A - I n f o s
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists **

News in all languages
Last 40 posts (Homepage) Last two weeks' posts

The last 100 posts, according to language
Castellano_ Deutsch_ Nederlands_ English_ Français_ Italiano_ Polski_ Português_ Russkyi_ Suomi_ Svenska_ Türkçe_ The.Supplement
First few lines of all posts of last 24 hours || of past 30 days | of 2002 | of 2003 | of 2004 | of 2005

Syndication Of A-Infos - including RDF | How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
{Info on A-Infos}

(it) Umanità Nova, n.5: Giochi da circo elettorale. Verso le regionali: squadre ai blocchi di partenza

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Wed, 16 Feb 2005 17:47:09 +0100 (CET)


________________________________________________
A - I N F O S N E W S S E R V I C E
http://www.ainfos.ca/
http://ainfos.ca/index24.html
________________________________________________

I riti elettorali nelle nazioni a consolidata democrazia parlamentare si
prestano a considerazioni, per molti versi, banali.
Che lo scontro fra forze parlamentari non abbia nulla a che fare con una
scelta di modello di società è assolutamente evidente come è evidente che
le diverse frazioni del ceto politico siano, almeno in parte,
interscambiabili. Basta, a questo proposito, pensare, restando in Italia,
ai radicali che hanno proposto la loro alleanza alla destra ed alla
sinistra e che non sono stati cacciati a pedate né dagli uni né dagli
altri nonostante siano, sul piano sociale, estremisti liberali di destra
e, su quello del tipo di "civiltà" proposto incompatibili, in linea di
principio, con cattolici e fascisti.

Che le passioni elettorali tendano, col tempo ed in maniera
irreversibile, a scemare è altrettanto evidente come dimostrano, sul
piano quantitativo, il calo degli elettori e, su quello qualitativo, il
trasformarsi della propaganda elettorale in pubblicità.

Lo stesso partito politico di massa novecentesco, che in Italia aveva
tenuto un paio di decenni in più rispetto ad altre nazioni europee, è un
ricordo.

Certo i DS ed il PRC mantengono una consistenza associativa rispettabile
ma non hanno molto a che vedere con il vecchio PCI con il suo radicamento
capillare e la sua capacità di essere il perno di un'intera area sociale
strutturata in sindacati, associazioni, cooperative, apparati
amministrativi strettamente intrecciati.

Altrettanto si può dire della DC del cui tradizionale impianto resta
solo, con radicamento comparabile, Comunione e Liberazione che è, però,
essenzialmente una realtà lombarda che si esprime politicamente come
corrente di Forza Italia, appunto, in Lombardia mentre, in altre regioni,
è disposta ad alleanze trasversali.

Oggi le burocrazie sindacali, sebbene mantengano evidenti legami
partitici, si pongono come forza relativamente autonoma così come fanno
quelle grandi imprese – trenta delle cento principali aziende italiane e
anche nel gruppo di testa sono fra le più forti - che ancora si chiamano
cooperative.

Basta, tornando all'impatto sulle modalità della propaganda elettorale di
queste mutazioni, rilevare come, con qualche eccezione, la campagna
elettorale punta sul candidato e non sul partito e come la pubblicità
valorizzi non tanto il programma quanto alcune promesse generiche che
possono attrarre elettori di qualsivoglia orientamento.

Se dovessimo cercare contese elettorali di una qualche rilevanza dovremmo
guardare a vicende come quella recente dell'Ucraina che è il prosieguo di
una serie di "rivoluzioni dolci" gestite dai servizi americani ed europei
nell'area centro orientale del continente.

In questo caso, quando le elezioni rendono visibile il fatto che la
politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, le elezioni
stesse sono un evento, provocano passioni, suscitano attenzione non
perché rapprendano una presunta volontà popolare ma perché si collocano
nello scontro geopolitico fra potenze (partito occidentale contro partito
russo nel caso ucraino). In fondo, fatte le dovute proporzioni e
differenze, questa vicenda ricorda lo scontro fra comunisti e
democristiani in Italia nei decenni passati ed i rispettivi legami al
blocco sovietico ed a quello americano. Proprio il minimo di "sovranità
popolare" intesa come possibilità di autodeterminare scelte interne al
"proprio" paese carica lo scontro elettorale di significato simbolico.

