persone. In questi anni i preti stanno incamerando
giorno dopo giorno pezzi sempre più grossi della nostra libertà: ieri la
legge sulla fecondazione assistita e domani, l'aborto, l'esclusione dei
gay? Per non parlare dell'8 per mille, dell'esenzione dall'ICI, dello
stipendio degli insegnanti di religione e di tutto quello che riescono ad
arraffare.

Riteniamo pertanto necessario promuovere iniziative di carattere politico
e culturale in grado di contrastare il clericalismo avanzante e di lottare
contro le ingerenze clericali nella vita pubblica, smascherando la farsa
della guerra di religione e offrendo spunti per un dibattito ampio capace
di coinvolgere anche i tanti che oggi a sinistra si stanno facendo
ammaliare dalle sirene clericali.

Quella che abbiamo di fronte è davvero una battaglia di civiltà, una
battaglia che da anarchici abbiamo tutti gli strumenti per vincere, perché
il nostro non è un pensiero subalterno, timoroso del proprio fondamento,
incapace di far fronte alle sfide eluse da una modernità che non ha
potuto/saputo compiere per intero il processo di secolarizzazione.


Sul fronte dell'autogoverno territoriale

Il concetto di rivoluzione tipico degli anarchici invita a intervenire
tanto per distruggere il potere quanto per ricostruire la società senza
dominio. Questa pratica di rivoluzione proietta l'affermazione di una
società libera fuori e contro le istituzioni, radicandosi nelle dinamiche
sociali delle quali valorizzare le istanze di libertà oggi sia pure
minimamente presenti. I luoghi della cittadinanza vanno strappati dalle
griglie di burocratizzazione politica e amministrativa, ma senza delegare
la necessaria gestione quotidiana della vita associata degli individui a
un ipotetico domani liberato e liberante, ma anzi assumendo tale compito
come pratica strategica e tattica di liberazione locale, coordinandola
sino alla scala federalista più alta.

Il sistema sociale gerarchico che nello Stato trova espressione, per sua
natura infatti, nega il federalismo e l'autogoverno comunitario, né potrà
mai affermarli.

Il federalismo degli stati e degli enti locali trova la sua ragion
d'essere nella regolazione della divisione del profitto fra industriali e
proprietari terrieri, fra profitto industriale e rendita, tra il monopolio
dei mezzi di produzione e il monopolio della terra e degli immobili.

La soluzione di problemi quali la questione delle abitazioni o la
questione ambientale non può prescindere dalla lotta contro la rendita.

Il federalismo vero e l'autogoverno comunitario non possono certamente
essere istituiti per decreto. Di federalismo e autogoverno, tutti i
politicanti si sciacquano la bocca ma volutamente stravolgono l'essenza di
questi due ragguardevoli concetti: la costruzione in prospettiva di una
rete mutua e solidale di comunità autogestite ed autogestionarie che si
autogovernano in campo politico, economico, culturale programmando il loro
essere società fuori e contro il recinto in cui lo Stato centrale le vuole
tenere ingabbiate.

Solo un impegno che parta dal basso, solo un progetto sociale, gradualista
rivoluzionario, capace di costruire con proposte praticabili
nell'immediato cellule di società libertaria, possono nel tempo edificare
un reale federalismo economico e politico, un federalismo che non nasca
dalle illusioni di trasformare uno Stato "centralista" in Stato "federale"
o di dividere uno Stato in più Stati. Il federalismo reale non potrà mai
né essere concesso dallo Stato, né aversi con la frantumazione di uno
Stato in più Stati.

Federalismo reale è quello che si costruisce dal basso, in orizzontale,
che nega lo Stato per sostituirlo in prospettiva con una rete di liberi
municipi autogovernati in senso extraistituzionale, e federati nei
principi del mutualismo e della solidarietà.

