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(it) "Red'n'Black Revolution" n.8 - Lavoratori senza padroni: Autogestione dei lavoratori in Argentina (en)

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Date Mon, 3 Jan 2005 14:55:34 +0100 (CET)


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Negli ultimi 30 anni in America Latina si sono diffuse le politiche
neoliberiste con programmi di aggiustamento strutturale, misure di
austerità, avviando la svolta da un modello industriale sulla base dell'
"accumulazione interna" ad uno che favorisce la promiscuità col capitale
finanziario, gli accordi sul libero commercio ed una progressiva
dipendenza economica di tutta la regione dagli USA. Come sempre succede,
la parte peggiore di queste politiche si è abbattuta sui lavoratori con
alti livelli di disoccupazione, impoverimento dei salari e dei livelli di
vita. I bisogni base ed immediati della gente sono divenuti sacrificabili
quando poi è venuto il momento di pagare il debito estero contratto e di
garantire al tempo stesso il mantenimento di alti profitti per i padroni
locali e stranieri.

In America Latina, a causa della reazione padronale degli anni '80 e '90,
siamo in una situazione in netto contrasto con lo scenario politico degli
anni '70 e dei primi anni '80. Si è passati da una situazione in cui la
classe operaia era all'offensiva ad una in cui il movimento popolare in
generale trovasi oggi sulla difensiva. Gli anni '90 in particolare sono
stati caratterizzati dalla frammentazione delle lotte e dall'assenza di
unità nelle lotte dei diversi soggetti popolari, a fronte di un'offensiva
delle classi dominanti. Tuttavia, segnali di crisi di questo modello si
sono visti in vari casi di risposta popolare in tutto il continente, come
in Ecuador, Venezuela, Bolivia, Perù ed Argentina.

Tutte queste risposte popolari hanno una caratteristica comune: esse
indicano, in modo indistinto, un nuovo contesto, in cui il movimento
popolare ha nuovamente la possibilità di porsi all'offensiva. Le
esperienze del popolo argentino negli ultimi 3 anni vanno inserite in
questo scenario e mostrano, pur con tutte le contraddizioni, le
potenzialità ed i limiti insiti nell'attuale situazione di mobilitazione
nel Sud America. Inoltre esse esprimono, senza ombra di dubbio, che
nell'area si sta rafforzando l'opposizione ai diktat ecomonici della
finanza internazionale a fronte dell'emergere di un nuovo movimento
popolare. Esse indicano che vi sono le condizioni favorevoli per la
diffusione di una politica rivoluzionaria, che mostri un nuovo percorso
per la liberazione degli sfruttati e degli oppressi in tutta la regione.


L'Argentinazo

L'Argentina ha sorpreso il mondo il 20 dicembre del 2001, quando una
rivolta popolare spontanea obbligò l'allora presidente Fernando De La Rua
a dare le dimissioni. Sembrava di essere di fronte al tracollo della più
prosperosa economia dell'America Latina, ma in realtà i sintomi della
crisi argentina si potevano avvertire da tempo, e quello che stava
accadendo quel giorno non era altro che la vulcanica esplosione di rabbia
accumulata dalla gente.

L'ira popolare era l'espressione di una profonda crisi economica,
presente in tutta l'America Latina, che aveva le sue radici nelle
politiche di deindustrializzazione portate avanti dalle dittature degli
anni '70, e che era andata peggiorando negli anni '90 con la presidenza
di Carlos Menem e la sua politica di frenetica introduzione di politiche
neo-liberiste nel paese. Alla fine degli anni '90, la crisi era evidente:
il tasso di disoccupazione superava il 20% e tendeva a crescere, le
attività produttive delle pmi erano in piena stagnazione, una recessione
persistente durata 5 anni dal 1996 al 2001 ed un debito estero
assolutamente fuori controllo. Tutti sintomi che lasciavano capire come
il "modello economico" dell'America Latina non funzionasse affatto (1).

