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(it) Contro il Tav nessuna tregua! Tutti a Torino il 17 dicembre!

Date Fri, 16 Dec 2005 12:07:37 +0100 (CET)


Il 17 dicembre ci sarà a Torino una manifestazione importante.
Importante perchè voluta e organizzata dalla gente della Valle di Susa in
un'assemblea organizzata dai Comitati No Tav. Importante perché sarà la
prova che oggi la lotta della Val Susa è la lotta di tutti, perchè contro
un governo ed un'opposizione che difendono interessi "particolari" (CMC,
Rocksoil e compagni di merende vari) i valsusini si schierano per
l'interesse di tutti noi. Opporsi ad un opera inutile, dannosa e costosa è
schierarsi per la vita e la libertà. In Val Susa come in tutt'Italia.
Facciamo appello per uno spezzone anarchico e libertario che si schieri a
fianco del Valsusini e che, nel rispetto delle scelte fatte
dall'assemblea, sostenga la necessità di una lotta senza se e senza ma al
treno della morte. Contro il Tav nessuna tregua.

FAI Torino
corso Palermo 46 - riunione pre-corteo venerdì 16 alle 21.

Chi intendesse dormire a Torino (venerdì o sabato) ci contatti
telefonicamente. per info: 011 857850 oppure 3386594361

Vi proponiamo sotto una cronaca dell'ultima settimana e una riflessione
sugli sviluppi repressivi della lotta. I due articoli sono usciti su
Umanità Nova di questa settimana.

Arrivederci a Torino.
Sarà Dura!

Da Umanità Nova n. 41

Dalla liberazione di Venaus ai piccoli giochi della politica
I Ribelli della Montagna

Più che una marcia, quella del popolo No Tav pare una corsa a perdifiato.
E non solo in senso metaforico. Su per i pendii delle montagne valsusine
si sono scritte pagine di resistenza che resteranno nella memoria di
generazioni di valligiani. La cronaca dell'assalto poliziesco al presidio
di Venaus, sgomberato militarmente picchiando e ferendo decine di persone
inermi è solo di una settimana fa, ma pare siano passati mesi. Gli eventi
si sono raggrumati come una valanga che, iniziata la propria corsa con uno
sfarfallio di neve, finisce rombando giù per le pendici della montagna. La
rivolta popolare con blocchi stradali e ferroviari dei due giorni
successivi, gli scioperi spontanei e le manifestazioni hanno riempito le
pagine dei giornali. Poi arriva l'8 dicembre. È il giorno scelto per
riprendersi Venaus, per cacciare le truppe di occupazione. A dirla una
cosa così non la crederesti ma poi, il fatto che sia successa, è come una
promessa mantenuta: il concretarsi delle idee che da sempre ti porti
dentro ma di rado vedi che si fanno carne ed ossa e vita vissuta. Eppure è
successo. Migliaia e migliaia di persone che pacificamente si riprendono
le loro vite violate dalla violenza dello stato: una cosa da far paura.
Tanta paura. Al punto che il giorno successivo la politica, quella dei
palazzi e delle poltrone dorate, si è messa in moto convocando a Roma, nel
bel mezzo del ponte dell'immacolata, i sindaci della valle ribelle.

Sul tavolo ha gettato una proposta che nei fatti sancisce la volontà di
siglare una tregua, mettendosi al riparo dal rischio di una manifestazione
oceanica per le strade di Torino e dalla minaccia di boicottaggio delle
Olimpiadi. Dove avevano fallito i manganelli e l'occupazione militare
riescono gli artifizi della politica: il giorno successivo i sindaci, che
pure non avevano firmato l'accordo, decidono di rinunciare alla
manifestazione prevista per il 17 a Torino, limitandosi a promuovere una
kermesse culturale. Nel pomeriggio un'assemblea di centinaia di persone
rigetta la proposta-truffa del governo e a gran maggioranza richiede la
conferma della manifestazione. Di fronte al no dei sindaci e, in
particolare, di Antonio Ferrentino, il giorno successivo un'affollata
assemblea convocata dai comitati No tav proclama la manifestazione del 17
a Torino, scegliendo, per estrema volontà di mantenere unite le varie
anime del movimento, di far convergere il corteo con l'iniziativa dei
sindaci. E la corsa riprende.

