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(it) Umanità Nova, n.2: Gli Usa alzano la posta. Dall'Iraq all'Iran e alla Siria?

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Date Wed, 26 Jan 2005 11:15:42 +0100 (CET)


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La guerra in Iraq continua a presentare un saldo negativo per la volontà
USA di normalizzare il Medio Oriente e di rimettere in riga le classi
dominanti dei paesi islamici. Il totale allineamento di paesi come
l'Egitto o l'Arabia Saudita verrebbe messo in questione in caso la
guerriglia irachena riuscisse nell'obiettivo di cacciare gli americani
dal paese senza che questi ultimi non siano riusciti a rafforzare ruolo e
consistenza di un governo iracheno destinato a sostituirli. D'altra parte
il costo (umano ma soprattutto finanziario) della guerra inizia ad essere
troppo alto per Washington il cui debito con il resto del mondo è enorme.
D'altro canto l'unica possibilità perché gli Stati Uniti possano
continuare a rastrellare capitali da tutto il globo con i quali coprire
il loro deficit interno è proprio quella di configurarsi come padroni
imperiali dell'intera economia mondo capitalistica. Una ritirata
dall'Iraq avrebbe conseguenze assolutamente nefaste su questo piano per
Washington. La situazione dell'amministrazione Bush nel paese asiatico
continua, quindi, ad essere critica. Gli attentati in tutto il paese e le
imboscate sulle strade che uniscono la capitale del paese alla Turchia e
alla Giordania continuano con il ritmo di tre al giorno e segnalano come
la resistenza all'occupazione abbia ormai assunto dimensioni e ruolo
politico e militare non confinabili ai soli clan più vicini all'ex
presidente Saddam Hussein né alla sola confessione religiosa musulmana
sunnita di molti di suoi sostenitori.

Giova ricordare come la guerriglia contro l'occupazione sia nata in Iraq
tre settimane dopo la fine della guerra con l'eccidio degli abitanti di
Falluja che protestavano contro la mancata riapertura della scuola
primaria di un quartiere della città chiusa in quanto trasformata in
dormitorio per i soldati americani. Questi ultimi spararono su di una
folla disarmata il 30 aprile del 2003 uccidendo almeno 17 persone e
ferendone gravemente altre 75 e continuarono nella sparatoria uccidendo
una decina di soccorritori e facendo il tiro a segno contro le ambulanze
della mezzaluna Rossa. Da quel giorno è stato un crescendo che ha visto
prima il moltiplicarsi di cellule della resistenza di ispirazione diversa
nell'area dei clan sunniti, poi la nascita di un'opposizione armata tra i
clan sciiti dopo il tentativo dell'allora amministratore americano
dell'Iraq di mettere a tacere il partito del Mahdi guidato da Moqtada
al-Sadr.

Quello che stupisce in tutti questi avvenimenti è che gli Stati Uniti
sembrano scegliere sempre forme e modalità di intervento nella realtà
irachena le cui conseguenze sono necessariamente quelle che abbiamo visto
in questo anno e mezzo di occupazione: la progressiva discesa dell'Iraq
nel caos. Gli osservatori critici ritengono per lo più che questo modus
operandi sia da attribuire a un mix tra arroganza ed imbecillità che
caratterizzerebbe l'amministrazione politica, diplomatica e militare USA,
una sorta di "sindrome imperiale".

Ora, pur non escludendo che le componenti citate siano presenti
nell'azione dei funzionari USA io sono portato a credere che non sia
questa la spiegazione del comportamento delle forze di occupazione
americana in Iraq.