Il progredire della crisi per tutti gli anni '90 portò all'emergere di un
movimento di disoccupati, i Piqueteros, che divenne subito un nuovo
soggetto nelle lotte popolari in Argentina. Nati verso la metà degli anni
'90, come un nuovo tipo di organismo popolare, molto incline all'azione
diretta e, alquanto spesso, a forme orizzontali di organizzazione (2), i
Piqueteros chiedevano lavoro e manifestavano attraverso i blocchi
stradali. Presto divennero una alternativa reale ai sindacati
burocratizzati, dando visibilità e
rappresentanza ad un settore del tutto marginalizzato nel mondo del
lavoro e nel sindacato. Questo movimento era il primo campanello
d'allarme di una crisi che si stava facendo sempre più profonda.

Al peggioramento dei livelli di vita della gente ed alle crescenti
difficoltà dei succesivi governi nel gestire una situazione economica
tendente al peggio, occorre aggiungere un nuovo fattore utile a
comprendere la crisi politica di quel 2001: i dissidi interni tra alcuni
settori della borghesia. Infatti da una parte c'era il nuovo partito di
governo (l'UCR, di tendenza liberale) e dall'altra i Peronisti (il PJ, un
movimento nazionalista, di tendenza populista, con forti connotati di
destra). Fin dagli esordi della presidenza De La Rua, i Peronisti si
posero all'opposizione per destabilizzare il governo, coinvolgendo le
associazioni padronali, i sindacati e l'opposizione parlamentare, al fine
di recuperare il potere perduto e di ristabilire la loro influenza
politica in vista di andare al governo.

Questo violento conflitto inter-borghese esplodeva all'interno di una
profonda crisi economica segnata da un soffocante debito estero,
dall'inquietudine dei ceti medi, dalla bancarotta delle banche (con
conseguente provvedimento governativo di imporre il "corralito", una
sorta di sbarramento sul ritiro dei risparmi, reclamati dalla gente in
possesso di conto corrente) e dalle insopportabili condizioni di vita
della classe lavoratrice. Così il 19 dicembre 2001, diversi soggetti
sociali, dai disoccupati ai ceti medi, agli inquilini, ecc, scendevano
nelle strade per chiedere il ritiro del corralito (3) e le dimissioni del
governo. All'improvviso, la prosperosa Buenos Aires venne presa d'assedio
da argentini che venivano dalle periferie (come i morochos ed i negros -
elegante modo argentino per indicare chi ha un colore della pelle appena
più scuro del marmo), dai quartieri poveri o da quei rioni delle città
argentine che certamente non sembrano un'Italia Sud Americana.

Il movimento prese possesso delle strade e dopo 48 ore di lotte e di
scontri con la polizia, fece cadere il governo impopolare del presidente
De La Rua. Ci fu un immediato fiorire di assemblee popolari in quasi ogni
quartiere di Buenos Aires, i piqueteros passarono all'offensiva e la
sinistra si sentiva fiduciosa in un'impresa a cui non credeva nessun
gruppo o partito. Furono in molti a sinistra ad andare oltre, giungendo a
interpretare gli eventi di quel dicembre come l'espressione di una nuova
soggettività rivoluzionaria, un nuovo modo di fare una "rivoluzione",
confondendo la caduta di un governo con i profondi cambiamenti necessari
per superare il capitalismo in termini rivoluzionari e riciclando così il
vecchio arnese dello spontaneismo. La lotta rivoluzionaria invece sarà
vinta dalla classe lavoratrice non nelle strade, ma nelle fabbriche, nei
campi, nelle miniere e nelle officine; sarà vinta non perchè cade un
presidente, ma espropriando la borghesia e distruggendo lo Stato con
tutte le altre istituzioni burocratiche, mentre si costruiscono dal basso
le nuove istituzioni della democrazia diretta.