In questa storia, dove chi scrive è parte in causa, l'analisi e la cronaca
si mescolano in un impasto unico, fatto delle lunghe marce e delle
infinite assemblee, dove le facce della gente che ha deciso di riprendersi
in mano la propria vita ed il proprio futuro si stagliano nette a
disegnare un quadro dove, come capita di rado, la solidarietà è solido
cemento di una lotta la cui posta in gioco, l'unica che conti davvero, si
condensa in un fare segnato dalla straordinaria pratica della libertà. Il
filo del racconto è anche quello dell'esperienza: impossibile districarli.

Torniamo a quell'8 dicembre.


La ripresa di Venaus

Susa prime ore del mattino. L'aria è frizzante ma non nevica ancora.
L'autostrada è più trafficata del solito, ma non di turisti, sebbene
tutti, arrivando a Susa, mettano scarponi ai piedi e si coprano come per
una gita invernale. Quando si arriva la marcia è già partita, di buon
passo verso Venaus su per i curvoni della statale 25. È il popolo No Tav,
è la gente della Val Susa e i tanti che sono accorsi solidalmente da
fuori. C'è gente di tutte le età e decine di bambini anche piccolissimi, a
piedi o in carrozzella: sembra quasi una passeggiata, ma tutti sanno che
non lo sarà. Tre notti prima la furia della polizia si era scatenata
sull'accampamento No Tav, ferendo i corpi di tanta gente e calpestando la
dignità di tutti. Una bava di vento porta acre l'odore dei lacrimogeni: la
polizia ha caricato su ai Passeggeri, il bivio da cui si dipana la
provinciale per Venaus, che ormai da settimane solo i residenti e gli
uomini in divisa possono imboccare. Incontro un conoscente, uno che lavora
dalle mie parti ed incontro spesso al bar. È un uomo non più giovane
dall'aspetto mite: appare trafelato. "Ce le hanno date, quante ce ne hanno
date. Ci hanno incartati ben bene" E mostra la mano gonfia.

Quando arriviamo al bivio vediamo gli sbirri schierati. Il corteo va
avanti su per la statale oltrepassando il blocco di polizia mentre
comincia a nevicare fitto fitto. La polizia lascia fare: probabilmente
pensano che ci accontenteremo di occupare l'autostrada che ha l'ingresso
poco sopra. In breve l'autostrada viene bloccata ma il grosso del corteo
va ancora avanti sulla statale. Il fiato mi si fa corto corto. Un giovane
accanto a me si carica in spalla il bambino più piccolo e ci sono anziani
che passano lesti in avanti: mi vergogno un po' della mia debolezza. Si
arriva poi su un sentiero largo ma pieno di neve, ghiaccio e fango e si
comincia a scendere la montagna. Altri imboccheranno una strada che passa
più in alto, altri ancora aggirano i birri passando per le case e
superando il costone roccioso ai Passeggeri. Tutta la montagna si riempie
di gente che lenta cala giù. Alla partenza da Susa, secondo le stime dei
contafile da corteo saremo stati 50.000. È un fiume umano quello che
scende la montagna.

Come indiani abbiamo aggirato la polizia: li vediamo dall'alto schierarsi.
Una signora accanto a me porta la mano alla bocca e lancia il grido di
guerra: un attimo e tutta la montagna risuona. Qualcuno intona Bella Ciao
e tutti si sentono come partigiani. Non avverto più la stanchezza.
Arriviamo all'area occupata dai birri, il posto dove vogliono impiantare
il cantiere: vedo un nugolo di persone che abbattono le recinzioni e
invadono l'area. Pare che poco prima i carabinieri abbiano sparato dei
lacrimogeni e poi se la siano data a gambe. Mentre ancora in fondo al
cantiere c'è movimento in molti guadagnano un sasso e scartano i panini.

Venaus è stata liberata ed è ora di mangiare. Come sempre in tanti anni
che vengo in valle mi stupisco di tanta pacatezza.


