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(it) Umanità Nova, n.40: Milano: a 36 anni dalla strage di piazza Fontana. Lo stato in piazza

Date Thu, 15 Dec 2005 13:21:18 +0100 (CET)


Nonostante la concomitanza con la manifestazione nazionale antirazzista di
Roma, nonostante la nevicata che con pochi centimetri di neve ha
praticamente bloccato il sistema del trasporto pubblico di superficie
della Milano città europea, l'incontro-dibattito di sabato scorso ha
realizzato l'obiettivo che si era posto registrando (ma non avevamo dubbi)
una buona qualità nelle relazioni presentate ed una buona partecipazione
di presenti. 70, 80 persone, in una sala della Libreria ospitante, hanno
infatti seguito con attenzione i numerosi intervenuti che si sono
alternati al microfono e che ringraziamo per l'impegno profuso.
Dopo l'intervento iniziale del compagno della FAM che ha illustrato il
senso dell'iniziativa, decisa nell'ambito delle iniziative organizzate
dalla FAI per ricordare il 60° anniversario del suo primo congresso
nazionale dopo la dittatura fascista, e tenuta, non a caso, nell'anno
della chiusura definitiva del processo per la strage di Piazza Fontana,
hanno preso la parola i vari relatori.

Luciano Lanza nel ricordare il clima, anteriore e posteriore, di quel 12
dicembre 1969, e nel ripercorrere le varie tappe della vicenda, ha colto
un parallelismo tra la situazione di allora e quella attuale, che, se non
è simile per le potenzialità di trasformazione sociale, è sicuramente
simile per l'uso disinvolto della provocazione che, tra le bellicose
dichiarazione di Pisanu e soci ed il ritrovamento di petardoni e plichi
esplosivi, sembra prefigurare un atmosfera funzionale, oggi come allora,
ai disegni autoritari del potere reale.

Paolo Finzi ha ricordato invece Franco Serantini e le manovre messe in
atto per occultarne le vere cause della morte, dovute al brutale e vile
pestaggio cui fu sottoposto; manovre che si infransero contro le proteste
di piazza ed il coraggio civile di quei pochi che, dentro e fuori le
istituzioni, non accettarono di farsi complici dell'occultamento di un
assassinio. A tale proposito è stato messo giustamente in rilievo
l'importanza di libri come "Il sovversivo" di Corrado Stajano che, al pari
di "Pinelli, una finestra sulla strage" di Camilla Cederna, hanno
grandemente contribuito a sollevare la pesante coltre della menzogna di
Stato.

Mirko Mazzali ha incentrato il suo intervento su alcuni, significativi,
casi di repressione, poliziesca e giudiziaria, di questi ultimi anni.
Dalle cariche di Napoli, ordinate dal governo di centrosinistra a quelle
di Genova, ordinate dal governo di centrodestra, sempre nel 2001, la
repressione dimostra di non avere colore. Così pure l'andamento dei vari
processi, seguiti da Mazzali, si muove in sintonia con il classico
orientamento di fondo che è quello
dell'alleggerimento delle responsabilità poliziesche, probabilmente per
arrivare ad un proscioglimento degli agenti accusati di violenza. Anche il
processo in corso a Milano per i fatti dell'ospedale San Paolo,
immediatamente successivi all'assassinio di Dax, non pare distogliersi dal
solito copione.

A questo punto ha portato un breve e toccante saluto Rosa Piro, la mamma
di Davide Cesari, Dax, che ha ricordato a tutti il senso ed il significato
che deve avere la memoria, che non è semplice commemorazione, ma un farsi
carico, anche e soprattutto nelle vicende più tragiche, di un senso di
profonda solidarietà che è condivisione di umanità e di volontà di
giustizia sociale.

