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(it) Umanità Nova, n.38: La finanziaria di Paperone - il governo tra difficoltà vere e risse inventate

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Date Sun, 28 Nov 2004 10:34:19 +0100 (CET)


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Martedì 9 novembre il governo ha perso, alla Camera, la votazione
sull'art. 1 della Finanziaria. Il centrosinistra ha totalizzato una
decina di voti in più sull'emendamento Boccia (un nome, un programma),
che riscrive il saldo netto da finanziare da 50.000 a 49.138 milioni di
euro. Un incidente di percorso non casuale, dal significato politico
molto chiaro per il vertice che, in serata, avrebbe dovuto varare,
insieme al rimpasto di governo, il taglio delle tasse promesso dal
Berlusca nel suo famoso show a "Porta a Porta" poco prima delle elezioni
2001. Un incidente di percorso attribuibile quasi interamente alla
latitanza dei deputati Udc (8 presenti su 47) e An (41 presenti su 97).
L'ira funesta del capo nulla ha potuto contro la macchinosità dei
regolamenti parlamentari, che hanno imposto di cominciare praticamente da
capo: la finanziaria è stata liquidata dalla Camera il 17 novembre così
com'è, il Senato dovrà ripristinare lo squilibrio inizialmente previsto
tra entrate e uscite, poi la legge tornerà alla Camera per un riesame non
solo formale (come dovrebbe essere da prassi) ed infine tornare per il
quarto passaggio al Senato per l'approvazione definitiva. Un percorso
lungo, accidentato e non privo di trappole.

Quello che è accaduto nella settimana successiva ha ulteriormente
innalzato la tensione nella maggioranza. In una serie di vertici sempre
più tesi, il cavaliere nero ha aperto la strada del Ministero degli
Esteri allo sdoganatissimo Gianfranco Fini, ma ha giocato il tutto per
tutto sulla riduzione delle tasse. Inizialmente è sembrato che il taglio
dell'Ire (imposta sul reddito) alle famiglie subisse l'ennesimo rinvio
(stavolta al 2006) e che si procedesse da subito solo con il taglio
dell'Irap alle imprese, per placare finalmente la Confindustria e
chiudere almeno uno dei tanti fronti aperti.

L'abbattimento dell'Irap si dovrebbe articolare in tre interventi: 1) una
totale esenzione per le spese e gli investimenti sostenuti per la
ricerca, destinata in particolare alla grande impresa; 2) la creazione di
un'area totalmente esente, destinata alla piccola e media impresa ed alle
attività professionali; 3) la esenzione del 20% del costo del lavoro,
oppure una esenzione totale solo per i neo assunti, destinata a tutte le
imprese "labour intensive". In totale dovrebbe essere restituito al
sistema delle imprese un volume di risorse assai consistente: non meno di
2,5 miliardi di euro annui. Questa scelta andrebbe incontro alle esigenze
elettorali di Forza Italia e della Lega, che bene o male rappresentano il
popolo delle "partite Iva".

Ma questa soluzione non deve essere bastata agli "strategist marketing"
dell'uomo di Arcore. Ci avviciniamo alle elezioni regionali e non siamo
così distanti dalle elezioni politiche. La promessa di abbassare le tasse
si è rivelata in questi anni per quello che era: una penosa panzana. Per
tentare un recupero d'immagine occorreva un segnale forte: Berlusconi ha
così rotto gli indugi e attaccando gli alleati di governo più riottosi ha
deciso di inserire sin da subito, nell'emendamento sulle tasse, la
riduzione dell'Ire a tre aliquote fin dal 2005. I soldi verranno trovati,
a suo avviso, nel taglio di spesa per i fondi del pubblico impiego,
facendo saltare, se necessario, il rinnovo dei contratti. Per An e l'Udc
si tratta di una dichiarazione di guerra e il capo azzurro non ha esitato
a sfidare gli alleati, dicendosi pronto ad andare, da solo, alle elezioni
anticipate.

Si tratta evidentemente di una minaccia impraticabile, perché con Forza
Italia al 20% e la Lega al 5% non è immaginabile uno scenario del genere,
tuttavia le sparate da Bratislava la dicono lunga sullo stato dei
rapporti nella Cdl e sulla concezione plebiscitaria del consenso che
appartiene al capo del governo. A questo punto è facile prevedere una
rissa continua tra alleati interni alla Cdl, che si può protrarre
tranquillamente fino a quando la tenzone elettorale fornirà i primi esiti
sulla definizione dei rapporti di forza tra i diversi partiti.

Lo scontro politico che divampa nel centro-destra non è certo una novità,
semmai rappresenta il riprodursi di una convulsa fase di fibrillazione,
esplosa con l'infausto esito delle elezioni europee di giugno e poi
temporaneamente sedata con le dimissioni di Tremonti. Non sono venuti
meno, però, i motivi che stavano alla base di quello scontro, e che
tendono a proporre ogni volta le differenti opzioni strategiche che i
partiti politici della Cdl coltivano per il futuro.