Il giorno dopo

La polizia si ritira gradualmente dalla valle: spariscono i posti di
blocco e si allentano i controlli. Dopo la concitazione arriva la calma. I
media criminalizzano i manifestanti, nonostante gli unici veri feriti
siano tra di noi.

Arriva la convocazione del governo, il primo segnale che alla politica del
bastone viene messa la sordina per tentare una mediazione. Ormai la
Valsusa è divenuta un fatto nazionale: l'annunciata manifestazione del 17
a Torino potrebbe mettere in seria difficoltà la lobby tavista ed i suoi
padrini politici. Per non parlare del rischio di boicottaggio delle
olimpiadi. Serve un tampone e serve anche in fretta. La torta Tav è troppo
succulenta per correre il rischio di incappare in una nuova Scanzano,
quando la Resistenza della gente bloccò per tre settimane tutte le vie di
comunicazione della Lucania, obbligando il governo a cedere rinunciando al
progetto di impiantarvi la più grande discarica nucleare d'Europa. Sabato
a Torino ad un convegno sul Tav alla Camera del Lavoro convergono
centinaia di persone. Gli ingranaggi della politica si mettono in moto.
Per l'intera giornata filtrano indiscrezioni sugli esiti dell'incontro
romano tra governo e sindaci: in serata per i corridoi subalpini corre
voce che l'esito della riunione sia stato negativo.

Domenica arriva la notizia che la magistratura ha deciso il sequestro dei
terreni di Venaus e che siano in arrivo denunce per "devastazione e
saccheggio". (Cfr. "Il bastone e la carotina" a pag. 2).


L'assemblea di Bussoleno

All'assemblea pomeridiana di Bussoleno gira il testo della proposta
firmata dagli esponenti del governo e dai rappresentanti delle Ferrovie
oltre che dal sindaco di Torino, Chiamparino, e dalla presidente della
Regione Piemonte, Bresso.

Il testo distribuito tra la gente viene immediatamente capito per quello
che è: una pericolosa truffa. Il governo prende tempo, proponendo
l'attuazione del VIA (Valutazione di impatto ambientale) in forma
straordinaria, visto che la legge obiettivo, una legge speciale emessa in
vista delle grandi opere, prevede che questa procedura, normalmente
propedeutica a qualunque lavoro, venga effettuata solo in forma
semplificata, senza tener conto del parere delle comunità locali. Nel
frattempo offre ai sindaci un posto nella cabina di regia e pretende il
riconoscimento e la consegna a LTF del sito di Venaus. Insomma niente. Un
niente confermato dalle varie dichiarazioni rilasciate dai politici che
ribadiscono che serve tempo per convincere la gente della necessità di
realizzare la linea ferroviaria ad alta velocità. Nel testo si specifica
inoltre che sino al termine del VIA non si possono effettuare lavori di
scavo. Un bel risultato non c'è che dire, visto che per l'allestimento del
cantiere servono diversi mesi e che, quindi, gli scavi in quanto tali non
potrebbero comunque iniziarli subito! Il Tav si farà comunque: l'unico
problema è tenere buoni sin dopo olimpiadi (ed elezioni) quei matti dei
valsusini che neppure a bastonate si fanno convincere. Quindi da un lato
il governo offre la tregua ed un tavolo di confronto, mentre dall'altro il
giudice Laudi (sì, sì sempre lui) consegna di fatto il cantiere a LTF, e
si accinge a firmare gli ordini di carcerazione. L'assemblea dimostra
soddisfazione per la mancata firma dell'accordo-truffa e lancia lo slogan
della valle "Sarà dura".

Ma l'entusiasmo dura poco. Ferrentino nel suo intervento, pur giudicando
inaccettabile la proposta governativa, dimostra soddisfazione per
l'apertura del dialogo e annuncia l'intenzione di cancellare la
manifestazione del 17. Penosa l'iterazione ossessiva della richiesta di
fiducia personale condita dal timore che si possa sospettare un suo
ammorbidimento dopo il viaggio a Roma. Il presidente della Comunità
montana, consapevole che la sua posizione non è condivisa, punta sulla
tenuta della propria leadership. L'assemblea si protrae per oltre quattro
ore. La gran parte degli interventi, pur con diverse sfumature, insistono
sulla necessità di rigettare la proposta di accordo del governo
rilanciando l'iniziativa No Tav sul territorio a partire dalla
manifestazione del 17 a Torino, proposte accolte con grande entusiasmo
dall'assemblea. Parlano i sindacalisti (Cub, Cobas, Fiom), i politici
(Rifondazione, Verdi, anarchici di varie tendenze) esponenti della vasta
galassia dell'associazionismo ambientalista, attivisti dei comitati No Tav
- una, Nicoletta, ha stampati sul viso i segni delle manganellate di
giovedì. L'assemblea si conclude con un nulla di fatto.