La nuova situazione economica

Alcuni pensavano in definitiva che l'insurrezione del dicembre 2001 era
andata oltre il suo obiettivo e che la rivoluzione fosse dietro l'angolo.
In realtà, da allora, la scena politica è divenuta molto più complessa,
dal momento che le classi dominanti sono passate nuovamente all'offensiva
e che la situazione economica non è migliorata affatto. Il 40% della
popolazione vive ancora in povertà e la scarsità di cibo riguarda il 25%
degli argentini. La
disoccupazione è ancora al 21% e la precarizzazione del lavoro colpisce
il 70% della classe lavoratrice. Il 10% della popolazione accede al 51,7%
del PIL e le disuguaglianze sono in espansione. Nel 1991, il 20% più
ricco a Buenos Aires era 17,5 volte più ricco del 20% più povero; ma nel
2003 il rapporto è salito 52,7 volte. Il debito estero, sempre crescente,
era di 114.600 miliardi di dollari nel maggio 2002, ma nei primi mesi del
2004 era a 178mila miliardi di dollari (4). In questa situazione,
l'Argentina è ancora lì che annaspa in una crisi duratura, senza alcuna
speranza di uno sbocco a breve termine, ma neanche in un lasso di tempo
ragionevolmente lungo.

Quando De La Rua venne deposto dalla rivolta popolare, assunse la
presidenza Duhalde, dopo il breve mandato di Rodriguez Saa. Tutto lo
sforzo del governo era orientato a ristabilire la "normalità" nelle
istituzioni e nell'economia per garantire una transizione....al passato.
Il nuovo presidente Kirchner, eletto nel 2003, ha seguito il medesimo
orientamento: infatti benchè denunci i misfatti del neoliberismo non si
sogna di toccare i capitalisti. Denuncia le pressioni internazionali sui
paesi poveri, ma continua a ritenere prioritario il pagamento del debito
estero rispetto al miglioramento dei livelli di vita della popolazione. E
soprattutto, continua a reprimere il movimento popolare giocando la carta
del divide et impera, come pure a demonizzare le manifestazioni di
protesta. In barba alle illusioni di certa sinistra, il governo Kirchner
appare sempre più come un disperato tentativo di preservare il passato
con le sue vecchie istituzioni, dando loro una veste nuova, obiettivo per
il quale ricorre alla repressione e ad ogni sorta di compromessi con i
poteri imperialisti.


L'esperienza delle fabbriche autogestite

A causa delle politiche neoliberiste applicate in Argentina ed agli
aspetti finanziari ad esse connesse, le attività manifatturiere non hanno
beneficiato delle misure economiche degli ultimi decenni, con conseguente
declino dell'industria argentina. Le prime esperienze di "fabricas
recuperadas" risalgono a 7 anni fa, nel momento di peggioramento della
crisi economica in Argentina, quindi ben prima dell'esplosione sociale
del 19 e 20 dicembre 2001. Quelle esperienze erano espressione di
un'attività della classe lavoratrice costretta alla difensiva, che
cercava di non perdere il lavoro per non cadere nella disoccupazione. Si
trattava di esperienze ben lungi dal rappresentare una classe lavoratrice
all'offensiva.

