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(it) F.A. Torino: tre striscioni contro il fascismo e chi lo riabilita

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Date Mon, 25 Apr 2005 09:08:11 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
http://www.ainfos.ca/
http://ainfos.ca/index24.html
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Striscioni e cartelli al Martinetto, alla sede dei DS, di fronte al
Comune.
Foto a quest'indirizzo:
http://italy.indymedia.org/news/2005/04/779786.php
*****
"Coi fascisti nessuna pacificazione!"
Uno striscione con questa scritta è stato appeso all'ingresso del
sacrario del Martinetto, il luogo ove a Torino vennero fucilati i
partigiani.
"Violante: la memoria non si cancella!"
Un cartello con questa scritta è stato affisso sul portone di ingresso
del palazzo in cui ha sede la Federazione di Torino dei DS, in corso
Vinzaglio.

"Chiampa e Fini, amici per le foibe. Né lager, Né gulag, Né CPT"
Uno striscione con questa scritta è stato appeso di fronte all'ingresso
del Municipio in piazza Conte Verde per accogliere degnamente il sindaco
e la sua giunta che questa mattina celebrano il sessantesimo anniversario
della Resistenza.

Una piccola azione per ricordare che chi confonde i carnefici con le
vittime, ne diviene complice. Oggi come ieri. Oggi come 60 anni fa,
quanto Togliatti amnistiò i fascisti e lasciò al loro posto quasi tutti i
prefetti nominati da Mussolini.

Abbiamo visto nel 1994 il presidente della camera Violante inaugurarla
invitando alla "pacificazione" con "ragazzi di Salò", i crudeli assassini
che hanno martoriato il nostro paese, torturato a morte i partigiani,
bruciato paesi e massacrato la popolazione accanto alle truppe di
occupazione naziste.

Abbiamo visto il "partigiano" Ciampi avallare la presenza del fascista
Storace alle fosse Ardeatine, uno dei luoghi-simbolo della ferocia
nazifascista.

Abbiamo visto il sindaco Chiamparino sedere accanto al ducetto Fini per
commemorare i "martiri delle foibe", mentre NON UNA PAROLA veniva spesa
per i MILIONI di vittime civili della guerra scatenata da Mussolini in
Jugoslavia. Non una parola per l'italianizzazione forzata delle
popolazioni croate e slovene in Istria e Dalmazia, NON UNA PAROLA per le
cento e più "Marzabotto" di cui si sono macchiate le truppe di
occupazione italiane in Jugoslavia.

Oggi come 60 anni fa l'antifascismo anarchico è lotta contro ogni forma
di autoritarismo, sia di "destra" che di "sinistra", per la giustizia
sociale e la libertà concreta di tutti e di ciascuno.

Per chi vuole approfondire la storia di questi 60 anni di revisionismo
storico proponiamo uno scritto dell'Archivio Antifa che verrà pubblicato
su uno dei prossimi numeri di Umanità Nova.

