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(it) Umanità Nova, n.3: Iraq: gli USA attizzano il fuoco. Urne e sangue: export di democrazia

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Sun, 6 Feb 2005 09:15:38 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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L'espressione "esportare la democrazia" suona strana, e non solo per via
della spontanea assimilazione a una merce, applicata a un valore supremo,
come dice Bush, o per meglio dire a una pratica che valorizza alcuni
specifici, precisi e selezionati rituali sociali.
Per noi europei, ormai assuefatti a procedure talvolta pedanti e noiose,
quanto indifferenti ai contenuti che veicolano (la pena di morte è
democraticamente applicata, per fare un esempio), la memoria storica ci
invita a considerare come il regime democratico si sia affermato nel
tempo dopo la conquista di spazi di libertà codificati in diritti,
relativi a persone, posizioni sociali, beni individuali. Habeas corpus
(prerogativa di intangibilità del proprio corpo di fronte alla pretesa di
vita e di morte del sovrano assoluto), libertà di parola e di
organizzazione, diritto di proprietà privata, ad esempio, sono frutto di
secoli di conflitti sociali, non solo entro le mura delle fortezze
sovrane, che hanno prodotto uno stato di diritto liberale che poi si è
evoluto, man mano che le istanze libertarie in senso lato crescevano, in
procedimenti partecipativi codificati nei regimi democratici.

Chi più, chi meno, chi più velocemente, chi può lentamente, gli stati
nazionali europei sono nati così ed oggi le democrazie ne sono gli eredi
storici. Anche laddove la democrazia si è imposta sin da subito, come
nella Costituzione statunitense del 1776, occorre ricordare che tra
l'idea di esportarla oltre Atlantico da parte dei Pilgrim Fathers sino al
suo compimento con le leggi antidiscriminatorie di Johnson negli anni '70
del secolo appena terminato, sotto l'onda lunga del 1968, di Martin
Luther King e di Malcolm X, ci sono sempre voluti secoli prima che i
diritti civili, politici liberali e la partecipazione collettiva pure
irrigidita nei riti elettorali del regime democratico si ricongiungessero
in un unico ordinamento nazionale (addirittura multinazionale, come nel
caso americano).

In altri termini, un regime democratico va assimilato non solo e non
tanto nelle sue tecniche di ingegneria costituzionale e quotidiana -
l'equilibrio tra poteri separati e indipendenti - ma soprattutto
nell'interiorizzazione di un vivere bene ordinato (si fa per dire) della
società civile e politica nel suo complesso che ha per precondizione una
serie di conflitti sociali su poste quali la libertà di espressione, di
stampa, di opinione, di organizzazione delle proprie idee, di confronto
orizzontale sia nell'ambito più specificamente politico (partiti,
parlamenti, ecc.), sia e di più nei vari microcosmi sociali (famiglia,
lavoro, ecc.), in cui la parità tra individui non sia uno slogan ma una
pratica consolidata.


La "democrazia" al tempo della guerra di civiltà

Non che alle società arabe siano precluse tali condizioni, ma certo è
difficile immaginare un trapianto ex novo dopo secoli di colonialismo
regressivo e dopo decenni, nel caso iracheno in questione, di dittatura
di Saddam. E la recente, epocale, svolta religiosa nel mondo - da
Khomeyni a Bush, praticamente - propende per un indebolimento di quelle
precondizioni di libertà strappate con la lotta, in quanto la
secolarizzazione del proprio destino individuale, connesso alla libera
scelta frutto del libero arbitrio, mal si adatta a concezioni
trascendentali della vita in cui è dio, qualunque nome porti, a chiamarci
alla vita, a tracciare il nostro percorso biografico, a guidarci nei
meandri esistenziali e, a fine tragitto, decidere quando staccare la
spina. E per giunta non direttamente, ma attraverso i propri
rappresentanti (non eletti) in terra.

Eppure la missione di civilizzazione pacifica di un Iraq democratico è
alle fondamenta dei tempi attuali. Questo non significa solamente
malafede, visto che una intelligenza media dei decision makers
occidentali riesce a svolgere esattamente, anzi con migliore esaustività
di argomentazioni, quanto da me accennato in poche righe poco sopra.
Allora è facile pensare che il trucco dell'esportazione della pratica
democratica in un contesto in cui le libertà civili e politiche siano
minate, letteralmente, da un conflitto armato in corso, cruento come non
mai, anzi come sempre, ma anche da una assenza di precondizioni
democratiche che fanno dell'Iraq ipoteticamente post-elettorale uno stato
di non-diritto senza tante discussioni, nasconda una tattica che
dissimuli qualcos'altro. Non basta, infatti, registrare tanti candidati,
tanti partiti, tanti poster elettorali, un buon numero di emittenti
televisive che trasmettono spot, per rendere accettabile una campagna
elettorale a macchia di leopardo, impraticabile in qualche luogo, assente
in altri, il che la renderebbe annullabile se accadesse dalle nostre
parti (dove si sciolgono consigli comunali per collusioni mafiose che
poco hanno a che spartire con la guerra quasi civile in corso tra il
Tigri e l'Eufrate).