La prima ad essere occupata nel 1996 fu la Yaguanè (surgelazione); poi
nel 1998 l'IMPA e quindi nel 2000, nel distretto di Avellaneda (Buenos
Aires), 90 metalmeccanici della GIP si impadronirono dell'azienda e
costituirono la Cooperativa "Union y Fuerza". Sempre loro nel gennaio
2001, dopo aver pagato una indennità, aprirono una fabbrica in una
località in cui vi erano stati più di 1000 fallimenti aziendali negli
anni precedenti (5). Sempre nel 2001, la fabbrica di laterizi Zanon di
Neuquen e la fabbrica tessile Brukman di Buenos Aires, venivano
abbandonate dai rispettivi padroni e rilevate dai lavoratori. La Brukman
venne occupata il 18 dicembre 2001, proprio il giorno prima
dell'Argentinazo. La Zanon ha incrementato la produttività ed ha creato
nuovi posti di lavoro (ora ci sono 250 operai), mentre Jacob Brukman
l'ex-proprietario della Brukman ha fatto sgomberare i lavoratori il 18
aprile del 2003, ma nell'ottobre dello stesso anno, la fabbrica è stata
dichiarata fallita, espropriata e restituita alla cooperativa "18 de
Diciembre", per cui gli operai hanno ripreso la produzione al canto di
"Aqui estàn, estas son, las obreras sin patron"...Nel frattempo il
padrone aveva distrutto i macchinari e gli operai hanno presidiato i
capannoni per 6 mesi per evitare attentati da parte dei padroni di
riprendere la produzione usando il crumiraggio (6). Oggi vi sono circa
170 aziende occupate e circa 10.000 operai che prendono parte a questa
esperienza di lavoro collettivo. Ovunque sono scomparse le gerarchie
interne e le entrate vengono suddivise in parti uguali fra tutti i
lavoratori. Se si pensa che in passato il 65-70% delle entrate
diventavano reddito per i padroni ed i loro manager....!

Nei giorni dell'Argentinazo, nel dicembre 2001, si diffuse una rete di
solidarietà tra ed intorno le aziende occupate grazie al forte appoggio
fornito da molti attivisti e dalle assemblee popolari. Iniziarono così ad
organizzarsi nella lotta collettiva per le loro richieste comuni. Per
prima cosa si chiedeva di cambiare la legge sulla bancarotta, la quale
stabilisce che una volta dichiarato il fallimento di un'azienda, i suoi
macchinari e le sue strutture debbano essere messe all'asta entro 4 mesi
per pagare i creditori e ripianare il bilancio. Nei casi in cui i
lavoratori abbiano occupato le fabbriche, laddove è stata richiesta una
indennità e altrimenti, il proprietario può reclamare la sua proprietà
subito dopo. I lavoratori protestano contro il fatto che la legge
favorisce il pagamento del debito a danno del diritto di lavorare per
proseguire la produzione.

Attualmente il governo sta preparando una modifica della legge, del tutto
respinta dai lavoratori, con cui si autorizza un modello di comproprietà
dell'azienda il quale contrasta con la richiesta da parte dei lavoratori
di poter lavorare in condizioni di lavoro indipendente. Le imprese
organizzatesi in MNER (Movimento Nazionale delle Imprese Occupate) e che
hanno assunto la forma legale di cooperative chiedono delle modifiche
alla legge. Alcune imprese che non sono nel MNER (tra cui anche la Zanon
e la Brukman prima di costituirsi in cooperativa nel 2003) chiedono
l'applicazione dell'art.17 della Costituzione, con cui le espropriazioni
si possono fare quando lo richiede l'interesse pubblico. Secondo loro,
così come si espropria un terreno per costruirci una strada, si dovrebbe
espropriare un'azienda al fine di creare più occupazione. Questo è il
punto più controverso all'interno di un movimento che resta unito grazie
alla volontà dei lavoratori di mantenere la loro occupazione, mentre
cerca di trasformare radicalmente le relazioni di dipendenza, gerarchia e
sfruttamento in relazioni di mutuo appoggio ed uguaglianza (infatti in
quelle fabbriche i salari sono uguali).

Così, nel pieno della crisi, col motto "Ocupar, Resistir, Producir", i
lavoratori hanno spontaneamente dimostrato al mondo la loro capacità di
saper gestire la società, una volta che i padroni se la sono svignata.


