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(it) Umanità Nova, n.1: Il prezzo della vita. Tsunami: e i ricchi si guadagnano il paradiso

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Date Thu, 20 Jan 2005 09:57:51 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Sono anni che ripeto agli studenti che lo Tsunami può essere uno degli
effetti di un sisma quando l'epicentro è localizzato sul fondale marino
ma, mentre sottolineo che il terremoto è un evento improvviso, nei
confronti del quale poco c'è da fare nel momento in cui l'energia
accumulata si sprigiona, rispetto ai possibili effetti catastrofici di un
maremoto, ribadisco che la perdita di vite umane può essere ridotta al
minimo. Naturalmente la distanza
dell'epicentro dalle coste deve essere sufficiente a garantire il tempo
necessario all'evacuazione delle popolazioni potenzialmente coinvolte. Il
preavviso è possibile grazie ad un sistema di monitoraggio costituito da
una serie di boe, dislocate nelle zone a rischio sismico, che sono in
grado di rilevare movimenti anomali delle masse d'acqua oceaniche e di
trasmettere tali dati ai centri di sorveglianza da cui viene lanciato
l'allarme.
Non posso che ammettere la mia ingenua ignoranza, dal momento che ho
sempre dato per scontato che la comunità internazionale, se non ogni
singolo stato, avesse predisposto tale sistema d'emergenza in tutte le
zone a rischio; convinzione ampiamente smentita dagli eventi conseguenti
al terremoto che, il 26 dicembre, ha interessato una faglia del fondale
dell'oceano indiano in prossimità dell'isola indonesiana di Sumatra.
Non rimane che prendere atto che anche le boe anti Tsunami sono un
privilegio riservato alle società ricche!
Infatti, da una veloce verifica, si può rilevare che nel Nord-America
esistono due centri, il Pacific Tsunami Warning Center nelle Hawaii e
l'Alaska Tsunami Warning Center in Alaska, che in sostanza sono dei punti
di monitoraggio sui fenomeni sismici nel Pacifico. Se si riscontra una
situazione di pericolo le popolazioni locali vengono avvisate con mezzi
molto semplici. Le coste sono attrezzate con sirene, l'allarme è diffuso
anche da radio e televisioni locali, le auto della polizia circolano per
le strade con altoparlanti per informare la popolazione.
Si calcola che l'analisi del sisma si possa fare in 15 minuti e che
l'avviso di pericolo possa essere trasmesso in altri 15 minuti.
Teoricamente le autorità dello Sri Lanka avrebbero avuto due ore per
avvisare la popolazione, quelle dell'India meridionale avrebbero avuto
poco meno di tre ore, tempi ridotti, ma certamente sufficienti a mettere
in salvo decine di migliaia di persone. Cresce un moto d'indignazione
poiché non uno stato tra quelli che hanno perfettamente sotto controllo
la contabilità dei debiti con i paesi in via di sviluppo, non uno stato
di quelli che spendono cifre da capogiro per i propri armamenti, non uno
stato di quelli in cui operano le imprese che promuovono il "turismo
coloniale", non uno stato di quelli che oggi si prodigano nella gara
della raccolta fondi per l'emergenza, aveva fino ad oggi pensato di
finanziare un progetto per dotare di un sistema d'allarme anche quei
paesi che non dispongono dei denari o delle tecnologie necessarie.
Suona quindi come una presa in giro la raccomandazione dell'organismo di
promozione per l'allestimento di sistemi di preavviso PPEW (Platform for
the Promotion of Early Warning), dell'ONU, che il 29 dicembre auspicava
investimenti in programmi di educazione e di sensibilizzazione, destinati
alle popolazioni residenti soprattutto nelle zone costiere perché
sappiano come prepararsi e come limitare i danni nell'eventualità di
grandi calamità. "La comunità internazionale - ha spiegato Reid Basher,
del PPEW - deve andare avanti ed allestire sistemi globali che possano
evitare il ripetersi di quanto accaduto questa settimana in Asia".
Sono consapevole di usare i toni e gli argomenti del "senno di poi", che
può sembrare di cattivo gusto davanti alle cifre che contano a centinaia
di migliaia i morti di questa catastrofe, ma non vorrei ci si
dimenticasse delle contraddizioni di chi pretende di determinare le
nostre vite, gli equilibri politici ed economici del pianeta utilizzando,
senza alcuna remora, la forza degli eserciti piuttosto che la pressione
del mercato sempre alla ricerca delle migliori condizioni di sfruttamento
dell'uomo e dell'ambiente.

