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(it) Sicilia: Resoconto della Rete Antirazzista Siciliana sugli eventi a Lampedusa 06.10.04 (pt.I)

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Sat, 16 Oct 2004 18:04:10 +0200 (CEST)


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Questo è il resoconto della giornata dei rimpatri illegali da Lampedusa
verso la Libia. Alcuni di noi erano lì, hanno visto, hanno filmato, hanno
fotografato, hanno parlato, hanno gridato, hanno sofferto, hanno subìto i
carabinieri e i loro complici. Le televisioni e la stampa di qualsiasi
colore (tranne rare eccezioni su internet) hanno totalmente ignorato
questi fatti gravissimi che si sono consumati nell'indifferenza totale.
Proprio per rompere questo pesante e colpevole silenzio, il documento che
seguirà deve essere inviato e diffuso il più largamente possibile, ad
organi di stampa, televisioni, siti internet, email, fotocopiato,
distribuito ad amici e parenti e a semplici conoscenti, insomma a tutti,
ma proprio tutti, anche a coloro che pensiamo non siano interessati.


Resoconto della Rete Antirazzista Siciliana

La giornata delle deportazioni: mattina del 6 ottobre 2004

Siamo in cinque della Rete Antirazzista Siciliana insieme a Lillo
Miccichè, deputato regionale dei Verdi. Arriviamo alle nove del mattino a
Lampedusa. Il panorama è surreale: l'isola è militarizzata. Ovunque jeep
militari, polizia, carabinieri. Andiamo all'aeroporto che è adiacente al
Centro di detenzione per migranti, ma prima passiamo da un bar, dove la
gente parla ancora del concerto di Claudio Baglioni, come se nulla fosse.
Dalle vetrate dell'aeroporto si vede un pezzo del cortile del campo dove
sono trattenuti i migranti. Il sole è a picco, fa un caldo estivo. Li
vediamo lì fuori nel cortile (probabilmente perché i capannoni del campo
straripano), ammassati sotto l'unico filo d'ombra disponibile, attaccati
ai muri. Ci guardiamo intorno e non c'è nessuno, la RAI è ripartita con
la stessa nave con cui noi siamo arrivati, e di parlamentari, ovviamente,
neanche a parlarne.

Alle 12 e 20 atterra un cargo militare, solo il primo dei quattro
arrivati nell'arco della giornata. Alessandra e Ilaria, due di noi,
riescono a raggiungere una terrazza da cui si può vedere tutto il cortile
del campo. Ci sono tre gruppi di uomini, per ognuno circa 50 persone.
Quelli del gruppo più vicino al cancello vengono fatti mettere in fila
contro il muro. Probabilmente stanno iniziando ad ammanettarli. Lillo
Miccichè aveva chiesto di entrare al campo già ieri e questa mattina. Gli
hanno accordato il permesso solo per oggi pomeriggio alle 5. Facile
capire perché. Infatti iniziano ad arrivare anche gli altri aerei: tutti
C130 dell'aeronautica militare.

Alle 12:45 iniziano gli imbarchi. Dal centro si viene caricati
direttamente sull'aereo, c'è una distanza di soli 40 metri. Ma il
trasporto degli uomini dal cancello del campo all'aereo ha tutte le
modalità di una deportazione. In fila per due scortati da uomini in
borghese con guanti e mascherine, da donne sorridenti vestite di azzuro
(operatrici della Misericordia?), carabinieri e soldati in tuta mimetica.
In fila per due. I polsi legati da corde di plastica, trascinati quasi di
corsa a gruppi di venti. Noi siamo cinque. Solo cinque. Dove sono i
parlamentari? Dove sono coloro i quali avrebbero il dovere di opporsi a
tutto questo? Lillo Miccichè inizia a urlare. Grida che questo è un
crimine, che si stanno violando tutte le leggi nazionali ed
internazionali, cerca di forzare il cordone dei carabinieri per arrivare
sulla pista. Ovviamente viene spintonato e buttato a terra. Urliamo anche
noi: vergogna! C'è il nostro striscione: NO AI LAGER, NO ALLE
DEPORTAZIONI. Ilaria parla arabo, e scrive su un cartello "Hurria",
libertà in arabo. I carabinieri le intimano di metterlo via. Non si può
comunicare con i deportati, e, addirittura, scomodano l'interprete arabo
della misericordia per accertarsi che sul cartello non ci siano scritti
messaggi sovversivi o insulti. Le nostre voci sono coperte dal rombo dei
motori degli aerei, i deportati non possono sentirci anche se ci vedono
attraverso i vetri. Niente. Non possiamo fare niente. Ne hanno portati
via circa 400, più o meno 100 per aereo. Nessuno dice per dove. Alle 15
sono tutti partiti. Il centro ora è quasi tornato alla normalità: "solo"
200 "ospiti".