I comitati No tav, alcuni esponenti sindacali e politici confermano la
manifestazione a Torino il 17 dicembre. Il giorno successivo all'assemblea
indetta dai Comitati unanime è la volontà di scendere in piazza,
nonostante i sindaci e nonostante Chiamparino da Torino invochi il divieto
di manifestare. La scommessa a questo punto è chiara: dar vita ad un
corteo partecipato e comunicativo che tenga aperto l'unico tavolo di
trattative utile: la lotta popolare autogestita. Comunque vada un
risultato importante è stato raggiunto: il movimento ha dimostrato
maturità ed autonomia, consapevolezza delle trappole della politica e
capacità di eluderle. Il sapore della libertà conquistata sui campi di
Venaus è ormai irrinunciabile. Sara dura!

Maria Matteo


Da Umanità Nova n. 41

Val Susa: la legge del più forte
Il bastone e la carotina

Gli ultimi avvenimenti relativi alla lotta dell'intera popolazione della
Valle di Susa contro il TAV consentono qualche breve riflessione a margine
della cronaca. Nell'ultimo mese, infatti, dagli studi e dai dibattiti,
dagli scontri teorici tra favorevoli e contrari al TAV, si è passati allo
confronto/scontro sul terreno, in quanto i fautori del TAV hanno deciso di
iniziare i lavori entro il 31 dicembre a prescindere dal consenso dei
cittadini della valle di Susa. Puntualizziamo che l'opera di cui si
discute oggi, cioè un traforo ferroviario di oltre 50 km. tra Francia e
Italia, deve essere realizzata da aziende private cui è stata appaltata,
mentre i finanziamenti saranno pubblici, di provenienza dell'Unione
Europea e nazionali. Il valore dell'opera si aggira sui 15 miliardi di
euro (30 mila miliardi di vecchie lire), suscettibili di aumentare e
comunque non sufficienti a coprire altre parti essenziali del tracciato. I
tempi stimati per un'opera del genere parlano di 15-20 anni di lavoro con
500 camion in circolazione quotidianamente per la valle. Oltre agli
evidenti argomenti ambientalisti (la devastazione della valle),
l'opposizione al TAV si basa su argomenti economici, fondamentalmente lo
squilibrio tra costo e benefici proprio alla celerità dei traffici, oltre
che alla concorrenza del quasi ultimato traforo del Gottardo o alla
mancanza di norme promotrici del traffico su rotaia e di penalizzazione di
quello su gomma che già ora potrebbero essere promulgate con maggior
utilizzo dell'attuale linea ferroviaria (fermo ora al 38% della capacità):
e così via. I livelli politici provinciale regionale e nazionale, nonché
il sindaco di Torino sono in stragrande maggioranza favorevoli al TAV,
descritto come opera che inserirà l'Italia nella rete del trasporto
europeo: come se fino ad oggi tale legame non fosse esistito. I fautori
del TAV si dicono paladini dello sviluppo e dell'interesse nazionale, di
contro all'egoismo localistico e retrivo delle popolazioni della Valsusa.
I fautori del TAV propugnano la necessità di grandi opere per stare al
passo con i tempi. La galleria di cui si parla tra Italia e Francia o il
ponte sullo stretto di Messina sono considerate indispensabili per lo
sviluppo. L'atteggiamento positivo bipartisan nei confronti delle grandi
opere si coniuga alla diretta partecipazione alle fasi di progettazione e
realizzazione delle opere stesse di imprese legate vuoi alla destra che
alla sinistra. Nella vicenda TAV sono coinvolte società legate alla
famiglia del ministro Lunardi e uno dei principali appaltatori è la CMC di
Ravenna, sigla che raccoglie cooperative edili rosse capaci di operazioni
di questo tipo, gestite quindi come vere imprese e di dimensioni adeguate,
sia dal punto di vista dei dipendenti che dei finanziamenti mobilizzabili.
Il progetto del ponte sullo stretto di Messina ha trovato nel governo
berlusconiano uno sponsor convintissimo e Fassino si è affrettato a dire
che a certe condizioni il ponte si può fare (quali condizioni? se l'Unione
vince le elezioni??). Il conflitto in corso ha quindi come posta in primo
luogo la gestione del territorio e di ingentissime risorse finanziarie
pubbliche: semplificando, la posta è costituita da ricchezza collettiva.
La decisione sull'uso della ricchezza collettiva ha a che fare con un
aspetto fondamentale della sovranità. Il problema su chi decida della
ricchezza collettiva dice anche a chi appartenga in realtà tale ricchezza.
Come detto, sono enormi gli interessi economici in gioco, equamente
distribuiti attraverso tutto l'arco costituzionale. I metodi per far
digerire ai valsusini il TAV variano dalla convinzione alla costrizione:
convincerli o costringerli. Con varie sfumature intermedie. La convinzione
si dovrebbe basare su argomenti sanitari e ambientali, perché, si dice, la
popolazione non è informata sulla reale mancanza di rischi significativi
per salute e ambiente. La convinzione dice di paternalismo e tutela.
Scarseggiano gli argomenti di carattere economico, perché, da un lato, gli
