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(it) Umanità Nova, n.3: MorAttila nella secondaria superiore. La scuola dei ricchi e quella dei poveri

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Date Thu, 3 Feb 2005 10:43:10 +0100 (CET)


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Lo scorso 18 gennaio il ministro Moratti ha reso nota la bozza del
decreto attuativo della riforma della scuola secondaria superiore. Dopo
la scuola elementare e la media, si avvia quindi a completamento il
quadro della famigerata legge 53 sul riordino dei cicli. Ha inizio dunque
l'iter parlamentare dello schema di decreto, che dovrà concludersi entro
i termini utili previsti per l'applicazione della riforma, che andrà in
vigore, nelle secondarie superiori, dal settembre 2006.
Il decreto, in attuazione della legge di riforma, istituisce un sistema
scolastico duale: da una parte l'ambito dell'istruzione , che ospita i
licei di nuova e di vecchia istituzione, dall'altra l'ambito della la
formazione professionale, che comprende gli istituti professionali.
Natura, durata e finalità dei due sistemi come si legge puntualmente nel
testo, sono completamente diversi; i licei mantengono una durata
quinquennale e sono propedeutici alla prosecuzione universitaria. I
professionali hanno durata quadriennale, non consentono la prosecuzione
universitaria, ma, previo espletamento di un anno integrativo, consentono
l'accesso alla formazione tecnica postdiploma (IFTS e simili). La
martellante propaganda morattiana sulla possibile mobilità tra i due
sistemi è di fatto priva di ogni fondamento; se già fino ad oggi il
transito era piuttosto limitato e avveniva prevalentemente a senso unico
"discendente", dai licei agli istituti tecnici e professionali, è chiaro
che una situazione di marcata e istituzionalizzata separazione renderà
impossibile qualsiasi circolazione fra i due sistemi. Se a ciò
aggiungiamo il fatto che la scelta della scuola secondaria viene
anticipata a 13 anni, possiamo cogliere inequivocabilmente la valenza
peggiorativa e classista di una riforma che canalizza precocemente i
ragazzi determinando il loro futuro e che rompe nettamente con alcune
acquisizioni civili degli ultimi decenni, come il libero accesso
all'università, ora di fatto sbarrata.


La sparizione degli istituti tecnici

Il sistema dei licei prevede, oltre a quelli già esistenti, la
licealizzazione degli istituti tecnici, che scompaiono come tali e
assumono la configurazione di licei tecnologici.Il curricolo prevede un
abbattimento notevole dell'orario, che scende a 27 ore settimanali, e la
collocazione delle materie di laboratorio nelle ore opzionali. Una
dequalificazione che ha sollevato, sino dalla scorsa primavera, persino
le proteste di Confindustria, preoccupata per la deriva del settore
scolastico a cui tiene maggiormente. Abbattimento di orario che si
realizza comunque anche nei licei tradizionali, dove il curricolo scende
a 27 ore dalle precedenti 30. Il tempo scuola previsto dalla riforma
infatti si articola in una quota curricolare uguale per tutti, in una
quota di ore per attività opzionali obbligatorie ed in una quota per
attività opzionali facoltative.

Inevitabili le conseguenze derivanti dalla rottura dell'omogeneità dei
gruppi e dall'impoverimento delle discipline fondamentali; ridicola la
compensazione realizzata dall'area opzionale, che niente ha a che fare
con la considerazione degli interessi soggettivi e molto si avvicina ad
una logica frammentaria e superficiale che evoca il consumo, in linea con
la nozione di cultura come merce.

L'orario base si riduce ulteriormente nell'ultimo anno, che costituisce
un segmento a sé stante dove, perdendosi il valore di completamento della
formazione, cresce la quota opzionale per consentire attività di
orientamento universitario.


L'ora di religione

Una considerazione a parte merita l'ora di religione. Logica vorrebbe
che, in una configurazione articolata come quella prevista dalla riforma,
una materia facoltativa come appunto la religione cattolica si collocasse
nella quota opzionale. Invece no; pur essendo facoltativo, l'insegnamento
figura nel currricolo d'obbligo, andando ad assorbire una delle preziose
27 ore, che di fatto sono dunque 26.


Apprendistato gratuito

Passando alla formazione professionale la situazione appare devastante.
La riforma infatti ridefinisce gli istituti professionali sul modello dei
centri di formazione professionale già esistenti, gestiti da enti locali
e d imprese, incentrati sull'addestramento lavorativo e sul minimum
culturale.

E infatti il decreto prevede un abbattimento secco dell'orario
curricolare (che scende a 30 ore) e l'obbligo di svolgere almeno il 25%
di questa già risicata quota in un luogo di lavoro. È stato calcolato
che, se si volesse conservare il minimo della frequenza scolastica
obbligatoria per convalidare l'anno scolastico, destinando il resto del
tempo alla permanenza in azienda, si potrebbe, legittimamente,
frequentare la scuola per non più di 15 ore settimanali. Ci spieghino gli
esperti della Moratti come uno studente che scegliesse questo modulo
potrebbe tranquillamente passare ad un liceo. Si chiama ufficialmente
alternanza scuola lavoro; si tratta, concretamente di un apprendistato
gratuito, di cui viene definito il minimo ma non il massimo, che potrà
essere individuato tramite accordi tra le scuole e le aziende; queste
ultime avranno non solo fornitura di lavoro da non retribuire, ma saranno
anche incentivate per la loro disponibilità ad entrare nel sistema. Gli
obiettivi formativi ( L.E.P.-Livelli essenziali delle prestazioni)
saranno definiti dalle Regioni, che di fatto gestiranno il sistema, in
una visione di assoluto subordine della scuola alle esigenze dell'impresa
e del mercato. Si avrà quindi una consistente diversificazione
territoriale dell'offerta formativa e, conseguentemente, dei titoli
conseguiti e delle relative possibilità occupazionali. Le regioni
gestiranno anche il personale destinato alla formazione attingendo
indifferentemente tra docenti abilitati e tra personale esperto non
meglio identificato.


Riduzione drastica dei lavoratori della scuola

Quello dell'organico è del un punto critico fondamentale della riforma. È
innegabile infatti che oltre ad una deleteria impostazione del sistema
scolastico, più funzionale alle esigenze del mercato e di una società
classista, la riforma si ponga anche l'obiettivo potente del taglio di
migliaia di posti di lavoro. Vanno in questa direzione l'abbattimento
generalizzato dell'orario dei curricoli, la sparizione totale di alcune
discipline (ad es. diritto), l'abbattimento secco di altre (es. 50% di
educazione fisica, ma non solo); per non parlare della precarietà delle
materie opzionali, che prevedono, laddove manchino le competenze
richieste dallo studente- cliente, l'assunzione di esperti con contratti
di collaborazione.

La situazione è evidentemente molto critica. Purtroppo molte delle
direttive de decreto erano già presenti nel testo generale della legge di
riforma, approvata nel marzo del 2003; tuttavia, a differenza della
scuola elementare, la secondaria superiore non ha dato segnali di
vivacità significativi. Urge recuperare immediatamente questo ritardo,
contrastando l'iter del decreto, sfuggendo alle trappole dell'opposizione
di facciata dei sindacati di stato, contigui agli interessi delle Regioni
e delle imprese, rafforzando le lotte portate avanti con continuità dal
sindacalismo di base, saldandosi alle mobilitazioni degli altri ordini di
scuola, collegando le esigenze dei lavoratori con quelle degli studenti.

Patrizia Nesti


Da Umanità Nova, numero 3 del 30 gennaio 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne




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