La tattica USA: far uscire allo scoperto gli avversari

Gli Stati Uniti hanno elaborato fin dalla Prima Guerra Mondiale una
dottrina non ufficiale che ne determina il comportamento tanto
diplomatico che militare; tale dottrina si ispira al principio per il
quale si deve costringere l'avversario ad agire in modo che la sua azione
provochi a questo perdite maggiori di quelle che subirebbe facendo
un'altra scelta. I giapponesi furono in qualche modo costretti ad
attaccare Pearl Harbor ed a permettere al Presidente Roosevelt di
dichiarare guerra da aggredito con la piena solidarietà dell'intera
nazione. Allo stesso modo i gruppi islamici e quelli nazionalisti
presenti in Iraq alla fine della guerra sono stati indotti ad uscire allo
scoperto dalle provocazioni americane mentre inizialmente essi avrebbero
preferito aspettare come si sarebbero messe le cose. Costringendoli allo
scontro in campo aperto gli USA pensavano di risolvere più rapidamente la
questione dei rapporti di forza nel paese e di riuscire a consolidare più
in fretta un governo di collaboratori della CIA alla testa dell'Iraq.
Allo stesso modo lo scontro con la leadership sciita radicale è stato
ricercato in tutti i modi così come in tutti i modi è stato cercato
l'avvio di un conflitto civile tra clan sciiti e clan sunniti. Le
autobomba a Najaf e a Basra dovevano avere proprio quell'effetto e si
deve al sangue freddo dei leader dei partiti sciiti e alla tradizionale
commistione all'interno delle tribù più vaste tra clan sunniti e sciiti
che questo non sia avvenuto. D'altra parte non è necessario pensare che
tali attentati siano stati compiuti direttamente da gente al soldo degli
americani. Questi ultimi probabilmente hanno lasciato fare come già altre
volte nella complicata storia militare e diplomatica degli ultimi quattro
anni. I nemici speculari degli USA, la guerriglia di ispirazione
Jihadista con legami internazionali nel mondo della finanza araba, ha un
interesse in comune con gli americani: spazzare via la concorrenza
islamica locale e quella nazionalista e, soprattutto, cancellare il peso
della componente sciita (che essi vedono come eretica) nel paese. A
questo scopo una guerra civile lungo la frattura religiosa sarebbe
fondamentale come lo sarebbe per gli USA al fine di giustificare la loro
presenza in Iraq e spazzare via l'opposizione islamica laica e quella
nazionalista.

La capacità politica della leadership islamica laica sunnita e di quella
sciita ha per ora impedito che gli Stati Uniti realizzassero interamente
il loro programma ma non ha potuto evitare che il paese sprofondasse
sempre di più nel caos e che la guerriglia jihadista araba prendesse
piede all'interno dell'Iraq. Il caos e la presenza dei jihadisti sono ad
oggi gli unici appigli che l'amministrazione americana può utilizzare per
giustificare la presenza dei militari a stelle e strisce nel paese.
Inoltre anche la necessità di riconoscere un ruolo politico alla fazione
sciita radicale di al-Sadr ha avuto un aspetto favorevole per gli USA
grazie alla clausola del disarmo delle milizie del Mahdi da effettuarsi
nelle mani dell'esercito del governo collaborazionista Allawi. In questo
modo al-Sadr ha di fatto riconosciuto il governo imposto da Washington.

L'attuale scopo della politica americana in Iraq, dopo il fallimento
della pacificazione, è proprio questo: ottenere quanto più tempo
possibile per legittimare all'interno e all'estero il governo Allawi,
costringere qualsiasi governo sostituirà quest'ultimo in futuro a non
abrogare l'ordinanza numero 39 del governatore Bremer che impone la
cessione della sovranità del paese in mano alle imprese multinazionali
che vi investano, e soprattutto ad accettare la costruzione delle dodici
basi USA in Iraq per cui sono stati già stanziati sette miliardi di
dollari all'anno.