Con maggior prudenza, considerazioni analoghe potrebbero essere fatte per
le elezioni irachene, esempio evidente di un passaggio obbligato nella
legittimazione dell'intervento americano e delle contraddizioni che si
trova ad affrontare.

Ma dove, come nel caso italiano, non è in gioco la collocazione
internazionale dell'Italia e le elezioni decidono solo chi dovrà
governare una nazione di limitata rilevanza, nulla di tutto ciò è
all'ordine del giorno.

La campagna elettorale è quindi, nella misura in cui lo è, interessante
come espressione della cultura del ceto politico e del suo modo di
rapportarsi al corpo sociale.

Per grandi linee, è possibile individuare alcuni percorsi.


Berlusconi fa l'americano, dopo aver sistemato i rissosi alleati

La destra, dopo che il suo azionista di riferimento, ha, sembra, messo,
pagando il dovuto, la mordacchia a fascisti e democristiani, sembra
intenzionata a condurre una campagna elettorale all'insegna
dell'anticomunismo puro e duro. Mi è capitato di ragionare con degli
amici e dei compagni sulla stranezza di una scelta del genere. A rigore,
i cosacchi in Piazza San Pietro ci sono già stati ed hanno cantato per il
Papa e non sembra plausibile che la paura di un nemico inesistente possa
portare molti consensi. A questo proposito, si possono fare due ipotesi,
non necessariamente inconciliabili:

- l'imitazione servile del modello americano. Se Bush ha vinto le
elezioni puntando sui valori religiosi e sulla guerra contro il male e se
questi valori sono a basso costo (qualche mancia alle sette protestanti i
repubblicani l'avranno pur data) perché non provarci anche in Italia? Ci
sarebbe il fatto che in Italia manca la fascia della Bibbia e, per di
più, che le due torri non sono a Milano ma, dopo aver chiamato i
presidenti dei consigli regionali governatori ed essersi fatti riprendere
con la mano sul cuore, può darsi che i nostri se lo siano dimenticati;

- un esperimento fatto in occasione delle regionali, pronti a cambiare
spartito se non funziona. Lo stessa pubblicizzazione delle attività
caritatevoli del cavaliere azzurro, che potrebbe apparire come una forma
di sgradevole esibizionismo, si potrebbe spiegare in questa prospettiva:
vediamo se il conservatorismo compassionevole, che negli USA va alla
grande, può funzionare anche in Italia, se non funziona inventeremo
qualcos'altro.

Vi è, in ogni modo, in questa scelta una dimensione meno contingente. La
destra non può più fare troppe promesse, si è ridotta a spiegare che il
declino italiano deriva da una situazione internazionale sciagurata
(sempre le due torri, portassero male?) e deve trovare un altro discorso
centrato sui cattivi di turno. Per evidenti motivi non osa puntare
sull'antislamismo e utilizza l'anticomunismo nella speranza di recuperare
a basso costo almeno i voti degli ultrasessantenni.

Detto ciò, che la destra sia tutt'altro che pacificata al proprio interno
si comprende:

- dalla rivolta dei governatori. Se Storace ha potuto rivendicare il
proprio essere postfascista e non italoforzuto, Formigoni ha dovuto fare
un passo indietro ma è chiaro che il settore di Forza Italia che fa
riferimento a lui sta preparando la transizione alla fase
postberlusconiana così come stanno facendo i dirigenti di AN, ognuno
nelle proprie aree di influenza;

- dal correre in proprio di una Lega Nord che accentua le proprie
posizioni protezioniste, populiste, xenofobe sia per marcare la propria
differenza rispetto alla destra civilizzata che per rinsaldare la propria
base sociale ed elettorale;

- dall'arditezza dei tentativi di allargare l'alleanza. Quando si tenta
serenamente di imbarcare sia Alessandra Mussolini col suo codazzo di
fascisti di stretta osservanza che Giacinto, detto Marco, Pannella, si
evince che qualcosa non funziona.


