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(it) Umanità Nova, n.1: Aiuti a mano armata. Prima il maremoto e poi i marines

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Date Tue, 18 Jan 2005 11:36:21 +0100 (CET)


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E adesso che abbiamo visto atterrare Pierferdinando con il suo bravo
aereo di materiale sanitario pediatrico, c'è da rallegrarsi per lo
scampato arrivo di Silvio con una partita di maglie del Milan e di Luca
con lo scatolone dei berrettini Ferrari. Altrimenti la "imponente
macchina degli aiuti umanitari", la "generosa gara di solidarietà"
messasi in moto per aiutare le disgraziate popolazioni colpite dallo
tsunami avrebbe dato il definitivo colpo di grazia alle incolpevoli
vittime del maremoto. Sì, lo so, su una tragedia simile non c'è da
scherzare, ma poiché ne stiamo vedendo di tutti i colori, ogni ipotesi,
anche la più terrificante, non appare poi così improbabile!

Come si sa, i cosiddetti aiuti umanitari "ufficiali" che partono dai
paesi ricchi per le aree colpite da calamità o da disastri più o meno
naturali, possono consistere sia in rifornimenti diretti di materiale di
prima necessità, generalmente prodotti alimentari o sanitari, sia in
manovre economiche atte a favorire la ripresa e lo sviluppo delle zone
interessate. Naturalmente poi, come in ogni faccenda in cui ci sia un
dare e un avere, "l'aiuto fraterno" che i ricchi elargiscono ai dannati
della terra assume una valenza differente, se non addirittura di segno
opposto, per chi tali "aiuti" li dà o li riceve. Se infatti le
popolazioni colpite dal dramma non possono minimamente pronunciarsi su
quanto si apprestano a ricevere, ben differente è la storia per i
cosiddetti donatori, tant'è che le operazioni fatte passare per
umanitarie sono spesso organizzate in un modo che neanche sciacalli e
strozzini...

Tralasciando per carità di patria le diatribe su chi debba gestire i
fondi destinati alla "ricostruzione" (e quindi anche la squallida
sceneggiata di casa nostra fra protezione civile, croce rossa e ministero
degli esteri), prendiamo piuttosto in considerazione la natura dei
rifornimenti. Spesso inutilizzabili perché scaduti e avariati (è già
successo) o ingestibili dalle popolazioni che si dovrebbero soccorrere,
funzionano comunque da efficace sbiancante per il lavaggio delle
coscienze istituzionali. Svuotando, infatti, magazzini inutilizzati o
acquistando tonnellate di merce qualunque dalla multinazionale o
dall'amico di turno (e mai cercando invece di comprare sul posto, come
raccomandano le organizzazioni non governative), nello stesso momento in
cui si fanno i propri sporchi affari si fa anche la bella figura di
fronte a una opinione pubblica quanto mai ricettiva: come vedete ci
stiamo dando daffare e l'intervento dello stato supererà in generosità
quello spontaneo dei privati! È talmente di routine questa prassi,
talmente scontata e automatica da non richiedere neppure l'intervento
formale di governi e capi di Stato: e infatti Bush era in vacanza e c'è
rimasto, Blair era in vacanza e c'è rimasto, Barroso era in vacanza e c'è
rimasto, e anche Berlusconi sarebbe andato in vacanza per rimanerci se
non fosse stato per il famoso treppiede.

