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(it) Umanità Nova, n.2: Saldi di fine stagione? Dibattito: la debacle del movimento anti-guerra

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Date Fri, 28 Jan 2005 13:11:07 +0100 (CET)


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Fare, di questi tempi, un resoconto sulla debacle del movimento
anti-guerra, proprio in un momento in cui l'Italia è al top dell'impegno
militare, non è semplice, anche perché, ad essere sinceri, occorrerebbe
farlo su tutte le forme di opposizione sociali e politiche al quadro
esistente. E con questo parlo anche delle componenti rivoluzionarie del
movimento: perché se è vero che i pacifisti, largamente intesi, non sono
stati in grado di creare un sistema efficace di contrapposizione alla
guerra è altrettanto vero che gli anticapitalisti e gli internazionalisti
non sono riusciti a fare di meglio, anzi.
Provo per punti ad analizzare alcune questioni che, a mio avviso, hanno
co-determinato il lento esaurirsi del movimento anti-guerra.


L'assuefazione alla guerra

Innanzitutto l'assuefazione generale, prodotta nel corso degli anni dalla
formazione di mentalità collettive (mass media, comportamenti socialmente
condivisi, modi di pensare, rotture di legami sociali, consumi
collettivi, sensibilità, interiorizzazione di modelli produttivi etc.)
allo stato permanente di guerra: ormai è un dato comunemente accettato,
dai più s'intende, che il paese nel quale viviamo, possa essere chiamato
ad azioni di guerra. In questo senso c'è stata una rottura profonda con
la cultura post-belllica, formatasi con la tragedia del secondo conflitto
mondiale, per cui la guerra rappresentava l'extrema ratio, concepibile
soltanto in una situazione di aggressione esterna, da cui l'articolo 11
della Costituzione. Sarebbe troppo lungo dilungarsi sulla strumentalità
politica di alcune posizioni (il PCI di Berlinguer si sentiva protetto
dall'ombrello della NATO tanto per fare un esempio), ma quello che
contava per certo era una modalità di pensare trasversalmente condivisa,
dai democristiani ai comunisti, che faceva da argine, precario quanto si
vuole, ad alcune "degenerazioni" di sistema. Il primo cedimento
collettivo si ebbe nel 1991, con la guerra del Golfo, dove venne
reintrodotto il concetto di "guerra giusta", a cui corrispose
l'astensione parlamentare dell'allora PCI. Fu, quello di allora, un
passaggio sostanziale, che seguiva il crollo del sistema sovietico e di
quello che ideologicamente e simbolicamente rappresentava anche per
coloro che in quel sistema non si erano mai riconosciuti o che in quel
sistema avevano visto una forma aberrante di capitalismo autoritario di
stato. La caduta del piano simbolico che non afferiva al dato materiale
rappresentato, ovvero a ciò che era veramente l'URSS e i suoi satelliti,
rimandava alla caduta della possibilità di trasformazione radicale della
società, aprendo così un lungo periodo, attualmente in corso, di
insostituibilità del sistema capitalistico a formazione politica
democratico - elettoralistica. Il cambiamento epocale, che chiudeva la
storia di un secolo, coinvolgeva repentinamente le figure della sinistra
storica italiana, che, o chiudevano baracca e burattini (PSI), oppure
correvano come impazziti verso il nuovo verbo nazional-capitalistico
(PCI-PDS-DS, sindacati vari) e guerrafondaio. Siamo così al 1999, alla
guerra in Kossovo, ai massacri gestiti in prima persona dalla sinistra al
potere: la stessa sinistra che poco tempo dopo (2001) legittimò la guerra
in Afganistan, perché, come disse allora Fassino, qualche risposta
bisognava pur darla. I tabù si erano definitivamente rotti, lo
sdoganamento bellico passava attraverso gli ex-comunisti e veniva
legittimato agli occhi di milioni di persone grazie al lavoro incessante
di convincimento sulla innocenza delle nuove guerre: umanitarie,
chirurgiche e selettive. La chiusura del cerchio stava nella
professionalizzazione dell'esercito, a cui ancora una volta, la sinistra
al potere diede un contributo legislativo e propositivo di primaria
importanza.