Noi riteniamo, pertanto, che l'anarchismo sociale:

* debba saper promuovere con proposte e iniziative politiche e sociali la
formazione di strutture di massa aperte, di base e autogestionarie,
proiettate verso un mondo nuovo, verso una società senza più dominio;

* debba sapersi aprire a quanti si riconoscono su valori genuinamente
anticapitalisti e di azioni sociali alternative fuori da ogni recinto
gerarchico e politico di parte;

* debba saper andare fra i lavoratori, fra gli sfruttati, nelle strutture
di lotta territoriale e ambientale, nei movimenti, nei quartieri, nelle
nostre comunità non solo con l'obbiettivo di rendersi visibile con la
propaganda dei propri ideali o con il proprio sostegno verso
rivendicazioni protese a migliori condizioni di vita, ma anche per
cominciare a realizzare questa pratica gradualista di autogoverno;

* debba saper stimolare e attuare, laddove e quando si renderà possibile,
strutture sociali di lotta complessiva, strutture comunaliste e di
autogoverno.


Sul fronte della repressione

Gli anarchici sono sempre stati oggetto delle attenzioni repressive del
potere per la loro chiara opposizione ad ogni forma di dominio statale.

In particolare oggi che si vuole estorcere consenso alla guerra permanente
e che si costruiscono le figure fittizie del nemico, sia esterno che
interno, gli anarchici occupano un posto di assoluto rilievo
nell'intensificarsi dell'accanimento repressivo nei confronti delle lotte
politiche e sociali: non c'è dichiarazione, audizione pubblica o rapporto
nel quale il ministro di polizia non additi gli anarchici come possibili
autori di attentati. Condotte un tempo non sanzionate o sanzionate in modo
lieve possono oggi portare ad accuse gravi ed al rischio di lunghe
detenzioni. Migliaia e migliaia sono le denunce e i procedimenti penali a
carico di attivisti politici e sociali nel nostro come in altri paesi.

Attività di informazione e di solidarietà militante si impongono per
rompere l'isolamento nel quale la strategia del potere ci vuole collocare
per depotenziare e destrutturate ogni possibile fronte di lotta.
È importante leggere e spezzare ogni strategia di provocazione - ben viva
nella nostra storia dalle bombe stragiste del 1969 in poi - con la quale
si tenta di annullare ogni spazio di agibilità sociale e politica
extraistituzionale e rivoluzionaria, di cui il movimento anarchico e la
FAI in particolare, sono forze ben vive e presenti. Uno dei tasselli di
tali strategie di provocazione è la presenza di una sigla identica alla
nostra che viene ampiamente utilizzata in modo aggressivo contro la FAI.
Tanto ci basta per definire questa sigla frutto di una volontà chiaramente
provocatoria, magari mascherata da pulsioni egemoniche nei confronti
dell'intero movimento anarchico. Sia chiaro che non assisteremo inermi a
questa operazione ed agiremo, con la dovuta energia, per impedire la
chiusura del cerchio repressivo.

L'attenzione all'autotutela del circuito militante e ad una opportuna
cinta di sicurezza ai suoi contorni va coniugata con quell'esercizio di
autoeducazione di vista e udito in ogni angolo della penisola che, sola,
sarebbe un minimo indizio sufficiente ad una corretta percezione di ciò
che si agita nel territorio. Solo con una netta presa di posizione seguita
da pratiche coerenti, tese anche ad allargare il raggio di consensi e di
agibilità pubblica del nostro agire politico, sarà possibile pensare di
articolare credibilmente resistenza e contrattacco, capitalizzando in
senso strategico una capacità di riflessione politica da sviluppare nella
direzione emersa dal dibattito di questo XXV Congresso.

A proposito di lotta al terrorismo gli anarchici federati considerano come
unici terroristi i governi e le bande armate al loro servizio, nascoste o
palesi.

Gli sfruttati, gli oppressi sono sempre in condizione di legittima difesa
e ogni considerazione sui tempi e i modi della lotta sono di opportunità
politica.


I compagni e le compagne della FAI riuniti a congresso dal 29 ottobre al 1
novembre


Da Umanità Nova, numero 36 del 13 novmbre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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