Diventa poi interessante vedere chi manda e come vengono distribuiti gli
aiuti. Generalmente, per scelta o non potendosi fare altrimenti, i paesi
inviano personale civile e addestrato ad affrontare le emergenze, quali
medici, infermieri, tecnici, ingegneri, pompieri e così via. Una volta
tanto, anche se magari confusamente, gli stati sembrano usare la logica e
il buon senso. Quasi tutti, però; ma non tutti. E infatti, il più grande
e il più potente, gli Stati Uniti come è facile indovinare, non manda
personale civile, no! lui non fa come gli altri, ma invia, per non
perdere l'abitudine, i suoi marines, il suo esercito, i suoi elicotteri
da combattimento e le sue portaerei. Ed ecco quindi l'invasione di
migliaia di soldati nello Sri Lanka e lo sbarco (per restarci) nella più
popolosa nazione mussulmana, l'Indonesia. Quale migliore occasione per
una penetrazione "pacifica" anche in territori in cui ancora non si è
messo piede, quale scusa migliore che solo i suoi elicotteri da
combattimento possono arrivare a portare soccorsi dove nessun'altro
potrebbe? E così, dopo aver lasciato cadere l'opzione iniziale di una
ristretta coalizione umanitaria diretta dagli Usa, scelta che avrebbe
potuto rivelarsi controproducente perché troppo presuntuosa, si cede la
gestione degli aiuti all'Onu e ci si liberano le mani per agire in
libertà senza far nascere un eccessivo e inopportuno interesse sulle
operazioni in quelle zone. Al tempo stesso poi, dopo aver aumentato la
consistenza degli stanziamenti in seguito alle numerose accuse di
tirchieria (a proposito: che schifo questa classifica della pelosa
generosità internazionale!), cercano di recuperare la vecchia e
stereotipata immagine caritatevole o, come si dice oggi, compassionevole,
per poterla spendere dopo la rovinosa caduta d'immagine seguita
all'intervento in Iraq. Davvero, se non ci fosse stato lo tsumani, lo si
sarebbe dovuto inventare, a dimostrazione, ancora una volta, che le
disgrazie dei poveri diventano sempre un buon investimento per i ricchi!.

Se infatti si guarda all'altra componente degli aiuti umanitari, quella
economica, che per forza di cose ha tempi più lunghi e meno emozionali,
vediamo ancor più confermarsi questa interpretazione. Il cosiddetto
congelamento del debito pubblico (che per inciso non significa cancellare
i debiti, ma semplicemente incassare in tempi più lunghi i mostruosi
interessi che si pretendono dai debitori) può trasformarsi in un
pericoloso boomerang per chi ne beneficia, perché potrebbe dare
l'impressione, agli onnipotenti e mai abbastanza maledetti mercati
internazionali, che tali paesi non sono solventi e che quindi non offrono
sufficienti garanzie di stabilità, con il conseguente dirottamento
altrove degli investimenti. Questo spiega, ad esempio, l'atteggiamento
dell'India, che cerca disperatamente di fare da sola, senza chiedere né
aiuti né manovre economiche apparentemente favorevoli ma in effetti
studiate per frenarne il travolgente sviluppo. Come al solito la carità
pelosa del mondo ricco si dimostra puro strozzinaggio, e chi ne fa le
spese è sempre il povero dei poveri, la popolazione che ha perso il
pochissimo che aveva e che ora si trova, se va bene, a essere assistita
poveramente dal suo povero governo costretto a rifiutare gli aiuti
esterni, e, se va male, a essere assistita, altrettanto miseramente,
dall'ipocrisia del mondo occidentale. Comunque vada, o fare la fame da
sola o mettersi nelle mani dei pescecani del capitalismo occidentale che
riusciranno a trarre profitti e capitali freschi per nuovi investimenti
anche da questa disgrazia. Sorvolando poi sulle "imponenti" somme
dichiarate dai governi a solo beneficio delle nostre scosse sensibilità,
che oltre a comprendere truffaldinamente l'ammontare del presunto
congelamento dei debiti, spesso non sono che vuote patacche che ancora
non hanno, e difficilmente potranno avere, la copertura finanziaria. Una
schifezza, insomma, laddove, sulla pelle di persone distrutte, si
costruiscono nuovi interessi economici, strategici e militari.

Massimo Ortalli


Da Umanità Nova, numero 1 del 16 gennaio 2005, Anno 85
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