Andiamo via anche noi, cerchiamo di riprendere fiato, di trovare un modo
per sopportare ciò che abbiamo visto. Dobbiamo attendere le 17, quando
finalmente Miccichè potrà accedere al Centro. A un bar incontriamo due
poliziotti che si fermano a parlare con noi. Ci dicono testualmente che
ne hanno "stivati" da 65 a 70 per cargo, ma soprattutto ci dicono che
sono stanchi. Sono stremati perché nel pomeriggio di ieri uno degli
"ospiti" del centro ha tentato di impiccarsi e loro hanno persino dovuto
salvargli la vita. Non capiscono il perché di questo gesto, loro li
trattano così bene...; gli danno persino l'acqua e le sigarette. Quando
chiediamo loro perché li ammanettano per fare 40 metri, ci rispondono che
basta guardarli in faccia questi clandestini per capire che sono
pericolosi e non hanno rispetto di niente...

Quante cose le nostre forze dell'ordine capiscono dai visi di questi
migranti: da dove vengono, se sono o meno dei rifugiati, se sono buoni o
se sono delinquenti, se sono palestinesi, iracheni o libici. Caspita che
bravi... tutto dai tratti somatici. In base a questo, solo in base a
questo sono avvenute le deportazioni di questi giorni, nell'indifferenza
di un paese intero, nella contentezza degli abitanti di quest' isola in
cui persino i bambini ci dicono che i clandestini devono annegare nelle
fogne.


L'ingresso al CPT di Lampedusa.

Pomeriggio del 6 Ottobre 2004:

Entrano al Centro di Lampedusa, il deputato regionale dei Verdi Lillo
Miccichè, e Ilaria da Palermo (Laboratorio Zeta) per la Rete Antirazzista
Siciliana, come interprete di lingua araba e inglese. Un doppio
cancello. Il primo li fa accedere, costeggiando la postazione delle forze
di sicurezza, carabinieri e polizia, al secondo: l'ingresso alla zona del
lager vero e proprio. Li investe un odore acre di immondizia, circa
trenta sacchi celesti accatastati tra il cancello e uno dei container che
fungono da dormitorio.

Sono accompagnati e accolti da un capitano dei carabinieri, da
carabinieri in tenuta antisommossa leggera, in tuta anfibi e manganelli,
da poliziotti, da qualcuno in borghese, e dall'interprete di lingua araba
del Campo. Una "scorta" di dieci, a tratti quindici persone. Vengono
subito presentati a tale signor Scalìa, direttore del Campo per la
Misericordia di Palermo, che li colpisce per la situazione grottesca che
incarna: ha indosso una maglietta rosanero del Palermo "Voliamo in serie
A".

Si incamminano, fanno i primi dieci passi tra due container dormitorio, e
mentre il signor Scalia parla loro, incontrano le facce degli uomini che
stanno trattenuti lì dentro, appoggiati alle pareti gialle di alluminio.

Li scrutano, e mentre li guardano negli occhi, dopo quei primi dieci
passi si accorgono di quell'odore che li accompagnerà per tutta la loro
visita al campo: merda, piscio, spazzatura. Non possono più guardare le
facce e gli occhi di quegli uomini: l'odore è nauseabondo, e si
concentrano per capire da dove provenga.

Vedono rivoli di liquami che scorrono tra gli spazi che circondano i
quattro container-dormitorio, la mensa e i servizi igienici: è una fogna
a cielo aperto.

Il signor Scalia dice all'onorevole e all'interprete che quei liquami
sono solo acqua, racconta che sei volte al giorno, in questa situazione
di emergenza, hanno fatto spurgare i pozzi. Ma quell'acqua puzza. Tutto
puzza. Scalia mostra i tubi per lo spurgo, e un piccolo corridoio di
asfalto pieno di immondizia sparsa per terra. Inizia poi a parlare di
numeri: 1200 "ospiti" fino a lunedì, che dormivano ovunque: nei
container, nella mensa, nei cortili a cielo aperto. Parla poi degli
imbarchi: oltre quelli imbarcati il 4 ottobre per la Libia e per Crotone,
altri 99, stamattina presto, per Porto Empedocle, e 372 stivati in
quattro c130 dell'aeronautica militare.

