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(it) Umanità Nova, n.4: La guerra alle parole. Terroristi, soldati, giudici e politici

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Date Fri, 11 Feb 2005 12:28:47 +0100 (CET)


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L'assoluzione di un gruppo di militanti islamici da parte di un giudice
milanese dall'accusa di associazione per finalità di terrorismo
internazionale avvenuta lunedì 24 gennaio ha sollevato il solito coro
dalla casa delle libertà contro i giudici (questa volta Berlusconi
Previti e Dell'Utri non c'entrano), accusati di fare il gioco dei
terroristi ecc. ecc. La vicenda ci interessa non certo perché siamo
arruolabili in uno o nell'altro partito o ci interessi sostenere la bontà
dell'operato dei giudici o perché simpatizziamo per qualche gruppo
fondamentalista islamico. Piuttosto, vogliamo sottolineare come in questo
caso l'uso distorto a fini di potere delle parole sia stato
cortocircuitato da un soggetto tutto interno al sistema di potere stesso:
e su questione di non poco conto. E come in tal modo l'uso smaccatamente
mistificante del linguaggio che si va facendo sia apparso in tutta la sua
chiarezza.

Gli imputati raccoglievano soldi e volontari per un gruppo islamico della
galassia della guerriglia irachena. Il nocciolo della questione sta nella
distinzione posta dal giudice tra guerriglia e terrorismo, sulla base
delle definizioni che di terrorismo danno non solo i dizionari della
lingua italiana ma anche alcune convenzioni internazionali. Dopo l'11
settembre 2001 anche l'Italia si è dotata di norme specifiche per la
punizione del terrorismo internazionale e sulla base di queste norme era
stata imbastita l'indagine che almeno in primo grado si è chiusa con una
sentenza di assoluzione. La norma nazionale deve essere interpretata alla
luce delle convenzioni internazionali che cercano di dare una definizione
di terrorismo: grosso modo, sono terroristici quegli atti che colpiscono
indiscriminatamente la popolazione civile e che sono volti a creare in
essa il panico. Per la tipologia di azioni messe in atto (attacchi a
soldati americani, polizia e esercito iracheni), i guerriglieri per cui
gli accusati di Milano raccoglievano soldi e volontari non sono
definibili terroristi.

In men che non si dica un altro giudice, questa volta di Brescia, ha
rimesso in galera gli islamisti scarcerati dal giudice di Milano.
Motivazione: nell'applicare le leggi bisogna seguire lo spirito di quella
comunità che ha espresso la norma stessa; ergo se il popolo italiano ha
una certa sensibilità su chi sia o meno terrorista, in tal modo bisogna
giudicare; e poi comunque l'associazione di cui fan parte gli islamismi
in questione è considerata terrorista dal governo degli Stati Uniti. Non
credete alle vostre orecchie vero? Si materializza lo spettro del
volkgeist, dello spirito del popolo come criterio di interpretazione del
diritto: era il criterio base del diritto nazista, per intendersi; e
qualcosa di molto simile aveva elaborato il diritto stalinista
(checcredete!, anche i totalitarismi c'hanno il loro diritto…!). Se il
popolo vuole forca, che forca sia. Chiaramente il popolo si esprime
attraverso le elezioni e dato che ha votato questi rappresentanti qua che
hanno approvato queste leggi qua… Non resta che adeguarsi alla volontà
popolare, cheddiamine!

Se la memoria non mi inganna, la prima ondata di bombardamenti sull'Iraq,
due anni fa, fu chiamata operazione "shock and awe": letteralmente
stordisci e terrorizza. I bombardamenti dovevano essere di tale intensità
da indurre nel nemico un terrore misto a reverenza (tale il significato
di "awe" in inglese).

Interessante. Chi è il vero terrorista? Siamo davanti alla solita storia,
il bue che da del cornuto all'asino. Il bello è che nel diritto
internazionale può essere terrorista solo chi agisce nell'ambito di
strutture "private" e non "pubbliche", cioè al servizio degli stati: un
militare non sarà mai definito terrorista. Anche se il suo agire sarà
quello di un terrorista. Anzi, per come si comportano non da oggi, gli
Stati Uniti usano metodi terroristici. Ma valli ad accusare di
terrorismo! La definizione è riservata al nemico di turno che così
etichettato perde ogni umanità: infatti, per il suo modo di operare in
spregio alle minime regole del vivere comune (il terrorista colpisce
indiscriminatamente la popolazione civile) in lui è proprio venuta meno
l'umanità e quindi va annientato perché si è posto al di fuori della
comunità umana.

Ecco a voi l'eterna lotta tra il bene e il male, S. Giorgio e il drago,
ecc. ecc. Ma è tutto solo un dare un nome per nascondere il reale,
mistificare il linguaggio per mistificare ciò che accade. Così per i
fondamentalisti islamici gli USA sono il grande satana e vai con angeli e
demoni e fulmini e saette, spade, sangue e teste mozze. Ma chi sono i
fondamentalisti? Non sono forse, prima di tutto, un'elite dei paesi arabi
che combatte l'elite attualmente al potere negli stessi paesi ed usa e
abusa, in questa lotta, della religione e del linguaggio ad essa legato?

In guerra la prima vittima è la verità, si dice. Giusto. Ma diciamo che
anche il vocabolario vien fatto a pezzi, in guerra. E, forse, la guerra
alle parole prepara quella fatta agli uomini. Chiamare le cose con il
loro nome e impedire la mistificazione del reale: liberare le parole
asservite dal potere è esercizio di libertà.

Simone Bisacca

Da Umanità Nova, numero 4 del 6 febbraio 2005, Anno 85
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