Problemi e prospettive

a. Rapporti tra i soggetti politici e il nuovo emergente movimento
sociale

L'insurrezione argentina nel dicembre 2001 non era guidata da nessun
partito della sinistra. Molti dei gruppi e dei partiti della sinistra
hanno avuto senza dubbio una certa presenza all'interno dei molti
organismi di lavoratori, ma la ribellione scaturì spontaneamente ed
autonomamente. Il che costituiva ed apriva una situazione del tutto nuova
per gli organismi nati con la rivolta, quali le assemblee popolari che
cercavano una logica politica alquanto diversa da quella dei partiti
tradizionali (sia di destra che di sinistra). Ma permanendo nello stadio
dello spontaneismo, non erano in grado di sviluppare un progetto politico
che potesse dare una coerenza di lungo periodo all'intera esperienza di
organizzazione dal basso. D'altra parte, la maggior parte dei partiti di
sinistra insistevano nel praticare il rapporto tradizionale tra gruppi
politici e movimento sociale, che prevede un ruolo passivo del movimento
sociale ed un ruolo di rappresentanza del soggetto "politico".

Questa linea venne respinta dalla gente a livello intuitivo, ma
l'intuizione non è sufficiente, perchè prima o poi si finisce con
l'accettare il ruolo tradizionale dei partiti ufficiali o di sinistra,
oppure le esperienze costruite annegano nelle proprie contraddizioni e
nell'incapacità di proiettarsi ad un livello strategico. Questo è stato
il caso drammatico della maggior parte delle assemblee popolari. Così,
l'originario grido di lotta del popolo argentino "Que se vayan todos" che
esprimeva la volontà di farla finita con le burocrazie corrotte e con il
ceto politico è finito col fatto che tutti questi sono ancora lì al loro
posto. E a questo punto, un'alternativa comunista-anarchica ha parecchio
da dire e da offrire in più al popolo argentino, dato che come corrente
politica è l'unica a dire che occorre respingere lo Stato e le forme
tradizionali della politica e che ci vuole la democrazia diretta e
l'azione diretta. Il comunismo-anarchico è la corrente politica che
probabilmente avrebbe potuto svolgere un ruolo chiave nel dare una
cornice politica allo sviluppo di un programma strategico politico e
rivoluzionario per il popolo, basato sulle esperienze popolari, ma usando
gli insegnamenti delle precedenti esperienze rivoluzionarie
internazionali, da cui è nato l'anarchismo. Una alternativa siffatta deve
ancora essere costruita, eppure molti compagni stanno già lavorando in
questa direzione in Argentina.

b. Relazioni tra proprietà e gestione

Uno dei dibattiti più grossi nella sinistra rispetto alle fabbriche
occupate ruota intorno a quale sia la soluzione immediata da seguire in
armonia con un progetto rivoluzionario: se le fabbriche debbano essere
nelle mani dei lavoratori stessi organizzati in cooperative, oppure se
solo la gestione spetti ai lavoratori, mentre la proprietà spetta allo
Stato. In un articolo del giornale comunista-anarchico argentino EN LA
CALLE (organo della
OSL-Organisacion Comunista Libertaria) questo problema viene posto in
modo accurato e visto alla luce di una alternativa anarchica:

"In tale contesto, varie correnti della sinistra hanno cercato si sviare
il dibattito sull'alternativa tra controllo operaio e cooperative
operaie. Celia Martinez della commissione interna della Brukman (poi
candidata per il PTS (7)) sostiene di voler lottare per la
statalizzazione e di non volere le cooperative per evitare il fantasma
della competizione, confondendo così lo status legale della cooperativa
-necessario per l'espopriazione- con gli aspetti politici del
cooperativismo. Secondo questa posizione bisognerebbe chiedere
l'espopriazione senza pagare, con un capitale iniziale fornito dallo
Stato, il quale si assume il compito di pagare i salari e in certi casi
di acquistare la produzione. In altre parole, si vuole che lo Stato dia,
mentre i lavoratori fanno il piano e gestiscono. Ora l'espropriazione
prevede che i lavoratori si diano uno status legale, per esempio, una
cooperativa. Eppure, nonostante la Brukman, la Zanon, la Ghelco, la
Panificacion 5 e la Grisinòpolis, tra altre 150 fabbriche occupate,
abbiano adottato lo status legale di cooperativa, il problema non è
affatto di natura legale.