I RECUPERANTI

Niente avviene per caso.
Se oggi, a sessant'anni dalla Liberazione, in Italia un partito
"postfascista" come Alleanza Nazionale, che conserva sia nel proprio
simbolo che nella propria dirigenza l'eredità di un passato mai passato,
rappresenta una delle maggiori forze politiche parlamentari e può ormai
da un decennio essere parte essenziale e dinamica dei governi di
centro-destra, significa che la memoria collettiva e la cosiddetta
pregiudiziale antifascista della repubblica nata dalla Resistenza sono
state soppiantate da uno spirito di pacificazione che nella società
italiana ha avuto l'effetto combinato di uno schiacciasassi e di un
macina carne. Prima infatti ha appiattito una guerra civile e sociale che
ha dilaniato circa un quarto di secolo di storia patria, almeno dal 1919
al 1945, quindi ha triturato e impastato i morti dell'una e dell'altra
parte per azzerare ogni divisione e responsabilità. Molti sono stati
quelli che hanno lavorato più o meno scientemente in questa direzione,
dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, seppur in diverso modo
e a diverso livello ed anche con diversa connotazione ideologica; basti
pensare al cosiddetto "revisionismo storico" che in realtà iniziò subito
a modificare gli eventi connessi alla Resistenza affrettandosi a
stabilirne la data di nascita (8 settembre 1943) e, soprattutto, quella
di morte (25 aprile 1945). Era infatti, per troppi, una pagina da
chiudere quanto prima non solo sul passato, ma anche sul presente e
sull'avvenire. Tanto quindi ci sarebbe da dire sul ruolo dei cosiddetti
storici, da quelli accademici agli esperti ad uso e consumo dei
palinsesti televisivi, dai curatori dell'istruzione scolastica agli
autori di saggi in vendita nei supermercati, ma per tale approfondimento
è preferibile riferirsi ad alcuni testi che hanno affrontato seriamente
la questione; in queste righe è possibile soltanto cercare di ricordare
le tappe dello "sdoganamento" politico dell'estrema destra ed il suo
completo inserimento nel contesto democratico. A far tornare inizialmente
sulle scene della politica nazionale, nel conflittuale dopoguerra
italiano, fu Palmiro Togliatti. Di fatto, fu proprio il segretario del
Partito Comunista Italiano che, nella sua veste di ministro Guardasigilli
della neonata repubblica, pose la sua firma nel giugno '46 a
quell'amnistia che assicurò impunità e scarcerazione a circa 10 mila
fascisti della repubblica di Salò, compresi torturatori di partigiani e
fucilatori di civili inermi. Le indagini avviate invece sui tanti eccidi
compiuti in Italia dai nazi-fascisti finirono invece sepolte negli
"armadi della vergogna", da dove soltanto da poco stanno riemergendo. Non
per caso il Movimento Sociale Italiano nacque a pochi mesi dalla generosa
amnistia, nel dicembre dello stesso anno, raccogliendo nel nuovo partito
innumerevoli esponenti del passato regime e una serie di formazioni
minori clandestine. Giudici più che indulgenti, formati e legati
ideologicamente agli imputati, nel frattempo rimettevano in circolazione,
tra il '46 e il '47, il grosso dello stato maggiore fascista e
repubblichino; d'altra parte risultava evidente la continuità del ceto
che esercitava le funzioni repressive statali incaricate, si fa per dire,
di impedire il ritorno al passato: dei 369 prefetti soltanto 2 non
avevano fatto parte dell'ingranaggio fascista; dei 135 questori e 139
vicequestori soltanto 5 tra quest'ultimi avevano avuto rapporti con la
Resistenza; dei 1.642 commissari soltanto 34 avevano avuto dei contatti
con l'antifascismo. Si tratta dello stesso apparato che continuava a
schedare i "sovversivi"; nel casellario del Ministero dell'Interno su
13.716 sorvegliati per ragioni politiche 12.491 risultavano di sinistra;
questi almeno i dati ufficiali, dato che l'attività di schedatura e
controllo era capillare, sistematica e larghissima. La comparsa del MSI,
fortemente avversata a livello popolare, fu quindi possibile grazie a
consistenti assensi e complicità politiche. Innanzi tutto va sottolineato
il beneplacito dei Liberatori, ossia delle autorità politico-militari
