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(it) Convegno antimilitarista - Genova - La Spezia (9 e 16 aprile 2005)

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Tue, 15 Mar 2005 09:58:50 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Il convegno sara' articolato in due giornate (il 9 aprile 2005 a Genova e
il 16 a La Spezia) indetto e promosso dal Gruppo Libertario Genovese, dal
Circolo Anarchico Pasquale Binazzi di La Spezia, dai compagni anarchici
del Tigullio e dalla redazione genovese di Collegamenti Wobbly.
*****
Sabato 9 aprile 2005
ore 14.30
c/o Circolo ARCI V-Idea di Piazza Campetto
GENOVA

Relatori:

Gianni Alioti
"L'industria militare in Liguria"

Stefano Capello
"L'imperialismo economico, politico e strategico inMedio - Oriente"

Achille Lodovisi
"Basi militari e capacità di proiezione nella nuova strategia della NATO:
il continente Africano"

Stefano Raspa
"Dove finisce l'uomo, dove comincia il soldato: cambiamenti e
trasformazioni del militarismo in
Italia."




Sabato 16 aprile 2005
ore 15
Centro Allende
Viale Mazzini
La Spezia

Relatori:

Andrea Licata
"Militarizzazione dell'Onu"


Esperto e Tecnico
"Pericolosita' intrinseca dei sommergibili nucleari e lunga storia degli
incidenti"



Collettivo Antimilitarista Tarantino
"La base nascosta : nuova militarizzazione delle coste tarantine.Cause ed
effetti sul territorio"

La guerra è all'ordine del giorno e lo è in modo più pervasivo e
totalizzante di quanto lo sia stato in epoche drammatiche di aperto
scontro
interimperialista del passato. Cerchiamo di spiegare questo apparente
paradosso: mentre in altri tempi i conflitti, pur disastrosi e immani,
hanno fatto parte dell'eccezionalità e hanno segnato (nella
rappresentazione collettiva dei più, non certo nelle dinamiche reali del
capitalismo) un momento di rottura, oggi possiamo dire che la guerra
rappresenta una normalità. Questo nella duplice accezione della
quotidianità del suo dispiegarsi spettacolare (citiamo semplicemente
l'overdose pseudo-informativa e l'impianto ideologico costruito, ad
esempio, sulla questione della lotta al terrorismo) e della materialità
del suo impatto sull'organizzazione economico-sociale e sull'apparato
produttivo (citiamo, anche qui sinteticamente, il disciplinamento della
working-class e l'assetto economico definito dal paradigma cosiddetto del
Warfare).

Anche senza enfatizzare più di tanto questi aspetti ben conosciuti, ne
risulta, tuttavia, non la centralità, ma l'estrema importanza della
bellicità endemica che caratterizza l'attuale fase. Diventa quindi
essenziale cogliere, nell'ambito di un'analisi più complessiva sulle
tendenze di sviluppo del capitalismo e dello scontro sociale, le
specificità e le trasformazioni che caratterizzano il "mondo della
guerra", i suoi annessi e connessi, le sue relazioni con il quadro
generale. Infatti, un'ipotetica strategia di lotte sociali e di classe
anticapitalistiche non può che essere costruita sulle contraddizioni che
la fase propone nella maniera più esplicita e devastante.

In questo senso il paradigma guerra esterna - guerra interna evidenzia i
nessi profondi tra conflitti militari (guerre preventive, crociate contro
il terrorismo, operazioni di polizia internazionale, o come si voglia
definirle, senza dimenticare i conflitti "tradizionali") in atto, e
condizioni delle masse popolari dei vari paesi, nelle quali confluiscono
aspetti più generali di mobilitazione (come l'arruolamento dei
proletariati nei contrapposti campi in lotta - passivo per quanto
riguarda l'occidente, sicuramente attivo per quanto riguarda, ad esempio,
le masse musulmane) con altri di natura coercitiva (come la
militarizzazione della società con il suo disciplinamento tramite la
riduzione dei diritti sociali e lavorativi) con altri ancora di natura
più materiale (sacrifici in cambio di sicurezza o ancora l'asservimento
del territorio e del lavoro alla produzione bellica).

E' dunque chiaro che il percorso di analisi e di riflessione che
proponiamo, vorrebbe rispondere, nella sua articolazione da quadro
generale a condizioni e situazioni specifiche, ad una maggior
comprensione delle dinamiche belliche, ad una presa di coscienza del loro
inestricabile legame con la questione sociale e, infine, alla costruzione
di un movimento antimilitarista e contro la guerra attento alle
contingenze della fase, ma, al contempo svincolato da queste e inserito
in una prospettiva più generale di lotta di classe.

Proviamo dunque ad articolarlo sinteticamente:

1 - Ruolo delle alleanze e dei patti militari nella fase aperta dal
crollo del blocco dell'est, marcata dall'11 settembre e, attualmente,
segnata dal conflitto irakeno.

2 - Nuovo ruolo della Nato, suo ampliamento e ridislocamento verso l'est.

3 - Ruolo e dominanza delle lobby militar-industriali nei paesi
dell'occidente industrializzato (USA principalmente, ma non solo).

4 - Ruolo delle forze armate e loro ristrutturazione (esercito
professionale, corpi militari mercenari, ecc.)

5 - Misure di disciplinamento sociale e lavorativo in Italia e negli
altri paesi (leggi anti-terrorismo e normative antisciopero, estensione
delle attività lavorative considerate essenziali).

6 - Ricerca scientifica finalizzata al bellico.

7 - Produzioni di morte, loro impatto ambientale e problema delle
riconversioni.

8 - Movimenti contro la guerra.

Per finire, ci compete mettere l'accento su alcune contraddizioni e
singolarità che emergono da questo quadro:

1 - L'adesione passiva alla logica bellicista (senza cioè le
mobilitazioni popolari che caratterizzarono i grandi conflitti
interimperialisti del secolo scorso) è più che sufficiente (in quanto
delega totale) alle imprese guerresche di oggi, proprio perché queste
sono derubricate a "operazioni chirurgiche", "azioni di polizia
internazionale", "punizioni contro gli Stati canaglia" e così via,
perdendo, formalmente, il loro carattere specifico di guerre
imperialiste.

2 - Le guerre dimenticate (l'Africa e altre parti del mondo ne sono
piene) non hanno lo stesso status, né lo stesso trattamento da parte dei
mezzi d'informazione, del conflitto irakeno (o afgano) perché non sono
ugualmente strategiche e/o sono condotte da Stati (ad es. la Francia) che
godono da parte di certa sinistra istituzionale di un trattamento
benevolo.

3 - La riconversione industriale delle industrie belliche non incide
minimamente sulle condizioni del lavoro sfruttato e, comunque, non
garantisce nulla sul piano della salute e dell'impatto ambientale.

4 - Non si rimedia ai guasti dell'esercito professionale, in quanto
efficiente macchina di distruzione e apparato repressivo, con
implausibili richiami all'esercito di leva come più "democratico" (come
vorrebbero alcune forze di sinistra).

5 - Un certo tipo di pacifismo acritico, antiamericanismo e dimensione
nazionalistica sono alcune delle caratteristiche dei movimenti contro la
guerra che non colgono la dimensione totale della lotta antimilitarista,
restando spesso sul piano della parzialità e prestandosi a pericolose
derive (vedi, solo per fare un esempio, l'appoggio incondizionato alla
guerriglia irakena espresso da certi settori della sinistra radicale).


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