Ora, secondo una strategia comprensibile ma non condivisibile da parte
nostra, la statalizzazione con una gestione operaia è possibile solo in
un contesto in cui lo Stato sia soggetto al potere del popolo e dei
lavoratori. Pretendere dallo Stato borghese che accetti il fatto che le
espropriazioni non sarebbero una soluzione compatibile con il contesto
capitalista, ma che trasformerebbero il contesto in esercizio del potere
operaio, in cui lo Stato ridà le fabbriche agli stessi lavoratori,
gestisce i salari e assicura il capitale iniziale, è solo un'illusione;
tenuto conto poi che quello stesso Stato-governo è l'artefice della
situazione odierna e che il movimento operaio è sulla difensiva.

D'altra parte, il cooperativismo non è un progetto che dia una soluzione
definitiva ai problemi dei lavoratori. Ed è ben lungi dall'essere una
risposta agli interessi della massa dei lavoratori. Il cooperativismo non
si pone il problema delle relazioni capitalistiche nella produzione,
poichè si pone solo domande superficiali relative al monopolio, alla
competizione e così via. Ancor meno fattibile è creare, attraverso una
rete di cooperative, un sottosistema parallelo al capitalismo.

L'idea della gestione operaia della produzione e della società implica
che il solo potere in una società rivoluzionaria sia quello delle
organizzazioni della classe lavoratrice. Questa gestione dei lavoratori
va intesa come abolizione di qualsiasi potere esercitato da una
minoranza, come abolizione del potere della borghesia, vale a dire, come
abolizione di qualsiasi forma di Stato. Noi, lavoratori, non dovremmo
assumere la gestione solo dei campi, delle fabbriche e delle officine, ma
anche, di tutta la società" (8).

Quindi, secondo i compagni della OSL, la soluzione non sta nel progetto
politico del cooperativismo, nè nel progetto politico della gestione
operaia con statalizzazione, bensì nel realizzare le condizioni per cui i
lavoratori non perdano il lavoro -per esempio assumendo lo status legale
di cooperativa (senza per questo far propria politicamente la logica del
cooperativismo)- per mantenere la capacità di auto-organizzazione e di
ricerca collettiva di una alternativa globale per il cambiamento della
società, ben consapevoli che qualunque riforma si ottenga oggi, si tratta
solo di un avanzamento parziale che richiede di essere completato dalle
lotte di altri soggetti della lotta popolare.

c. Verso una libera società di managers e di capitalisti?

L'esperienza argentina, nonostante le molte contraddizioni e i problemi,
mostra inequivocabilmente la natura superflua di una classe dominante o
di una classe di gestori. Quando i padroni si sono dimostrati incapaci
nell'amministrare l'industria e nel mantenere la produzione, i lavoratori
organizzati hanno fatto vedere che loro invece sono capaci di farlo e di
farlo meglio. La storia del movimento degli sfruttati è piena di questi
esempi (le reti operaie nell'industria cilena, le collettività agricole
ed industriali nella Spagna rivoluzionaria, i soviet ed i consigli operai
nella Russia del 1917, ecc.), e l'esperienza argentina non fa altro che
dimostrare una volta di più che la classe operaia non ha perso nulla
della sua intrinseca capacità anche dopo un secolo e mezzo di lotte
proletarie. Ancora una volta emerge il fattore fondamentale della
produzione: senza i lavoratori i padroni non sono in grado di far andare
l'industria, ma senza i padroni i lavoratori ci riescono e meglio.

Queste esperienze inoltre mettono in evidenza molti dei problemi che gli
anarchici altresì si trovano ad affrontare quando si risveglia la lotta
popolare; esse ci mostrano che la costruzione di una società libertaria
non è la ripetizione di clichès o di slogans: non vi sono soluzioni
facili e le esperienze variano enormemente in base ai fattori locali,
quali i problemi legali, le limitazioni economiche e la storia locale
della resisistenza di classe. La rivoluzione non si fa nel giro di una
notte, ma è l'accumularsi di diversi fattori, in spazi e tempi diversi,
che noi dobbiamo saper collegare in modo coerente in una strategia
rivoluzionaria ed anarchica, con cui dimostrare quanto sia necessaria la
costruzione di un'organizzazione anarchica, così come noi
comunisti-anarchici la prefiguriamo (9), perchè faccia da catalizzatore
delle lotte popolari, in quanto la spontaneità non è sufficiente.