inglesi e statunitensi già da tempo impegnate nell'arruolamento in chiave
anticomunista di innumerevoli dirigenti del nazismo e del fascismo;
quindi non si può tacere la connivenza sia dei vertici della Democrazia
Cristiana, in esecuzione delle volontà della Chiesa di Pio XII
apertamente favorevole ad una totale riabilitazione dei fascisti, che
quella della dirigenza del PCI, tutti interessati a favorire la creazione
di una estrema destra politicamente ben individuabile, isolabile e
ricattabile, secondo le opportunità e le circostanze, utilizzando a tal
fine in modo strumentale anche la minaccia di scioglimento per
"ricostituzione del partito fascista". L'appoggio, anche finanziario, da
parte delle gerarchie cattoliche a favore dei fascisti ebbe come
principali sostenitori la curia romana, l'Azione Cattolica, l'organo dei
Gesuiti La Civiltà Cattolica e i Comitati civici di Luigi Gedda.
Ovviamente anche il padronato vide favorevolmente tale riorganizzazione
antioperaia e anticomunista; lo stesso Enrico Mattei, esponente di punta
nel neocapitalismo italiano, avrebbe paragonato i fascisti ad un taxi di
cui servirsi, pagando, finché potevano essere utili per il mantenimento
del comando nelle fabbriche. Ad entrambi i due maggiori partiti
democratici, DC e PCI, non era sicuramente estraneo l'intento di volersi
sottrarre reciprocamente una fetta considerevole di potenziali elettori
fascisti che, senza un partito, avrebbero potuto confluire nella
Democrazia Cristiana in nome dell'anticomunismo o nel Partito Comunista
per ostilità verso la democrazia borghese e l'occupazione Usa. In tale
ambiguo clima di pacificazione nazionale, nel gennaio del '47 il PCI
giunse a promuovere manifestazioni pubbliche a Perugia e Roma, con la
partecipazione di Ezio Maria Gray, già ministro fascista ed in seguito
dirigente missino, a fianco di esponenti partigiani. Nel 1951, fu quindi
lo stesso Togliatti ad intervenire presso le autorità per consentire -
contro la mobilitazione partigiana e popolare - un comizio del segretario
missino De Marsanich, già sottosegretario agli Affari esteri ai tempi del
duce. La legittimazione istituzionale e l'accesso in Parlamento, furono
presto ripagati dal MSI. La prima occasione fu l'elezione del sindaco,
democristiano, di Roma nel '47, in cui voti missini si rilevarono
decisivi; negli anni seguenti il MSI appoggiò i governi regionali in
Sicilia e Sardegna e le giunte comunali in mano alla DC in diverse città
del centro-sud. Nel '52, vi fu l'allora clamoroso "abbraccio di
Arcinazzo" tra il dirigente democristiano Andreotti e Rodolfo Graziani,
il generale responsabile delle stragi di etiopi ed ex-capo dell'esercitò
di Salò, appena scarcerato. I voti missini risultarono ancora
determinanti: nel '53 ci fu l'astensione a favore del monocolore tecnico
di Pella, ex podestà fascista di Biella, che come capo del governo fu il
primo a trattare col sindacato filofascista CISNAL. Nel '57 il MSI salvò
il governo DC-PSDI-PRI guidato da Segni e, subito dopo, condizionò
pesantemente il governo monocolore DC Zoli; simili favori furono
ricompensati con l'autorizzazione del trasferimento a Predappio dei resti
di Mussolini. Nel '59 il MSI sorresse un altro governo Segni e nel '60 si
arrivò all'appoggio missino al governo Tambroni, ferocemente repressivo e
antioperaio, finché non fu cacciato dalla rivolta popolare ormai
dilagante da Genova a tutta Italia. L'Osservatore Romano intanto
approvava la collaborazione democristiana con i fascisti sostenendo che
questi erano in fondo dei buoni cattolici. Interessante ricordare che già
allora tra i collaboratori di Tambroni e tra i sostenitori di un governo
autoritario vi era tale Giovanni Baget Bozzo a capo del gruppo "Ordine
civile", ancora oggi ben noto per le sue posizioni di destra. In una sua
circolare il ministro della pubblica istruzione, il DC Ermini, invitava i
provveditori "a celebrare nel giorno 25 di aprile l'anniversario della
nascita di Guglielmo Marconi". Nel maggio '62 il MSI non si lasciò
sfuggire la possibilità di fornire nuovamente il proprio decisivo