Marco Rossi ha richiamato l'attenzione sul clima generale di intolleranza,
di razzismo e di sessismo che da tempo si va respirando e che fa da brodo
di cultura per gli odierni squadristi, in azione ed in pectore; i quali
non fanno altro che mettere in pratica quello che a livello istituzionale
e sulla stampa è ormai luogo comune, frutto di quella sindrome sicuritaria
che individua nel "diverso" il responsabile di ogni male e che sta
contagiando anche città governate dal centrosinistra. L'antifascismo deve
tornare ad intrecciarsi con la critica radicale dell'esistente,
all'interno di una prospettiva rivoluzionaria liberatrice, se non vuole
ridursi a mera testimonianza, lasciando così il campo al ribellismo
antisistema della destra.

Renato Sarti, forte della sua esperienza di uomo di teatro che sta
elaborando e rappresentando lavori imperniati sulla storia recente, nel
ricollegarsi agli interventi precedenti ha messo in rilievo come proprio
il concetto stesso di "straniero", e quindi di "frontiera", sia
all'origine dei processi di emarginazione e di criminalizzazione dei
migranti. Richiamando il suo ultimo lavoro dedicato alle foibe del
dopoguerra carsico ha inoltre sottolineato l'importanza della memoria e
della sua trasmissione alle nuove generazioni, troppo spesso in balia di
fiction televisive manipolatorie e strumentali.

Tobia Imperato, impossibilitato a muoversi da casa ove si trova agli
arresti domiciliari, era invece presente in video per raccontare sia le
menzogne del potere nel caso di Baleno e di Sole, i compagni indotti al
suicidio da una montatura giudiziaria agli albori delle mobilitazioni
valsusine anti TAV, sia il pesante clima di intimidazione e di repressione
che avvolge Torino in vista delle prossime Olimpiadi e che è la causa
dell'incarcerazione sua e degli altri compagni, accusati incredibilmente
di saccheggio e devastazione, solo perché presenti ad una manifestazione
antifascista caricata brutalmente dalla polizia e durante la quale una
vetrina e dei tavolini da bar furono danneggiati.

Anche Massimiliano Supporta, arrestato nel corso della stessa
manifestazione mentre soccorreva una compagna caduta durante le cariche e
rimasto in carcere per alcune settimane, ha ricostruito con ampi dettagli
il trattamento cui è stato sottoposto e il tentativo di addossargli
responsabilità inesistenti: la repressione non si smentisce mai.

Simone Bisacca ha indagato il rapporto esistente tra sindrome sicuritaria
ed il concetto stesso di guerra permanente. La guerra ha sempre
rappresentato un'eccezionalità nel rapporto tra poteri e nell'esercizio
della politica, ma oggi è diventata quotidianità con una legislazione
sempre in opera che si sviluppa secondo i desideri del potente di turno,
al di là di ogni garantismo e di ogni certezza giuridica. Le lotte
rappresentano oggi quindi la sola possibilità di rottura di un quadro
sempre più asfissiante e ad esse vanno dedicate tutte le nostre
attenzioni.

Maria Matteo ha relazionato sulle lotte in corso in Val di Susa per la
difesa del territorio contro la devastazione ambientale, ricostruendo il
percorso che ha portato un'intera valle a riconoscersi, al di là delle
appartenenze politiche e sociali, su un comune obiettivo e ad ingaggiare
un braccio di ferro con una controparte che dalla destra alla sinistra si
presenta unita nel sostenere una arretratissima concezione di progresso.
In uno scenario sicuramente non esaltante la lotta dei valsusini porta una
ventata di speranza e di necessario ottimismo, che occorre sostenere e, se
possibile,
generalizzare.

In conclusione questo incontro si è dimostrato un'ottima iniziativa che,
allargando la visuale dalla mera, se pur necessaria, commemorazione alle
necessità dell'oggi ha saputo riannodare i fili di una memoria e di un
sapere disperso, mettendo a disposizione dei presenti un'insieme di
riflessioni che cercheremo di sviluppare in un prossimo ciclo di incontri.

m.v.

Da Umanità Nova, numero 40 dell'11 dicembre 2005, Anno 85
http://www.ecn.org/uenne

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