Solo i militari Usa si sono salvati
La mia sarà "rabbia ideologica" ma non riesco a frenarla leggendo che uno
"tsunamometro" costa 250 mila dollari, mentre un bombardiere di nuova
generazione costa 250 milioni di dollari, e che per la guerra in Iraq
l'Amministrazione USA spende 4,5 miliardi di dollari al mese.
L'unico luogo sicuro? Una base militare statunitense.
Non sono affetto da anti-americanismo congenito ma mi ribolle il sangue,
quando apprendo che la NOAA (National Oceanic Atmosphere Administration)
avrebbe avvertito immediatamente del maremoto la base americana
dell'atollo Diego Garcia, a sud delle isole Maldive, ma non avrebbe fatto
niente di serio per mettere in guardia anche i paesi rivieraschi, in
particolare Sri Lanka, India e Maldive, dove l'onda è giunta dopo circa
due e più ore dal catastrofico terremoto (la denuncia riportata da
Adnkronos arriva dall'International Action Center, un'organizzazione
fondata da Ramsey Clark, ex segretario di Stato americano).

Nell'isola Diego Garcia (la cui storia varrebbe la pena di approfondire),
che ha un'altezza media compresa tra 1 e 6 metri sul livello dell'oceano,
non vi sono state vittime.

Risultano ridicole le giustificazioni degli scienziati statunitensi che
hanno "tentato invano" di avvertire i colleghi dell'Asia meridionale del
pericolo imminente, come si deduce dalle dichiarazioni del direttore del
Centro allerta maremoti per la regione del Pacifico, Charles McCreery,
che ha raccontato: "Abbiamo fatto il possibile ma non avevamo riferimenti
nella nostra agenda per quell'area del mondo".

Ci sono satelliti che ci spiano e controllano 24 ore al giorno e ci
vengono a dire che non hanno neppure i numeri di telefono per lanciare un
allarme così importante!

Non ci voleva poi molto se è vero che una singola telefonata ha permesso
ad un intero paese di sfollare ed evitare così di essere colpito
all'improvviso dall'ondata. Mr. Vijayakumar è un cittadino indiano che da
anni vive a Singapore. Quando ha saputo che il maremoto avrebbe colpito
la costa dell'India a Nallavadu, nello stato del Tamil Nadu, nell'area
dell'India più colpita dallo Tsunami, ha subito pensato che il villaggio
dove è nato sarebbe potuto andare completamente distrutto. Ha perciò
immediatamente contattato per telefono le autorità del villaggio, abitato
soprattutto da pescatori che vivono in capanne in riva al mare. Gli
abitanti sono così riusciti a evacuare le coste e nessuna vita è andata
persa.

Paradiso e inferno

Nonostante la spinta emotiva alla solidarietà che ha pervaso la nostra
società, diversi sono poi i punti di vista su come sia meglio affrontare
la situazione. Riporto, quasi integralmente, un paio di messaggi, postati
da persone comuni, che ho trovato su uno dei forum nati in seguito al
disastro e che mi paiono in qualche modo significativi.

Tornare alle Maldive

"Sono d'accordo che andare nei posti dove vi è grossa tragedia e
desolazione sia sbagliato. Ma per quanto riguarda le Maldive poco colpite
dal maremoto e le altre zone della Tailandia e dell'India fuori dal
disastro, anche se può sembrare in questo momento poco delicato, il
flusso di turisti aiuterà ad uscire prima dalla crisi. Ed allora io, che
sono stato a giugno alle Maldive in viaggio di nozze e che ho notizie che
tutti i lavoranti nei resort rischierebbero di perdere la loro fonte di
reddito, che tutti i pescatori non avrebbero più commesse di pesca dai
resort e che quindi tutti loro avrebbero difficoltà a risolvere i
problemi familiari e di casa che lo Tsunami ha portato, dico: "andate e,
dove potete, come suggerisce qualcuno, siate più generosi con le mance".