Dobbiamo iniziare a pensare seriamente in modo nuovo ai problemi del
periodo pre-rivoluzionario affrontati sulla base delle esperienze della
resistenza di classe(rapporti tra proprietà a gestione della produzione,
come nel caso delle fabbriche occupate, rapporti tra movimento popolare e
organizzazioni politiche), considerando anche le condizioni concrete
delle lotte e le peculiarità del luogo in cui si sviluppano, al fine di
adottare scelte politiche chiare e risposte pratiche. Allo stesso tempo,
essere in grado a livello programmatico di comprendere le diverse lotte
per collegarle sulla via verso la rivoluzione libertaria.

Tutte queste esperienze provano che l'aspirazione anarchica ad una libera
società di gestori, (sia economicamente che politicamente (10)) e di
capitalisti non è un'utopia, ma una reale possibilità, radicata nel
presente, nelle capacità della stessa classe lavoratrice. Ancora una
volta la storia prova che è maturo il momento per la giustizia sociale e
la libertà, qui ed ora, e che tocca a noi preparare quel momento,
organizzarci e lottare perchè esso diventi realtà il prima possibile.

Perciò, quando gli anarchici chiedono l'impossibile, vuol dire che il
regno del possibile è più vasto di quello che la borghesia vorrebbe farci
credere. Noi dimostriamo che ogni esperienza sociale, ogni azione
rivoluzionaria, nel costante contrapporsi degli oppressi contro i loro
oppressori, richiede che le forze organizzate dell'anarchismo assumano un
ruolo decisivo, per mettere in luce nuovi problemi, nuove prospettive,
nel mentre si gettano, proprio nel corpo del regime capitalistico, i
nuovi mattoni nella costruzione della libera società dei gestori e dei
capitalisti.

Josè Antonio Gutierrez D.

Note:
(1) Hombre y Sociedad no. 14 supplemento dicembre 2001
(2) Sebbene negli ultimi 2 anni ci sia stata una tendenza crescente in
alcuni piquetero verso una certa burocratizzazione
(3) richiesta molto sentita all'interno dei ceti medi
(4) EN LA CALLE, Buenos Aires, no.5. giugno-luglio 2004
(5) CNT, no. 301, maggio 2004
(6) CNT, no.289, febbraio 2004
(7) partito trotzkista
(8) EN LA CALLE, Buenos Aires, no.49, settembre 2003
(9) vedi gli sforzi diretti in questa direzione dei compagni della OSL in
Argentina, della OCL in Cile e del WSM in Irlanda insieme ad altri che
hanno raccolto lo spirito della corrente piattaformista dell'anarchismo
(10) rispetto ad una libera società di gestori politici, in cui lo Stato
come istituzione sia stato eliminato, l'esperienza argentina delle
assemblee popolari fornisce un'indicazione di come al pari dei lavoratori
delle fabbriche occupate che gestiscono la produzione e la fabbrica, la
gente in molti quartieri di Buenos Aires ha preso le questioni politiche
nelle proprie mani nell'ambito di quegli spazi orizzontali di
auto-organizzazione.

Traduzione a cura di FdCA Ufficio Relazioni Internazionali

Articolo da
Red & Black Revolution n.8 - inverno 2004
Rivista di comunismo libertario

Altri articoli dal numero 8 (in inglese)
http://struggle.ws/wsm/rbr.html
Versione PDF:
http://struggle.ws/wsm/pdf/rbr/rbr8.html

Workers Solidarity Movement
http://www.struggle.ws/wsm


Da: Federazione dei Comunisti Anarchici <fdca@fdca.it>




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