Per ottenere questi obiettivi è utile che l'Iraq precipiti nel caos, che
la disoccupazione tocchi il 30% e che nessuno dei servizi minimi utili
allo svolgimento di una moderna vita associata funzioni. Certamente
questo porterà una quota sempre più ampia di popolazione a opporsi agli
occupanti ma gli impedirà di organizzare decentemente il paese e di
svilupparlo in modo indipendente da Washington. Nella situazione attuale
di devastazione anche un governo formato da oppositori degli USA sarebbe
costretto a trovare qualche accordo con Washington e a concedere come
minimo la non ostilità e l'uso delle basi con cui gli Stati Uniti si
preparano a controllare il Medio Oriente.


L'Iran nel mirino degli USA

L'equilibrio che gli USA stanno cercando di ottenere con la politica del
caos e della distruzione è, però, molto precaria fino a quando esistano
paesi e centri di potere potenziali oppositori della normalizzazione
dell'area. Per questo Teheran, nonostante l'atteggiamento di assoluta
disponibilità assunto verso gli USA a partire dalla guerra in Afganistan,
è tornata nel mirino. La recente vicenda del presunto sviluppo di energia
atomica al fine di produrre armi atomiche da parte dell'Iran è
esemplificativo del tipo di offensiva che gli Stati Uniti stanno mettendo
in piedi per arrivare a giustificare un'aggressione armata verso il
grande paese asiatico. Prima gli USA e Israele iniziano una campagna di
stampa per costringere l'Iran ad accettare perquisizioni dell'Agenzia
atomica dell'ONU che si configurano come una vera e propria perdita di
sovranità; di fronte all'accettazione obtorto collo da parte dell'Iran
delle condizioni poste dagli americani, gli USA alzano la posta ottenendo
il risultato di innervosire la leadership iraniana e far sì che ci siano
esponenti di quest'ultima che iniziano a rilasciare dichiarazioni
scomposte e alla lunga suicide come quella secondo la quale Teheran
sarebbe in possesso di missili a media gittata capaci di colpire Israele.
Quest'ultimo, nonostante sia l'unica potenza nucleare dell'area, avvia
una sua campagna internazionale in quanto pretesa vittima del "complotto
antisemita" iraniano. Queste ultime mosse costringono anche i paesi
europei, che vantano un ottimo rapporto commerciale con l'Iran, ad
adeguarsi e a seguire gli USA e Israele nella loro campagna contro
Teheran. Infine, di fronte al raggiungimento di un accordo tra paesi
europei ed Iran sul monitoraggio dei siti nucleari del paese asiatico,
l'Amministrazione statunitense apre una decisa campagna contro El
Baradei, segretario dell'organizzazione ONU per il controllo della
proliferazione nucleare e responsabile dei controlli in Iran, accusato di
complottare con Teheran e di non essere affidabile. L'effetto è quello di
giustificare qualsiasi mossa futura contro il maggior paese non allineato
a Washington nell'area dichiarando al contempo non credibili le ispezioni
compiute da organizzazioni e membri dell'ONU. In questo modo Washington
si leva anche il fastidio di dover dimostrare al resto del mondo la
credibilità delle sue accuse: se i controllori internazionali sono
corrotti e venduti al nemico, è chiaro che gli USA non hanno bisogno di
alcuna giustificazione internazionale per colpire l'Iran.

Il secondo effetto cercato con la campagna contro Teheran è quello di
colpire la Russia nel suo tentativo di costruire un asse alternativo a
quello Washington-Tel Aviv. Anche gli sciocchi sanno, infatti, che gli
strumenti per la realizzazione degli impianti nucleari iraniani vengono
da Mosca, che esiste da anni una fattiva collaborazione militare tra i
due paesi e che anche sul piano commerciale e tecnologico il rapporto
Russia-Iran è molto stretto. Si aggiunga a questo il fatto che in caso di
un rafforzamento dei rapporti tra il cuore franco-tedesco dell'Europa e
la Russia l'Iran ne beneficerebbe in quanto partner primario sia dei
primi che della seconda e come possibile riserva alternativa per i
rifornimenti energetici di fronte alla prospettiva di un Medio oriente
completamente controllato dagli USA. Infine non bisogna dimenticare il
versante geostrategico che ci dice che l'Iran è l'unico ostacolo oramai
al consolidamento di un vasto protettorato americano in Medio Oriente e
in Asia Centrale i cui confini toccano da un lato l'Egitto, dall'altra i
paesi ex sovietici dall'Asia, da un lato l'Azerbaigian dall'altro la
penisola arabica e il suo prolungamento nel Corno d'Africa. La conquista
dell'Iran metterebbe in mano agli USA l'intera area, consentirebbe
l'espulsione di russi ed europei dalla gestione di affari senza la
mediazione di Washington e metterebbe gli americani in deciso vantaggio
nei confronti dei potenziali concorrenti strategici asiatici, Cina e
Giappone in primo luogo, i quali dipendono in modo strutturale dalle
forniture di petrolio e di gas dall'area del Golfo e da quella del
Caspio.


