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(it) Umanità Nova, n.7: Diserzione quotidiana. Verso Rimini - tagliare le radici della guerra

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Date Tue, 1 Mar 2005 19:41:44 +0100 (CET)


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Ci sono momenti difficili, momenti in cui le emozioni prendono il
sopravvento sulla logica.
Il video realizzato dai rapitori di Giuliana Sgrena ha segnato uno di
questi momenti, quando la guerra, il dolore, la paura ti calano addosso,
entrano a casa tua. Prima o poi doveva capitare, prima o poi questa
guerra combattuta con i nostri soldi, con le nostre basi, con i nostri
aerei, con i nostri elicotteri, doveva aprire una ferita anche nel cuore
di chi questa guerra non l'ha voluta, di chi si è opposto, di chi ha
detto no, non in mio nome. Il volto di una donna che ci aveva mostrato le
vite dilaniate dalla guerra in Iraq e in Afganistan, un volto segnato
dall'angoscia di ore dure, terribili da attraversare per chiunque, ha
colpito al cuore tanti, tantissimi, che si sono riversati nelle piazze,
silenziosi ed incazzati come l'omino di Vauro, ritratto in lacrime di
fronte alla televisione, mentre stringe i pugni ed impreca "sono le cose
che ha sempre detto, brutte teste di cazzo!"

È un sentimento di rabbia impotente, di dolorosa consapevolezza che la
guerra è anche questo: il mondo diviso in due e tutti, che lo vogliano o
meno, arruolati senza scampo, costretti in una camicia di forza dalla
follia dei signori della terra, di coloro che invocano dio e siedono su
barili di petrolio. Nel volto di Giuliana ci siamo specchiati in tanti,
in tante. Era il volto di chi ha saputo raccontare l'altro mondo,
cercando di dar voce alle vittime, alle donne seppellite sotto i burka,
alle algerine massacrate perché non volevano morire da vive, ai dannati
di Falluja, dove i vincitori hanno fatto il deserto ed imposto il
silenzio.

La rabbia, la paura, la voglia di essere protagonisti e non semplici ed
attoniti spettatori ha portato decine di migliaia di persone a Roma alla
manifestazione lanciata dal Manifesto per la liberazione di Giuliana e
del popolo iracheno.

Chi c'è stato narra di un grande fluire di persone, poco attente alle
sigle, agli spezzoni di organizzazione, alle consuete logiche di piazza.
Il loro sentimento non può che essere anche il nostro. Non possiamo che
sperare che Giuliana ce la faccia, che il suo nome non vada ad
aggiungersi all'ormai lunghissima teoria delle vittime di questa guerra,
che ci presentano come pace, missione umanitaria.

Tuttavia…

Tuttavia la spinta etica, quella che induce a muoversi per avere la
coscienza a posto, per poter dire a se stessi di aver fatto quanto era
possibile deve, necessariamente, essere affiancata dalla riflessione,
dalla pacata osservazione, dalla consapevolezza che, anche nei momenti
difficili, proprio l'importanza della posta in gioco deve indurre ad un
duro ma necessario confronto con i fatti.

Ed i fatti ci dicono che in quella piazza romana, accanto al giusto
sentimento di tanti, sicuramente dei più, c'erano quei politici che
misurano il pacifismo a seconda della convenienza e del numero di
poltrone occupate. C'erano i Fassino, i Rutelli, i Prodi, coloro che
hanno bombardato per 78 lunghissimi giorni il Kosovo e la Serbia, quelli
del sostegno ad Enduring Freedom in Afganistan, quelli del dialogo con
Bush. Proprio a margine della giornata romana il capo della coalizione
del centro-sinistra, Prodi, si è esibito in folgoranti dichiarazioni a
favore di un'alleanza con gli USA.

C'erano coloro che amano il pacifismo se si limita alla testimonianza,
alle bandiere arcobaleno, ai buoni sentimenti, purché il ben sentire non
si faccia ben agire, non si trasformi in critica attiva, non vada a
stanare le logiche guerrafondaie dei nostri governanti di ieri e di oggi.
I giornali hanno sottolineato la pacatezza della manifestazione,
l'assenza di proteste simboliche quali le bandiere USA date alle fiamme,
gli slogan antiUSA, il clima di fratellanza che ha visto sfilare accanto
i cattolici ed i laici, i centri sociali e la Cisl, i giovani e gli
anziani. Una gran bella melassa. Tanto densa da sprofondarci dentro,
tanto occludente da chiudere gli occhi su una realtà cruda, così cruda
che solo un'iniziativa forte può avere chance di ribaltare.

