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(it) Umanità Nova, n.35: A proposito di "Devolution". Feder alismo e piccole patrie

Date Wed, 9 Nov 2005 10:51:03 +0100 (CET)


In questi giorni, il dibattito politico si sta incentrando sulla questione
della cosiddetta "devolution": il Parlamento, su indicazione e con
l'appoggio della maggioranza di centro-destra, ha approvato un disegno di
legge che trasferisce tutta una serie di poteri dal governo centrale ai
governi periferici. L'"opposizione" di "centro-sinistra" (scusate l'uso
delle virgolette, ma sono necessarie, vista la situazione che imporrebbe
una sana operazione di raddrizzamento dei nomi) sta esprimendo,
apparentemente con forza, la sua contrarietà. Facendo questo, però, va ad
identificare alcuni basilari principi di uguaglianza sociale e politica
con il mantenimento di tutta una serie di prerogative al potere centrale.

Intendiamoci. L'operazione portata avanti dalla maggioranza di
centro-destra vuole effettivamente essere un meccanismo volto a mettere in
pratica l'ideologia razzista e gerarchica del pensiero neocons, declinato
all'italiana con l'apporto fondamentale delle teorie leghiste. Nessuna
simpatia, dunque, da parte nostra, per una simile operazione. Il fatto,
però, è che l'alternativa proposta dalla cosiddetta opposizione non è
affatto tale: il nazismo, giusto per fare un esempio scontato, con il suo
fürerprinzip, è stato quanto di più lontano dal federalismo si possa
immaginare: ciononostante, l'aspetto gerarchico e razzista non era certo
assente, anzi? L'antipatia viscerale che portiamo verso questo governo,
insomma, non deve ingannarci rispetto a quelli che sono i veri principi
dell'uguaglianza sociale, di un mondo davvero diverso e possibile.

Cominciamo, allora, con l'analisi del termine stesso "devolution".
Volendolo tradurre correttamente, esso significa "cessione": nel caso
specifico, un trasferimento di potere politico dal "centro" alla
"periferia". Dunque, la questione fondamentale consiste nel capire due
elementi della faccenda: cosa viene trasferito, ed a chi.

Partiamo dal cosa. Si tratta, dicevamo, di un trasferimento di potere
politico, in altri termini del potere d'imperio di uomini su altri uomini,
della subordinazione che viene imposta a tutti coloro che sono esclusi da
esso. Da cinquemila anni circa, infatti, gli esseri umani hanno cominciato
a vivere gerarchicamente: in pratica, una minoranza di esseri umani hanno
applicato alla restante maggioranza le tecniche dell'allevamento animale.
La storia umana, da quel momento in poi, è stata una storia di morte,
schiavitù, menzogna, oppressione religiosa, sociale, politica e culturale,
e dei tentativi, repressi nel sangue, di costruire una società diversa,
basata sull'eguaglianza sociale e sulla libertà dei singoli.

Da questo punto di vista, le dimensioni di una società basata sul potere
politico, per i dominati, non hanno grande significato. Prendiamo il caso
dell'Occidente feudale del primo medioevo: il potere politico (di banno,
per usare i termini d'allora) dell'ultimo dei valvassini nei confronti dei
suoi sottoposti poteva essere, e spesso era di fatto, di una ferocia
assoluta. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe porsi, perciò, il
problema del superamento del potere dell'uomo sull'uomo, non quello delle
dimensioni territoriali su cui questo si applica.

Queste riflessioni conducono direttamente alla seconda questione. Il
potere di decidere della vita altrui può essere sempre e soltanto delegato
ad una minoranza di uomini e, di conseguenza, sottratto alla stragrande
maggioranza per esservi applicato sopra, e contro, di essi. La storia
umana, negli ultimi cinquemila anni, ha visto una continua altalena tra
forme relativamente accentrate e forme relativamente decentrate della
gestione del potere dell'uomo sull'uomo, senza che per la grande
maggioranza dell'umanità le cose cambiassero più di tanto. L'attuale
scontro tra centro-destra e "centro-sinistra" non sembra affatto sfuggire
a questa dialettica.

Passiamo adesso ad un altro genere d'argomentazioni. Oltre al termine
"devolution" si usa spesso il termine federalismo come suo sinonimo:
ancora una volta (come già per "socialismo", "comunismo", "sinistra",?) un
termine usato all'interno dei tentativi di liberazione dell'umanità dal
funesto potere dell'uomo sull'uomo viene svilito e tramutato nel suo
contrario. Vale dunque la pena di ricordare cosa, nella tradizione
socialista ed in particolare in quella anarchica, esso significasse.

Il federalismo, nella tradizione che qui ricordiamo, aveva infatti il
senso di un superamento del potere politico in quanto tale: significava la
restituzione all'individuo, ad ogni individuo, della sua sovranità piena e
completa, in un processo che, partendo dalle unità territoriali minimali,
si sollevasse fino all'umanità intera. Un processo che implicava la
scomparsa del potere politico in ogni sua forma (compresa quella
ideologicamente fondata sul preteso potere della maggioranza sulla
minoranza), della proprietà privata (compresa quella cosiddetta "pubblica"
ma in realtà statale, insomma del privato più forte), di ogni meccanismo
volto a costringere gli uomini a seguire un particolare indirizzo,
credenza, stile di vita, con il solo vincolo di riconoscere a chiunque
altro la medesima libertà.

Questo progetto federalista, ben diverso da ciò che oggi passa sotto lo
stesso nome, fu quello della tradizione anarcocomunista (all'inizio ante
litteram) di Russo, Pisacane, Bakunin, Malatesta, Kropotkin. Un'utopia?
Forse. Ma oggi, forse, appare ancora più utopico (nel senso negativo del
termine) chi si balocca nell'idea che il miglioramento delle condizioni di
vita della grande maggioranza dell'umanità passi attraverso un cambio
marginale delle forme del potere dell'uomo sull'uomo, se non, spesso, nel
semplice cambio dei suonatori della stessa, millenaria, funesta musica,
indirizzandoci in una folle coazione a ripetere, nella ripetizione
millenaria dell'identico gioco delle parti.

Shevek dell'O.AC.N./F.A.I.


Da Umanità Nova, numero 35 del 30 ottobre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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