argomenti dei NO TAV sono troppo stringenti; dall'altra, dicono molti
politici, non tocca a loro prendere decisioni con ricadute di carattere
economico nazionale e oltre. E qui ci avviciniamo al cuore della vicenda.
Non riuscendo a convincere (perché in realtà non si hanno argomenti)
diverse decine di migliaia di persone di tutte le età professione ceto
sociale appartenenza politica e credo religioso che il TAV sia buono, si
sono spedite diverse migliaia di poliziotti carabinieri finanzieri ad
occupare militarmente il territorio. In effetti il problema è proprio
quello di installare i famosi cantieri con cui iniziare i lavori di cui si
parlava all'inizio. Il problema è effettivamente chi fa che cosa su certi
pezzi di territorio con che soldi. Sappiamo che i soldi sono pubblici,
così come il territorio; le imprese sono private, con stretti legami con
il mondo politico e dei partiti nazionali; a consentire il saccheggio
della ricchezza pubblica vengono mandati, letteralmente, battaglioni di
così definiti tutori dell'ordine. Infatti, quel che i valsusini, avrebbero
violato, sarebbe proprio la legalità. Le ditte appaltatrici avrebbero dei
titoli legali ad occupare i terreni e chi lo impedisce si pone fuori dalla
legalità: da qui l'intervento di chi sarebbe preposto istituzionalmente a
ripristinare la legalità violata, cioè chi è autorizzato a calare il
manganello. Il ribaltamento dell'illegalità sulla popolazione da parte di
un potere predatore della ricchezza pubblica e quindi illegale passa
attraverso l'uso della violenza. Ai valsusini non basta avere ragione, non
basta che il TAV sia chiaramente un'opera inutile e costosa, non basta
aver dimostrato che con meno soldi si otterrebbe un miglioramento
dell'efficienza della linea ferroviaria già esistente: il problema è che
devono riuscire ad impedire che la rapina a loro danno e della ricchezza
pubblica si compia. Con ogni evidenza l'opposizione legale/illegale è
artificiosa, se al fondo ci sta solo l'uso della violenza che nel suo
essere esercitata delimita il campo del legale e dell'illegale. Legale ed
illegale in sé non hanno alcun fondamento. Nel giro di due giorni, il
terreno di Venaus dove dovrebbe essere aperto il primo vero cantiere
dell'opera è stato sgombrato a manganellate di notte da polizia e
carabinieri e invaso da migliaia di manifestanti che se lo sono ripreso di
giorno. Subito dopo è partita una trattativa a livello istituzionale che
promette tavoli concertativi e valutazioni varie a tutela della salute,
pur che l'opera comunque si faccia così come previsto. E, soprattutto, non
sia turbata l'imminente Olimpiade della neve. Su questo scenario in
movimento, è intervenuta a gamba tesa la magistratura, sequestrando per
esigenze probatorie (l'accertamento di reati asseritamente avvenuti quando
la popolazione della Valsusa si è ripresa il terreno l'8 dicembre) il
terreno e consegnandolo in custodia alla ditta che dovrebbe iniziare i
lavori. Con questo provvedimento si ha un ulteriore salto di qualità nella
politica repressiva nei confronti del movimento NO TAV. La ditta
incaricata dei lavori è posta sotto la diretta protezione della procura
della repubblica di Torino che spudoratamente salda la sua azione a quella
dei politici dell'Unione, in particolare DS, che, come ha dichiarato senza
perifrasi il sindaco di Torino Chiamparino, sono ultras del TAV. Infatti,
le esigenze di indagine evidentemente non centrano nulla (bastano foto,
rilievi e rapporti di servizio). Come è stato subito puntualizzato dai
vertici della procura torinese (Maddalena e Laudi), il sequestro non ha
alcuna influenza sullo svolgimento dei lavori. Anzi: li permette ancora di
più, perché oggi chi entra nel terreno conteso commette un ulteriore
reato, violando il provvedimento di sequestro; e la ditta appaltatrice LTF
è nominata pure custode. Ma non basta: è stata anche annunciata dalla
procura della repubblica di Torino l'identificazione di trenta persone che
avrebbero partecipato all'invasione del cantiere di Venaus l'8 dicembre;
giacché la stessa procura ha annunciato di procedere per vari reati tra
cui la fattispecie di devastazione e saccheggio già utilizzata per
carcerare alcuni manifestanti torinesi del 18 giugno caricati dalla
polizia in via Po, se ne deve dedurre che la stessa procura della
repubblica di Torino abbia annunciato una trentina di arresti. E poiché
già nella precedente occasione gli arresti sono stati effettuati pescando
sapientemente nelle varie aree dell'antifascismo e antagonismo torinese,
c'è da aspettarsi che avvenga lo stesso nei prossimi giorni, ad ulteriore
riprova (se ve ne fosse ancora bisogno) della gestione tutta politica
della repressione che la magistratura torinese sta effettuando. Gestione
politica sia nei referenti (prima di tutto i DS) che negli obiettivi (le
areee più poli! ticizz
ate dell'antagonismo sociale).