Il movimento pacifista è riemerso a Roma dopo una lunghissima assenza
sotto la spinta emotiva dell'immagine di Giuliana Sgrena imprigionata e
spaurita, ma ormai da tempo la consapevolezza del proprio fallimento
aveva svuotato le piazze. Al punto che durante il lungo assedio di
Falluja, da dove, a frammenti, giungono le notizie di un crimine
spaventoso, nessuno si è mosso, nessuno ha saputo mettersi in mezzo per
fermare l'orrore che avanzava tra le case di una città grande come
Bologna ridotta ad un cumulo dolente di macerie, spezzata e violata casa
per casa.

Nessuno tranne gli antimilitaristi, tranne coloro che sanno che la
macchina infernale che tritura le vite in Iraq, ha solide basi qui tra
noi, a due passi dalle nostre case, nelle nostre strade, nei posti dove
andiamo in
villeggiatura. La guerra non è un'astratta geometria di buoni e cattivi,
innocenti e colpevoli: la guerra, prosecuzione, con altri mezzi, della
politica statuale, della politica statuale è il più ruvido e palese
inveramento. La guerra mostra la logica di dominio e di sopraffazione
degli stati, di ogni stato, nelle sua forma più dura, meno facilmente
riconducibile agli orpelli della retorica con la quale il potere
giustifica se stesso. Ma la guerra non è un'anomalia maligna da relegare
tra le righe dell'articolo 11 della Costituzione, quello tanto citato dai
pacifisti inconsapevoli che la guerra non è l'eccezione ma la regola. Il
concetto stesso di "difesa" di "nazione", di "confine" ha in se i germi
della guerra, della negazione dell'altro, di colui che, di volta in
volta, veste gli abiti del "nemico". Ogni guerra è anche, sempre, guerra
sociale, guerra che uccide e tritura vita e libertà non solo tra le
popolazioni colpite, ma anche qui, tra di noi, nell'occidente libero e
grasso. Le bombe che hanno distrutto gli ospedali di Falluja sono state
pagate da chi negli slum statunitensi un ospedale non può certo
permetterselo. Sono gli stessi posti dove l'US Army recluta la carne da
cannone per l'Iraq.

Un pacifismo che non sappia farsi attiva analisi antimilitarista non è
che mera testimonianza, apprezzabile sul piano etico, ma irrilevante su
quello politico.

Gli antimilitaristi sanno che ogni caserma tra le nostre case è un atto
di guerra, che la polizia alle manifestazioni è un atto di guerra, che le
fabbriche d'armi sono un atto di guerra.

Ma sinora siamo stati pochi, troppo pochi per riuscire a gettare almeno
un granello di sabbia nel motore infernale del militarismo. Eppure
abbiamo fatto ugualmente paura, perché la critica antimilitarista non si
limita a testimoniare, perché la critica antimilitarista individua le
radici del male e tenta di estirparlo. Gli antimilitaristi hanno
manifestato davanti alle basi militari, alle fabbriche di morte, hanno
condotto campagne contro la militarizzazione del territorio e delle
coscienze, hanno tentato di tagliare i rifornimenti materiali ed ideali
che consentono a lor signori di uccidere in nostro nome. In novembre a
Mestre il governo ha risposto tentando di impedirci di manifestare,
tentando di tapparci la bocca. Non ci sono riusciti.

Oggi, di fronte ad una guerra sempre più feroce, di fronte al serio
rischio che il conflitto si allarghi occorre avere forza nei sentimenti e
lucidità nell'agire politico e sociale. Un agire che oggi deve vederci
presenti nei luoghi di emergenza del militarismo, della sua propaganda,
del radicamento che accompagna l'estendersi irragionevole delle fobie
securitarie. Guerra interna e guerra esterna hanno lo stesso fronte: ne
sono vittime gli sfruttati, gli oppressi, i diversi. Se vogliamo fermare
la guerra in Iraq, se vogliamo la libertà degli iracheni, degli ostaggi,
occorre agire qui, chiudere le caserme e le basi militari, impedire che
il nostro paese sia una portaerei per la guerra. Come a Rimini, dove è
già siglato l'accordo per fare dell'aeroporto cittadino lo scalo per i
marines in viaggio per l'Iraq. Fermare il massacro significa dire, con i
compagni di Rimini, da qui no!

Ecco perché a due anni dall'inizio del conflitto in Iraq, il 19 marzo,
giornata di lotta antimilitarista internazionale, saremo a Rimini per
manifestare contro il militarismo nei luoghi dove incide il nostro
territorio. L'auspicio e che tanti di coloro che hanno testimoniato a
Roma questa volta sappiano dare concretezza allo slancio etico che li ha
mossi.

Mortisia


Da Umanità Nova, numero 7 del 27 febbraio 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne




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