Forza Italia e Lega hanno verificato l'inconsistenza, o il venir meno, di
un blocco liberista che nel 2001 era sembrato in grado di saldare
interessi della grande impresa, dei poteri forti, della piccola e media
impresa, contro i vincoli fiscali, sociali e sindacali della
concertazione e del patto di stabilità. Udc e An rappresentano
politicamente una visione del mondo dove hanno importanza centrale i
flussi di reddito mediati dallo stato e interpretano la loro presenza
come un bilanciamento necessario, in difesa del settore pubblico, della
famiglia e delle regioni arretrate.

Man mano che ci si avvicina alla fine della legislatura e si intravedono
importanti segnali di crisi del berlusconismo politico, si precisa sempre
di più un progetto per il suo superamento, basato su un ritorno al centro
di segno democristiano, come baricentro di un polo meno aggressivo e più
dialogante, maggiormente capace di intercettare il consenso moderato.
Presupposto di questo progetto è che resti elevato il volume di risorse
intermediate dal settore pubblico, che rimangano in piedi adeguati
strumenti come ammortizzatori sociali, che vengano rispettati i vincoli
di finanza pubblica derivanti dal patto di stabilità e di crescita, da
Maastricht a Lisbona.

Il contesto esterno non permette svolazzi come quelli espressi da
Berlusconi e Calderoli, che puntano esplicitamente alla violazione dei
parametri europei ed alla loro revisione, già dal marzo prossimo.
L'allentamento dei parametri, con la scusa degli investimenti
strutturali, può essere giustificata per paesi con un debito attorno al
60-70% del Pil, come Francia e Germania, non certo concessa a paesi al
106% come l'Italia o al 109% come la Grecia. Semmai, per l'Italia, è
probabile che la Commissione bocci l'esclusione dell'Anas dal perimetro
del debito pubblico. Inoltre si sta pensando, a livello Uem,
l'introduzione di una norma sanzionatoria per i paesi che non rispettino
un certo percorso di rientro cadenzato del debito dalle vette cui si
trova attualmente. Anche il Fmi non è stato tenero con l'Italia nel suo
recente rapporto ispettivo, invitando il governo a ridurre ancora le "una
tantum" che rappresentano l'1,5% del bilancio pubblico, ad essere più
incisivo nelle riforme strutturali, e ridimensionando dall'1,9& al 1,7%
le già prudenti stime governative sulla crescita 2005 ha avanzato
l'ipotesi che per contenere il deficit annuo sotto il 3% si renda
necessaria una ulteriore manovra di spesa quantificabile in circa 6
miliardi di euro.

Tutto al contrario di quello che pensa Berlusconi, il quale si prefigge
l'obiettivo non di risparmiare altri 6 miliardi di euro, ma di spenderne
addirittura altrettanti per il primo modulo di riforma fiscale.

Insomma, il governo si dibatte tra difficoltà vere e risse inventate.
Rispetto ad una crescita mondiale del 5% nel 2004 (la più alta da molti
anni a questa parte), l'Italia appartiene ad una zona in forte ritardo
(l'Europa), e accusa ritmi di sviluppo ancora più modesti (1,4% nel
2004). In questa situazione l'Europa continua a fare politiche monetarie
restrittive, in totale assenza di politiche fiscali espansive, con una
politica valutaria sporadica che ha portato l'euro ad apprezzarsi verso
il dollaro di quasi il 50%. Nella più totale indifferenza delle autorità
economiche, i paesi dell'Unione Monetaria assistono ad una crescente
delocalizzazione produttiva che erode le basi fiscali del modello di
welfare esistente. Le grandi imprese vedono ridursi gli spazi per
competere e scaricano sui lavoratori le conseguenze degli errori commessi
da autorità politiche ed economiche prigioniere di teorie astratte e
applicate meccanicamente, senza alcun riguardo per le disastrose ricadute
sociali.

Chi governa l'Europa desta la stessa impressione di quelle orchestrine
che suonano sulle grandi navi da crociera fino all'ultimo minuto, anche
quando il transatlantico sta per affondare.

L'aspetto più paradossale di questa situazione è che chi si oppone alle
rigidità europee, come Berlusconi e la componente thatcheriana del suo
governo, invoca un modello economico sostitutivo che non esiste nell'età
contemporanea, se escludiamo forse qualche paese dell'ex socialismo reale
attivamente impegnato nella fase capitalistica dell'accumulazione
primitiva. Al di fuori del modello renano, che sta faticosamente cercando
di autoriformarsi per via interna, stanno gli Stati Uniti, che usano
aggressivamente politiche monetarie e fiscali, senza curarsi del cambio,
ed il modello giapponese-cinese, che non guida, si badi bene,
l'espansione economica mondiale, ma ne è dipendente. Il governo azzoppato
di Berlusconi non può quindi permettersi voli pindarici: non può usare la
leva dei tassi (che oggi risiede a Francoforte, nella Bce); non può usare
la leva fiscale (perché il debito italiano è già ora troppo elevato); non
può usare la svalutazione (perché esiste l'euro). L'unica cosa che può
fare è chiedere altri tagli ed altri sacrifici ai soliti noti, per fare
risparmiare le tasse ai suoi amici ed elettori più ricchi. Una manovra
troppo sfacciata per passare senza colpo ferire.

Renato Strumia

Da Umanità Nova, numero 38 del 28 novembre 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne




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