L'amministrazione statunitense decisa a chiudere i conti anche con
Damasco

Un altro paese attorno al quale si sta stringendo la morsa degli Stati
Uniti è la Siria la cui leadership si era allineata agli USA fin dalla
fine dell'URSS con la partecipazione fattiva alla prima guerra del Golfo
nel 1991. Nonostante ciò i siriani hanno continuato a essere percepiti
come nemici a Washington soprattutto a causa della loro scoperta volontà
di non accettare la perdita definitiva delle alture del Golan occupate da
Israele nel 1967. Tale altipiano è del tutto insignificante dal punto di
vista strategico alla luce delle nuove tecnologia con le quali Tel Aviv
può controllare tranquillamente le intenzioni di Damasco senza aver
bisogno di continuare nell'occupazione di quest'area. Sono invece
fondamentali dal punto di vista della guerra dell'acqua sotterraneamente
in corso da trent'anni almeno nella zona. La ragione per cui Israele non
accetta di abbandonare il Golan e la Siria non capitola accentandone la
perdita dipende dalla presenza di fonti fondamentali per
l'approvvigionamento idrico dei due paesi: è evidente che chi possiede le
alture con il loro prezioso contenuto può tenere letteralmente per la
gola il vicino ricavandone un vantaggio strategico determinante.
L'ostilità mai venuta meno nei confronti di Israele ha impedito
l'apertura di un cammino di pacificazione tra USA e Siria anche perché
Damasco ha sempre tenuto alla sua indipendenza e al mantenimento di
rapporti particolarmente stretti con la Francia. La principale ricompensa
concessa a Damasco dagli americani per l'appoggio alla guerra del 1991 fu
l'accettazione del ruolo dominante della Siria in Libano. Ora dopo il
capovolgimento effettuato nell'area con l'invasione dell'Iraq e con la
messa alle strette dell'Iran l'Amministrazione americana sembra decisa a
chiudere i conti anche a Damasco. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU su
proposta americana ha infatti votato una risoluzione che condanna la
presenza militare siriana in Libano, richiede lo smantellamento delle
milizie di Hezbollah "colpevoli" di aver costretto l'esercito israeliano
a ritirarsi dal Libano meridionale e di quelle presenti nei campi
profughi palestinesi e accusa i siriani di aver ispirato il rinnovo
incostituzionale del mandato al presidente libanese Emile Lahoud,
maronita e cristiano ma fedelissimo di Damasco. A questa risoluzione si
aggiunga il tentativo di Israele di provocare incidenti di confine con la
Siria come conseguenza dell'uccisione del rappresentante locale di Hamas
in pieno centro a Damasco e la stana storia dell'attentato progettato da
gruppi islamici non ben definiti contro l'ambasciata italiana a Beirut.
Quest'ultima vicenda prende sempre più i contorni del giallo e, benché i
media tacciano da molte settimane
sull'argomento, sembra che la stessa commissione parlamentare di
controllo sull'attività dei servizi sospetti che il tutto sia una
montatura concordata tra i nostri servizi segreti e il ministro
dell'interno libanese, Elias al-Murr, genero del Presidente della
Repubblica, come lui cristiano maronita e uomo incaricato dei rapporti
tra Lahoud e gli americani. Il sospetto è che l'Italia, forte dei
radicati rapporti tessuti nel paese fin dall'invio di una "missione di
pace" nel 1983, si stia prestando ad un gioco costruito dal Presidente
libanese per salvarsi sacrificando i palestinesi ed Hezbollah e sperando