La vicenda del TAV, più va a avanti, e più svela la sua vera natura, da
sempre denunciata dai valsusini, di grossissimo business. È naturale che
politici di ogni colore, imprese amiche e parenti, giudici appartenenti
alle stesse aree politiche che maggiormente si stanno spendendo pro TAV,
insomma, tutto un apparato politico-giudiziario-istituzionale si
mobilitasse contro un popolo che non vuole essere depredato e che ha
dimostrato con argomenti difficilmente scalfibili la pochezza della
posizione avversaria. A Berlusconi Bresso Chiamparino D'Alema Laudi
Lunardi dei valsusini interessa un bel niente, come non interessa un bel
niente delle risorse pubbliche che saranno sprecate (se l'opera non sarà
fermata): quel che interessa loro a questo punto è che l'opera sia fatta,
da un lato, perché ci sono troppi soldi in questa storia perché le buone
ragioni siano ascoltate; dall'altro, perché è necessario ribadire chi
comanda davvero. La vicenda NO TAV ha infatti, tra gli altri, il merito di
far cadere le tante ipocrisie di cui si ammanta la democrazia e di aver
messo decine di migliaia di persone sulla strada, svegliate dal torpore
rappresentativo e protagoniste del loro presente e del loro futuro. È una
cosa che i politici e i giudici democratici non possono tollerare: il
popolo che decide da solo?! Ma scherziamo? Che intervengano polizia e
carabinieri a ristabilire la legalità democratica! Ma che si erano messi
in testa quei montanari?

Simone Bisacca

Da: Federazione Anarchica Torinese <fat@inrete.it>

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