Rapido mutamento del sentimento di appartenenza: dalla classe alla
nazione

Anche sul piano della percezione soggettiva le cose cambiarono piuttosto
celermente: i sindacati concertativi, con i partiti governativi
contribuirono, insieme ai cambiamenti produttivi epocali (dislocazioni,
maggiore
finanziarizzazione dell'economia…), a rompere sia legislativamente
(interinale, apprendistato prolungato, co.co.co…) che culturalmente la
sensazione di appartenenza ad un corpo separato, antagonista ed
irriducibile all'unitarietà nazionale, ovvero alla classe operaia. Anche
questa alterità, riformistica per lo più, e con tutti i suoi limiti
intrinseci, faceva da argine allo sviluppo bellicistico dell'Italia e
dell'Europa in generale: era il riconoscersi dapprima negli sfruttati
degli altri paesi e poi, magari soltanto
calcisticamente (anche il calcio come cultura nazionalistica di massa ha
prodotto dei danni ingenti) nella propria"patria", ma solo "del pallone".
A tutto ciò, nella frantumazione legislativa dei contratti, negli
aumentati precarietà e sfruttamento, si è aggiunta l'insicurezza
personale, la paura per il proprio futuro. A cascata si può supporre che
l'incertezza sia un potente strumento di manipolazione: mette in
competizione povertà con altre povertà, mette in competizione le
generazioni, fa aumentare la sfiducia verso il prossimo che per prima
cosa diviene un concorrente sociale; se poi il prossimo proviene da altri
luoghi o regioni del pianeta allora costui diventa un nemico. E questo
nemico, allogeno, rivestito di una qualsiasi maschera (Bin Laden) si
trasforma a sua volta in un terrorista, contro cui una qualsiasi guerra
oltre che legittima diviene anche esplicitamente giusta. Non sarebbe
stato possibile un largo consenso passivo alla guerra in Iraq, nonostante
una quantità inimmaginabile di prove false e di violazioni di regole
internazionali mai viste sino ad ora, e soprattutto emerse prima che la
guerra si dispiegasse, se non fosse stata implicita una condivisione di
fondo degli obiettivi, altrettanto fittizi naturalmente, di guerra al
terrorismo. In ultimo si aggiunge l'afflusso recente sia di una schiera
di giovani lavoratrici e di lavoratori privi di memorie sui diritti
minimi acquisiti dalle lotte dei decenni passati, sia un afflusso di
migranti, minacciati dalle leggi fasciste sul permesso di soggiorno,
facilmente ricattabili, anch'essi memori di altri sfruttamenti, a volte
peggiori, perpetrati nei loro confronti nei paesi di origine, ma
completamente scevri, anche se ci sono importanti "eccezioni" che fanno
ben sperare nel futuro (la manifestazione del 4 dicembre a Roma), dal
solo pensare di poter esercitare una qualche rivendicazione nei confronti
dei nuovi padroni.

Il movimento non-movimento degli ultimi anni

E veniamo al movimento che si è creato negli ultimi anni. Il movimento è
nato in gran parte sulla spinta mediatica del 1999 e probabilmente da
questa spinta non è mai uscito. È già difficile chiamare delle forti
mobilitazioni di massa un movimento, quando queste mancano di due
elementi fondamentali per potersi ritenere tale:

* La prima riguarda la continuità delle proprie attività e non la loro
estemporaneità. Un movimento può avere degli alti e dei bassi ma non
essere a singhiozzo, con interruzioni temporali lunghe ed a volte
lunghissime.

* La seconda attiene le ricadute politiche sia sul piano dei risultati
concreti sia sull'innesco di lotte locali più o meno parziali a traino
delle mobilitazioni generali. La concentrazione su eventi di massa a
scadenze predeterminate non ha favorito né lo sviluppo né un radicamento
sociale e locale delle lotte.

Mancanza di senso programmatico e "recupero" istituzionale

Il legame intrinseco e non estemporaneo alla produzione di eventi
visibili ha, alla lunga, svuotato di senso "programmatico" una realtà che
in maniera positiva e significativa aveva ripreso in prima persona, con
due milioni e mezzo di contraddizioni, a porre questioni essenziali sulla
sopravvivenza propria e del pianeta. Senza aver attecchito sul piano
sociale, il movimento, di natura prevalentemente democratica (non poteva
che essere così, e non lo dico in senso negativo), manteneva a fatica
un'autonomia dal quadro politico istituzionale ed in particolare da
quello che comunemente potremmo chiamare opportunistico. Più perdeva di
presa, più si allargava a coloro che ne vedevano soltanto uno strumento
di rilancio della propria immagine sbiadita se non ancora interamente
impresentabile. Ed è grazie al movimento, o questa enorme massa di
intergruppi della vecchia e nuova sinistra, che vengono "sdoganati", suo
malgrado e senza garanzie, i guerrafondai di prima, di poco prima.
Guerrafondai, tra l'altro, mai pentiti o revisionati, pronti, alla
bisogna, all'invio di nuove e lussureggianti truppe in giro per il mondo,
o, indisponibili, a ritirarle da quei luoghi di guerra, che non posso che
essere che luoghi di guerra ingiusta: Kossovo, Afganistan, Africa etc. I
Social Forum, sia locali che nazionali, a parte qualche piccola
eccezione, si sono lentamente ristrutturati in fiere campionarie dei
partiti della sinistra, di stampo verticistico, con veti incrociati,
discussioni blindate, o ancora peggio, in scatoloni vuoti da riempire
soltanto quando la sigla di partito non è spendibile in forma diretta.
L'ultimo Social Forum londinese ha introdotto, insieme ad altre chiusure
"democratiche", una selezione di classe alla propria partecipazione,
chiedendo il pagamento di un biglietto esosissimo (dalle 30 alle 50
sterline) per assistere ad alcuni dibattiti.