Mentre non credo servano molti abiti se non cose leggere, lì ci sono
sempre 25-30 gradi e si cammina quasi scalzi essendo gli atolli fatti
principalmente di sabbia". Gasp (la firma l'ho aggiunta io). Turisti ed
economia locale

"Gentili Signori, per esperienza diretta, posso garantire che la maggior
parte dei turisti, che trascorrono le loro vacanze nei cosiddetti
"paradisi tropicali", non incrementano affatto gli introiti dei Paesi,
ove tali "paradisi" si trovano. Solitamente, per tutta la durata delle
loro vacanze questi turisti rimangono letteralmente blindati all'interno
delle strutture alberghiere che li ospitano e che appartengono per lo più
a multinazionali occidentali. Nei cataloghi della Thomas Cook e della TUI
- due fra i più grandi tour operator tedeschi - viene addirittura
ribadito di non dimenticare la mancia per il personale di servizio, il
cui stipendio mensile giustifica l'espressione nuova schiavitù".
Cordialmente F. A. Freiburg Germania.

Come evidenziato da quest'ultimo commento, ogni paradiso turistico è
circondato ovviamente dal corrispondente inferno, quello in cui,
quotidianamente, i locali tentano di raccogliere qualche briciola di
ricchezza che esce dalle tasche del turista di turno.

Rimango comunque sorpreso dalla gara tra i governi del nord del mondo,
una specie di asta a chi offre più soldi e mi domando, retoricamente, se
avremmo avuto la stessa risposta in assenza dei turisti occidentali,
senza le immagini sulle TV o in un contesto storico diverso.

Non voglio esagerare con la diffidenza che s'insinua nei miei pensieri al
cospetto delle "iniziative umanitarie" di chi detiene il potere, di certo
però, qualcuno ha colto l'occasione per garantirsi un restyling sul
palcoscenico internazionale. Così, ad esempio, il presidente Bush ha
corretto, nel giro di pochi giorni il tiro e, nel discorso per il nuovo
anno, ha annunciato che gli stanziamenti statunitensi per l'emergenza
tsunami, passavano da 35 a 350 milioni di dollari.

Comunque sia, questi soldi non sono sufficienti a cancellare le immagini
drammatiche, le scene di disperazione che hanno, addirittura, determinato
la sospensione di alcune delle operazioni di aiuto: "Alcuni elicotteri
hanno tentato di atterrare nei villaggi costieri alla periferia di Banda
Aceh, ma la folla che si accalcava tra urla e implorazioni per avere cibo
ha impedito l'operazione", racconta un responsabile del World Food
Programme dell'ONU. Confezioni di cibo e sacchetti d'acqua sono stati
così lanciati dal cielo.

Dinesh cerca lavoro

In conclusione un ultimo messaggio recuperato in internet.

Buongiorno a tutti, Dinesh è un ragazzo cingalese di 28 anni che vive
vicino a Colombo con la sua famiglia. Lo Tsunami si è portato via il suo
lavoro e i suoi risparmi ed ora che sta per diventare padre la situazione
si complica ancora di più. Vorrebbe venire in Italia a lavorare per
qualche mese forse un anno, almeno per mantenere suo figlio da un paese
meno violentato da disastri naturali ed umani. Qualsiasi lavoro dignitoso
sarà per lui un onore pertanto se qualcuno vuole offrirgli una
possibilità di lavoro può contattarmi direttamente. Grazie. A.M.

Chissà se nei 70 milioni di Euro, che il ministro degli esteri Fini ha
individuato come possibile quota di partecipazione del governo italiano
all'emergenza maremoto, è prevista anche una voce di spesa per ampliare i
CPT necessari ad "accogliere" le migliaia di Dinesh che cercano miglior
fortuna emigrando nel mondo ricco.

MarTa


Da Umanità Nova, numero 1 del 16 gennaio 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne




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