contributo alla elezione di Segni a presidente della repubblica. Intanto
finanziamenti al MSI, alla CISNAL e agli gruppi di estrema destra
affluivano copiosamente e senza mistero dal mondo dell'imprenditoria, sia
pubblica che privata. Tutto questo, mentre ovunque in Italia gruppi
fascisti di ogni risma imperversano con attentati, aggressioni e
provocazioni collegate ad una serie di trame eversive occulte miranti al
colpo di stato, che vedevano intersecarsi l'azione di settori fascisti,
servizi segreti, ambienti militari, poteri occulti e strutture segrete
della Nato. Tali piani, dopo alcuni tentativi di golpe più o meno
credibili, determineranno, come è risaputo, la cosiddetta strategia della
tensione e le stragi di stato degli anni Settanta. Il "taxi" fascista era
lanciato di corsa contro le lotte sociali, pilotato da soggetti alle
dirette dipendenze delle strutture repressive statali impegnate ad
impedire che il paese fosse "preda dei comunisti e dell'anarchia". I
partiti di centro (DC, PSDI, PLI, PRI), nascondendosi dietro la tesi
degli opposti estremismi, si rendevano co-responsabili della sistematica
repressione dei movimenti collettivi di sinistra da parte delle forze di
polizia, mentre all'estrema destra era permesso tutto, compresi gli
assassini mirati e i massacri indiscriminati per seminare terrore. Nel
dicembre del '70, ad esempio, il prefetto di Milano Libero Mazza redigeva
un rapporto sulla situazione locale dell'ordine pubblico negando ogni
pericolo da destra ed evidenziando la minaccia costituita da 20 mila
militanti dell'estrema sinistra. Due anni dopo, il questore di Padova,
Allitto Bonanno, stilava un analogo documento che minimizzava le attività
dei "ragazzi nazionali" e criminalizzava la sinistra extraparlamentare.
Il potere politico, caratterizzato dall'egemonia della destra DC,
rivelava in questo periodo la più sfacciata connivenza con le forze della
reazione, nel marzo '71 ben 77 deputati democristiani solidarizzavano con
il movimento della "Maggioranza Silenziosa" costituito da nostalgici
fascisti, anticomunisti e squadristi abituali. Nel sedicente Comitato di
Resistenza Democratica, promosso dal noto "golpista liberale" Edgardo
Sogno, figuravano invece insieme a vari fascisti, anche esponenti
"moderati", come dirigenti del PLI e persino Paolo Pillitteri allora
segretario regionale socialdemocratico. Il ruolo del PSDI, a partire
dall'operato del presidente della repubblica Saragat, era infatti
improntato in tale periodo non solo alla contrapposizione con il Partito
Comunista, ma anche verso le lotte operaie e i movimenti giovanili. Nel
dicembre del '71, i voti missini assicuravano l'elezione del
democristiano Giovanni Leone alla presidenza della repubblica. La
campagna elettorale della primavera del '72, vedeva quindi l'opposizione
delle piazze antifasciste ai comizi del MSI, difesi dalla Celere anche a
costo di fare morti, come accadde a Pisa dove fu assassinato l'anarchico
Serantini, ma legittimati anche dai partiti dell'arco parlamentare, PCI
compreso, che non vollero fare propria la volontà di tanti nuovi e vecchi
partigiani. La politica in particolare del PCI apparve allora del tutto
incomprensibile, anche a tanti propri aderenti, chiusa sia nei confronti
dell'antifascismo militante che verso la campagna illusoriamente promossa
da Lotta Continua per il "MSI FUORILEGGE". In realtà tale politica
rientrava perfettamente nella logica della conquista dei voti moderati
del ceto medio e nella prospettiva dell'intesa governativa con la DC
meglio conosciuta come "compromesso storico". Nel '74 al referendum per
l'abrogazione della legge sul divorzio, scendeva in campo la santa
alleanza DC-MSI. Nell'aprile del '75, dopo l'ennesimo assassinio compiuto
a Milano dai fascisti, esplodeva la rabbia antifascista ed ancora una
volta le forze dell'ordine difesero le sedi del MSI e degli gruppi
d'estrema destra causando morti e feriti tra i dimostranti. Per tutti gli
anni Settanta, tra una strage e l'altra, il MSI avrebbe continuato quindi
a vivere ai margini della Democrazia Cristiana, momentaneamente tenuto in