L'onorevole e l'interprete svoltano di 180 gradi sull'altro corridoio di
asfalto. Incontrano i servizi igienici. La porta deve restare aperta.
Gente che piscia all'interno, e loro la vedono. Cominciano a guardare
dentro i container dormitorio, lunghi circa 20 metri e pieni di due file
di letti a castello. Giacigli di gomma piuma gialla, a volte senza niente
sopra, a volte con piccole coperte di lana. Basta, niente altro. Il
signor Scalia continua a parlare. L'onorevole gli chiede quale sia la
procedura adottata con i migranti appena arrivati al campo. Scalia
risponde, con voce incerta, quasi a singhiozzi, che vengono raccolti
nome, cognome, nazionalità, data di nascita e luogo di provenienza.

Poi viene loro chiesto, dopo avergli letto i diritti, se vogliono fare
richiesta di asilo in Italia. L'onorevole e Ilaria smettono di ascoltare
e chiedono di entrare dentro i container e parlare con gli "ospiti".

Incontrano per primi tre africani neri. L'onorevole si presenta, comunica
ai tre uomini perché si trova lì. Loro si sciolgono in un sorriso nervoso
e un po' timido. Iniziano a rispondere alle domande. Si parla in inglese.
Al campo non esiste un interprete di inglese e i carabinieri non
comprendono questa lingua, quindi la conversazione è tranquilla: solo
l'onorevole, Ilaria e i tre uomini. Sono nigeriani e stanno male. Non si
sono potuti lavare, sono arrivati malati. Sono spaventati. Con loro, il 3
ottobre, erano arrivati anche due bambini con loro padre, ma lunedì li
hanno portati via, non sanno dove.

Ilaria gli chiede se gli è stata comunicata la possibilità di chiedere
asilo politico. Rispondono di no, e che non hanno neppure avuto
l'opportunità di chiederlo loro stessi. Dichiarano di volere fare la
richiesta. Ilaria la scrive in italiano, loro in inglese. Queste tre
richieste di asilo sono già state inviate via fax agli uffici dell'ACNUR,
a Roma. Miccichè e Ilaria si rivolgono poi a un gruppo di 15 uomini che
parlano in arabo. Vengono dalla Tunisia, dal Marocco, c'è un uomo di 70
anni che viene dalla Palestina.

L'interprete di arabo della Misericordia che gestisce il Centro è lì con
loro. I due delegati si accorgono subito che la conversazione che stanno
per affrontare sarà diversa dalla precedente. Davanti all'interprete i
migranti dichiarano che nel campo va tutto bene, che tutti sono gentili
con loro e che non hanno bisogno di niente. Chiedono solo di poter
lavorare. L'onorevole spiega anche a loro perché è li. Poi si allontana,
insieme alle forze di sicurezza, per visitare il posto di polizia che
dovrebbe raccogliere le identificazioni e le richieste di asilo, ma
scopre che tale ufficio è completamente inutilizzato da mesi.

Nel container rimane Ilaria affiancata dall'interprete del campo. Spiega
ai migranti che quello che sta accadendo in questi giorni al Centro - e
il Centro stesso - sono una palese violazione dei diritti umani, che gli
uomini che escono dal Centro vengono spediti non si sa dove, a volte a
Crotone, o ad Agrigento, o in Libia.

Ilaria vede che l'interprete si allontana in fretta e subito dopo torna
con le forze dell'ordine e l'Onorevole, a cui viene subito intimato dal
capitano dei carabinieri di non dichiarare che alcuni dei migranti sono
stati deportati in Libia.

In assenza di Ilaria l'interprete del Centro riferisce al capitano che
l'attivista della rete ha detto cose che in realtà non sono mai uscite
dalla sua bocca, e infatti poi le ritratta davanti a lei.

Comincia l'operazione "psicosi da rivolta". Sembra una pratica standard:
Il capitano e il direttore del Centro iniziano a gridare insieme agli
altri carabinieri e poliziotti invitando l'onorevole e Ilaria a uscire.
"Ecco, avete visto cosa avete fatto. Ora uscite... presto succederà
qualcosa". I migranti in realtà sono tranquillissimi. Miccichè non batte
ciglio e chiede di continuare la visita nel campo e invita 4 uomini
trattenuti lì, provenienti da paesi diversi, a parlare con lui fuori dal
primo cancello.

Scortati dagli operatori della Misericordia, ancora dall'interprete del
campo, e dai carabinieri, l'onorevole riesce a bloccare l'operazione
psicosi. Parla coi 4 uomini e si fa raccontare le loro storie. Dice loro
ciò che farà quando sarà fuori di lì: racconterà quanto siano difficili
le condizioni dei paesi di provenienza di chi è trattenuto al centro e si
batterà perché escano tutti da lì e possano circolare liberamente in
Italia. Una conversazione bella, serena, conclusa in un applauso. Gli
altri migranti, ammassati contro la recinzione applaudono i loro 4
rappresentanti, salutano, rimangono lì.


Da: FdCA Palermo <fdcapalermo@fdca.it>







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