Anche il dilemma che i governanti belligeranti fronteggiano sa di falso
dilemma: tutti sanno che condurre elezioni minimamente serie in clima di
guerra è impossibile; eppure rinviarle significherebbe darla vinta ai
terroristi (chiunque siano, dai combattenti di Al Qaeda all'esercito a
stelle e strisce). Ma il 30 gennaio, tranne sconvolgimento dell'ultimo
momento, qualche iracheno andrà a votare, non si sa dove e come. Si
tratta di un escamotage per avviare la fase di uscita onorevole senza
perdere la faccia, come sostengono i commentatori? In linea con quanto
argomentato sopra, a me sembra che tale situazione dilemmatica sia
coerente con un altro quadro della situazione, probabilmente ben chiaro
sin dall'inizio ai decision makers oltre Atlantico.


Attizzare il fuoco tra sciti e sunniti

Il caos iracheno prossimo alla guerra civile tra sunniti e sciiti,
attizzato da secoli sia dal mondo musulmano, sia dalle potenze coloniali
di un tempo, e oggi all'ordine del giorno in funzione antiraniana
(nonostante gli sciiti iracheni abbiano dimostrato a più riprese
autonomia da Teheran, pure nel corso della guerra decennale degli anni
'80 che li videro schierati con Saddam e contro Khomeyni) destabilizza
una intera regione in modo permanente. La trasversalità di tali fedi alla
struttura clanica tradizionale che ancora conta nel paese funge da
elemento di resistenza al progetto di imbarbarimento voluto nell'attimo
in cui si è scatenata la guerra contro Saddam. Tuttavia un conflitto
cruento sconvolge anche le basi sociali, specie se prolungato nel tempo e
fiaccando le risorse di autosussistenza delle collettività e di
autoperpetuazione delle elite tribali, sino a scardinare l'ordine
tradizionale e finendo col subire il fascino non disinteressato delle
sirene fondamentaliste che cumulano, per così dire, i vantaggi di un
ordine comunitario ferreo con una gerarchia di valori sorretti da una
fede armata, in senso letterale, sia contro i laici interni, sia contro i
nemici esterni, come una sorta di prestato sovrano speculare all'ordine
internazionale vigente.


L'impostura democratica

Le elezioni, comunque vadano e quando avvengano, non riusciranno a
pacificare una nazione, sia per le ragioni sopra esposte, sia perché la
guerra continuerà per i prossimi anni, quelli necessari a porre un altro
tassello nel disegno di predominio americano sul pianeta. Ragioni
geopolitiche sovraordinano questioni di controllo geoenergetico per le
rivali potenziali statunitensi (Cina in testa) e si intrecciano con altri
scenari in altre aree del pianeta (per dire, la Russia accerchiata sia
sul versante asiatico, con le basi americane di controllo e spionaggio
nelle steppe, sia sul versante caucasico e europeo, Georgia e Ucraina),
in cui anche cataclismi concorrono ad essere utilizzati per quel connubio
umanitario-militare che prolunga la mano ferrea del predominio mondiale,
come è tipico di questa fase a cavallo di millennio.

In ultima analisi, lungi dall'utilizzare, comunque vada, la sorte
democratica e pacificata dell'Iraq di Allawi (oggi), gli iracheni sono
destinati alla guerra civile destabilizzante perché tale è l'obiettivo
strategico di chi ha voluto la guerra, dissimulando questa tessera del
mosaico dietro slogan ad uso dell'opinione pubblica distratta e ammansita
da reality show e quiz adatti a ribadire simbolicamente i privilegi della
parte ricca del pianeta, chiamata a pagare qualche piccolo prezzo in
fatto di sangue pur di rafforzare l'esproprio selvaggio che la cattura
del resto del mondo comporta ai danni della maggioranza della popolazione
della terra.

Insomma, il modello di apartheid feroce, dal Sudafrica alla Cisgiordania,
sembra rappresentare al meglio la strategia vincente di una fazione
fondamentalista dell'elite del mondo che, da destra e da sinistra
dell'arco parlamentare (Blair incluso, quindi), ha in mente di conservare
a tutti i costi (altrui) il potere contro la maggioranza. Il che
significa come l'impostura democratica, che gli anarchici hanno da sempre
denunciato nell'ambito degli ordinamenti nazionali (partecipazione
fittizia, mobilitazione a comando, delega di poteri, ecc.), si riveli, in
forme peraltro sempre più tragiche, su scala planetaria come sigillo di
un dominio da abbattere.

Salvo Vaccaro


Da Umanità Nova, numero 3 del 30 gennaio 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne




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