L'autoreferenzialità degli anticapitalisti

Quella parte di realtà, invece, che si richiamano a prospettive di tipo
anticapitalistico non sono riuscite, in tutto questo tempo, a
rappresentare una reale alternativa sia in termini numerici, ridotte a
volte ai minimi termini, sia nei presupposti di programma che di
credibilità. Anche qui un coacervo di sigle spesso più imperniate nella
critica sterile di ciò che facevano gli altri, per poi magari
scimmiottarne in peggio alcuni comportamenti, ha portato a forme di
autoesclusione rissosa e improduttiva una miriade di gruppi presenti sia
in Italia che nel resto del mondo. Ma di questo occorrerebbe parlarne a
parte.

Le difficoltà del movimento anarchico

Il movimento anarchico, nel suo complesso, e soprattutto nelle sue
componenti sociali ed organizzate è riuscito parzialmente nei suoi
intenti: da una parte a partecipare alle grandi mobilitazioni contro la
guerra indette dai social forum nazionali ed europei e dall'altra ad
organizzare in proprio alcune manifestazioni (La Spezia, Livorno, Mestre)
e mobilitazioni particolari come quelle di contestazione per il 4
novembre, i campeggi antimilitaristi ed altre iniziative a carattere
locale (coprire le vergogne del militarismo, con coperture di statue
inneggianti alle forze patrie, o cambiando il nome alle vie dedicate a
regnanti, militari etc.). Di fatto però anche il nostro movimento non è
mai riuscito, vuoi per i numeri ridotti, vuoi per incapacità di imprimere
una continuità sostanziale a certe azioni e lotte a diventare un punto di
riferimento delle battaglie antimilitariste. Anche noi, in parte
condizionati da scadenze imposte o promotori di iniziative altrettanto
scadenzate, in maniera rituale, a cui sono aggiunte le "stanchezze"
politiche di questi mesi (inefficacia delle azioni intraprese, quadro
generale deprimente, lotte sociali inconcludenti etc.) paghiamo il dazio
di un periodo più o meno lungo di attivismo forzoso. Inoltre, per
fortuna, molte tematiche e pratiche nostre sono diventate comuni a molti,
come l'azione diretta, l'orizzontalità decisionale, il federalismo
organizzativo ed alcune impostazioni che alla radice andavano a colpire
la questione bellica, ovvero il sottosistema militare, economico e
politico degli stati e del capitalismo, quello che per noi, in
definitiva, è l'attività antimilitarista. Tutto questo è avvenuto proprio
quando lo stesso movimento anarchico, in origine portatore di tali
pratiche, è stato quello meno in grado di "rappresentarle", anche solo
simbolicamente, rispetto ad altri, più decisi da una parte, e più votati
al martirio mass-mediatico dall'altra.

Antimilitarismo e lotte sociali

Abbiamo infine cercato, ed è proprio da qui che dovremmo ripartire, di
connettere le nostre iniziative con il mondo piccolo, ma combattivo, dei
lavoratori in lotta, sapendo che è nella produzione il luogo dove il
sistema crea il maggiore livello di sfruttamento, anche ambientale, ed è
nella produzione che il sistema soffre degli attacchi di coloro che non
si sottomettono al dominio globale. Sappiamo bene che se nelle scuole,
nei centri per l'impiego, nelle fabbriche, nelle poste, nelle università…
la cultura militare trova la stessa cittadinanza di un qualsiasi
prodotto, la normalità della guerra come ulteriore sviluppo sarà da
considerarsi cosa data. Così come sappiamo che se lavoratori e le
lavoratrici delle comunicazioni virtuali (internet…) e reali (treni,
navi, autostrade…) non saranno essi stessi promotori di lotte volte al
boicottaggio attivo delle guerre e delle produzioni militari,
difficilmente un movimento esterno sarà in grado di farlo con altrettanta
efficacia. Come, per finire, sappiamo bene che se le lavoratrici e i
lavoratori dei sistemi di produzione d'arma non iniziano a mettere in
discussione ciò che fanno nei termini radicali della scelta,
difficilmente le basi sociali della guerra, anche come fonte di reddito,
potranno essere cambiate. Dobbiamo ripartire dalle lotte sociali, quindi,
come elemento fondante anche del nostro antimilitarismo cercando il più
possibile di costruire alleanze non estemporanee con settori politici e
sociali a noi affini per contenuti, modalità di lotta e finalità
politiche.

Pietro Stara

Da Umanità Nova, numero 2 del 23 gennaio 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne




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