Il "realismo" bertinottiano

La sinistra, sul piano della costruzione di un blocco antiberlusconiano,
sembra aver fatto dei significativi passi in avanti.

Per un verso, è riuscita a tenere dentro l'Udeur del simpaticamente
gaglioffo Clemente Mastella, per l'altro a recuperare il PRC. Un
bell'esercizio di pluralismo, è innegabile.

È evidente che la svolta ulivista del PRC rappresenta un momento di
rilevante modificazione della geografia interna della sinistra
statalista.

Si tratta, infatti, della presa d'atto, da parte della parte più lucida
del gruppo dirigente del PRC del fallimento del tentativo di dar vita ad
una sorta di terzo polo e della necessità, volendo giocare le proprie
carte, di un accordo con il centrosinistra.

Una presa d'atto dolorosa per le componenti del PRC legate ad
un'identità, in qualche modo, dura e pura. Ma se i neotogliattiani ed i
veterotrotskisti del PRC hanno ragione quando, da destra e da sinistra,
accusano il gruppo dirigente bertinottiano del partito di essere una
mosca cocchiera della sinistra e di fare scelte politiciste, hanno torto
nell'essenziale e, in altri termini, quando pensano di poter fare un
parlamentarismo "rivoluzionario".

La svolta bertinottiana, svolta, mi si consenta il gioco di parola,
disinvolta quanto si vuole, ha il pregio di liquidare le sciocchezze
estremiste che caratterizzano i settori più nostalgici della sinistra
statalista. Bertinotti, da animale totus politicus, ha colto l'essenziale
e in pratica il fatto che la sinistra può, non è scontato ma può, vincere
le elezioni, che il PRC aumenta questa possibilità e può aspirare ad una
quota rilevante di potere, che, infine, la mitizzazione dei "movimenti"
tipica della fase precedente non poteva continuare all'infinito. Anzi, il
precedente movimentiamo è funzionale legittimare la svolta governativa
visto che si afferma e si afferma di credere che la stagione dei
movimenti ha rigenerato non solo il PRC ma tutta la sinistra.

Insomma, avremmo, senza accorgercene, vissuto una rivoluzione.

In realtà, una mutazione seria vi è stata nel quadro sociopolitico e
consiste nella presa di distanza di Confindustria nei confronti del
governo, nell'individuazione di un discorso unificante nella "lotta
contro il declino italiano", nel recupero, per la verità un po' vago, di
un discorso welfarista da parte dei DS e di parte dell'area cattolica
della Margherita.

Ma si tratta di una mutazione che non tocca la natura dei gruppi
dirigenti e le prospettive della sinistra che si ricandida a dare
all'Italia un governo "serio" a fronte della cialtroneria berlusconiana.

E, va da sé, non vi è nulla di più serio che l'imposizione di sacrifici
ai lavoratori.

Mentre il circo equestre elettorale aumenta la ricchezza dell'offerta al
pubblico, le contraddizioni sociali non solo non scompaiono ma crescono
ed è sul carattere radicale di queste tensioni, sul loro non essere
riconducibili allo scambio politico, che si tratta di lavorare.

Cosimo Scarinzi


da Umanità Nova, numero 5 del 13 febbraio 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne




*******
*******
****** A-Infos News Service *****
Notizie su e per gli anarchici

INFO: http://ainfos.ca/org http://ainfos.ca/org/faq-it.html
AIUTO: a-infos-org@ainfos.ca
ABBONARSI: invia una mail a lists@ainfos.ca contenente nel
corpo del messaggio "subscribe (o unsubscribe) nomelista vostro@email".

Le opzioni per tutte le liste a http://www.ainfos.ca/options.html



A-Infos Information Center