disparte, mentre lo stesso capitalismo italiano mostrava di preferire
governi di centro-sinistra aperti all'utile collaborazione del PCI. Nel
dicembre '76, nasceva Democrazia Nazionale, aggregazione minoritaria
fuoriuscita dal MSI su posizioni formalmente più moderate e presentabili
che per tre anni anticipò il percorso di Alleanza Nazionale. Dietro tale
operazione si parlò dell'appoggio fornito da Andreotti e dal venerabile
Licio Gelli della Loggia P2, ma recentemente è emerso il sostegno
consistente in 10 milioni di Lire elargito da tale Silvio Berlusconi. Per
uscire dal limbo della politica, il MSI doveva attendere i primi anni
Ottanta quando il Partito Socialista di Bettino Craxi, rinnegando la
propria origine e identità antifascista, scelse di riabilitare il partito
con la fiamma tricolore, definendolo nell'83 "un partito come tutti gli
altri". Correvano, d'altronde, i mitici anni del rampantismo, delle
tangenti e della morte delle ideologie. Forte di questo clima, negli anni
tra il '91 e il '94 il neofascismo italiano viveva quindi una nuova
stagione. Nel '93 Silvio Berlusconi apriva una carta di credito a Fini,
succeduto ad Almirante alla guida del partito, sostenendone la
candidatura a sindaco di Roma; Forza Italia si alleava al MSI per le
politiche nel Meridione (era dai tempi del Partito Monarchico Popolare di
Lauro che un partito non fascista faceva una scelta simile), mentre i
giornali scoprivano il volto "nuovo" e per bene del nuovo segretario,
definito "un bravo ragazzo" anche da Francesco Cossiga. Nel '94 il MSI
andava al governo, con ben cinque ministri, con Forza Italia e la Lega
Nord. Nel '95 a Fiuggi si teneva il Congresso della "svolta" in cui,
raccogliendo una manciata di ex-democristiani di destra, il MSI si
trasformò in Alleanza Nazionale. All'interno del partito che conservava
nella bandiera anche la fiamma tricolore ardente dal catafalco del duce,
non si registrarono grandi cambiamenti sostanziali, ma fu sufficiente per
il definitivo "sdoganamento". Applaude monsignor Ruini, fautore
dell'alleanza di centrodestra, e il filosofo ex-DC Rocco Buttiglione
definisce ormai i postfascisti come "la destra democratica". Così
cadevano anche le ultime resistenze.
Per la prima volta i partiti di sinistra mandano i loro rappresentanti al
congresso di un partito erede della Repubblica di Salò; si sprecano i
commenti positivi di personalità non di destra: Vittorio Foa, Eugenio
Scalfari, lo storico liberale Denis Mack Smith, autore di un ponderoso
saggio su Mussolini… Da parte sua, l'onorevole diessino Luciano Violante
riabilita in parlamento "i ragazzi di Salò". Un suo compagno di partito
va anche oltre: nel '98 il sindaco del PDS di Cattolica annuncia di voler
ricollocare una targa rievocativa della Marcia su Roma inaugurata sotto
il regime nel '32. Nessun stupore quindi se oggi si torna a mettere in
discussione il 25 aprile come festa della Liberazione, o che si voglia
definitivamente togliere ogni residuo riferimento antifascista nella
Costituzione, come proposto da Marcello Pera dall'alto della sua carica
istituzionale. Nessuna meraviglia neppure se oggi Alleanza Nazionale,
oltre a raccogliere gli ex del MSI, si presenta come l'ultimo approdo dei
reduci di altre formazioni dell'estrema destra degli anni Settanta e
Ottanta (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, NAR, Terza Posizione…).
Siamo all'ultima mano di un gioco iniziato già all'indomani della
Liberazione. D'altra parte, aldilà dei saluti romani e delle fiamme
tricolori, il nucleo ideologico-culturale di base risulta immutato, come
provano in modo trasparente le recentissime dichiarazioni di un dirigente
di Azione Giovani, l'organizzazione giovanile di AN, tale Francesco
Marascio: "Essere conservatori significa sposare una visione del mondo
tradizionale, cioè immune dalla contaminazione ideologica iniziata con la
rivoluzione francese alla fine del 1700 (…) Volendo trovare uno slogan
possiamo tranquillamente riproporre il celebre Dio, patria e famiglia".
Archivio antifa


Da: Federazione Anarchica Torinese <fat@inrete.it>




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