così di avvicinarsi a Washington e a Tel Aviv senza rompere in modo
deciso con Damasco. Il problema è che per la Siria l'espulsione dal
Libano vorrebbe dire la virtuale cancellazione del paese dalla politica
mediorientale e il suo assorbimento nel sistema neocoloniale a stelle e
strisce. A questo punto il regime costruito da Assad e trasmesso in
eredità al figlio scricchiolerebbe pericolosamente e il paese
diventerebbe facilmente preda di lotte di fazione la cui conclusione
sarebbe la diretta dipendenza da USA e Israele dell'ex orgogliosa
"Prussia araba". Il particolare più importante di questa vicenda è
rappresentato dal fatto che la risoluzione contro la Siria non sia venuta
solamente da Washington ma anche da Parigi nonostante che la Francia sia
stato il più deciso protettore di Damasco nell'ultimo decennio. La
decisione di adeguarsi alla politica americana nell'area deve essere
valutata per quello che è: il riconoscimento di una perdita radicale di
influenza e di potere nelle aree che un tempo facevano parte dell'Impero
francese. In Africa gli USA si stanno sostituendo alla Francia come
potenza di riferimento, come partner commerciale e come referente
militare; in Marocco, Algeria e Tunisia sta accadendo la stessa cosa e in
Medio Oriente l'invasione dell'Iraq ha sancito la marginalizzazione della
Francia in tutta l'area. Non si tratta di un evento secondario se si
pensa che la Francia fu la potenza che permise ad Israele di avere
l'atomica, che consentì all'OLP di avviare una mediazione con gli USA e
che fu per un quindicennio il principale amico dell'Iraq di Saddam
Hussein in occidente. Negli ultimi quindici anni, poi, aveva preso sotto
la propria protezione la Siria abbandonata dai sovietici in via di
disfacimento ed era intervenuta a comporre il conflitto tra le fazioni
libanesi con una soluzione ben vista da Damasco. La Francia oggi non ha
più alcun ruolo autonomo in Medio Oriente e il fatto che gli USA abbiano
invaso l'Iraq beffandosi tranquillamente dell'opposizione dell'alleato di
Oltre Atlantico ha reso pubblici i rapporti di forza esistenti tra i due
paesi e l'intenzione americana di renderli operativi sostituendosi alla
Francia in tutto il mondo come potenza di riferimento per regimi
filoccidentali locali. A Parigi non è rimasta che una scelta: quella tra
la propria progressiva sparizione dai rapporti di potere economici e
politici internazionali e l'adeguamento alla nuova situazione assumendo
un profilo basso e la posizione di partner inferiore dell'alleato
americano. In questo modo i francesi sono costretti a controfirmare ogni
scelta di Washington ma in compenso non vengono espulsi dalle aree dove
prima erano i reali padroni delle risorse del paese e dell'élite locale.
La stessa opposizione alle operazioni in Iraq con il passare del tempo è
diventata la foglia di fico dietro la quale Parigi nasconde la sua
sostanziale adesione al centro unico dell'imperialismo occidentale. E
questo con buona pace di chi ancora crede vi sia spazio per la
costruzione di un polo europeo alternativo agli USA e, soprattutto, di
chi addirittura lo vedrebbe antagonista a questi non solo per motivi di
dominio politico-economico ma anche sul piano dell'etica e dei valori.

Giacomo Catrame


Da Umanità Nova, numero 2 del 23 gennaio 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne




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