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(it) Comunismo Libertario n.60: Anarchici in Israele una presenza importante (en)

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Date Tue, 23 Nov 2004 16:56:55 +0100 (CET)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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http://ainfos.ca/index24.html
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Lo svilupparsi ed il venire alla ribalta di un movimento anarchico e
libertario in Israele, costituisce un fatto di estrema importanza. Le
dimensioni ridotte dei vari gruppi anarchici che lottano contro il Muro
ed in generale contro lo stato di guerra, non riducono per niente la
forza politica di questa novità, che ha destato e desta le curiosità di
molti. Stiamo parlando di un pezzo di mondo, quello medio-orientale, dove
lo sviluppo capitalistico, nella forma dell’imperialismo, ha creato
condizioni sociali profondamente diverse da quelle che si crearono in
Europa durante il diciottesimo ed il diciannovesimo secolo. E di
conseguenza il socialismo libertario ha trovato molti più ostacoli a
nascere e a svilupparsi.

Qui la borghesia non ha “disciolto nel valore di scambio tutte le
menzogne feudali” come diceva Marx nel Manifesto del Partito Comunista,
dando per altro una lettura un po’ estremizzata di un processo che vedeva
il capitalismo portare, insieme al sangue e allo sfruttamento, una serie
di progressi formali e sostanziali nei rapporti tra gli uomini.

Qui invece lo sviluppo capitalistico ha asservito a sé le menzogne e le
strutture feudali della società servendosene ai propri scopi.

Pensiamo ad un regime come quello di Saddam Hussein, famoso per essere un
regime relativamente laico, anche se sanguinario, che è cresciuto in
stretta sinergia con l’imperialismo americano, cha ha sviluppato un
poderoso capitalismo di Stato, ma che ha governato utilizzando e
perpretando la struttura clanica della società irachena.

Paradossalmente, ma neanche troppo, lo Stato di Israele è in quel
contesto una sorta di parodia del capitalismo progressivo di cui parlava
Marx.

Ma solo una parodia per l’appunto. In Israele si possono tenere
manifestazioni di 100 mila gay e lesbiche, esiste una relativa libertà di
stampa e di associazione, l’estetica apparente è quella delle democrazie
occidentali. Ma questo solo per gli uomini “liberi”, non per gli schiavi,
non per i “rifiuti umani”, secondo una infame espressione nei confronti
dei palestinesi dello statista israeliano Ben Gurion.

Uno Stato democratico borghese occidentale, ma allo stesso tempo
tendenzialmente teocratico, basato sull’apartheid delle popolazioni arabe
palestinesi: è insomma uno dei “paradossi” dell’imperialismo, in una
parte del mondo che costituisce il centro nevralgico delle risorse
energetiche.

In un contesto così difficile, e allo stesso tempo così importante, la
presenza sul campo di un soggetto politico libertario, visibile ed
incisivo, è un fatto tutt’altro che scontato.


PUNTI DI VISTA CHE NON CONDIVIDIAMO

La questione israelo-palestinese, che gli anarchici israeliani si
rifiutano di chiamare “conflitto”, ma amano definire semplicemente come
“apartheid”, è notoriamente al centro di tutti gli interessi geo-politici
ed economici delle potenze imperialiste e non da oggi.

L’imperialismo ha sempre “giocato a scacchi” con le questioni nazionali.

La politica espansiva delle potenze imperialiste, si è trovata
costantemente di fronte ed ha interagito con identità comunitarie,
religiose o nazionali che erano pre-esistenti, ma che essa ha teso a
modellare, per cercare di renderle funzionali.

Così facendo l’imperialismo ha creato esso stesso delle “questioni
nazionali”, la dove vi sarebbero state semplicemente identità
comunitarie, religiose o di altra natura.

Rispetto alle questioni nazionali ed in modo particolare alla questione
israelo-palestinese, la sinistra radicale italiana è attraversata in
maniera significativa da due tipi di atteggiamento che non condividiamo.

Da un lato vi è quell’anti-imperialismo, figlio radicalizzato di una
certa cultura dell’ estrema sinistra -anni ’70, che, individuando nelle
questioni nazionali una delle principali contraddizioni dell’affermarsi
dell’imperialismo nel mondo, fà delle questioni nazionali delle vere e
proprie “Bandiere”, arrivando talvolta ad adottare quell’atteggiamento
“campista” che in altri tempi fu adottato rispetto al cosiddetto “campo
socialista”.

Sulla questione israelo-palestinese in alcuni casi si arriva ad assumere
punti di vista totalmente inaccettabili nel merito della legittimità
delle identità nazionali.

L’identità ebraico-israeliana diviene illegittima in sé, perché non
basata su quei presupposti su cui canonicamente si basano gli stati
nazionali: legame con territorio, lingua, amministrazione comune.

Essendo la comunità ebraica basata essenzialmente sulla religione essa
sarebbe illegittima a prescindere dai crimini perpretati dallo Stato di
Israele. In questa chiave il Sionismo tende a divenire una sorta di
peccato ideologico originale, una specie di mostro culturale già bell’e
pronto per essere usato dall’imperialismo.

Il nazionalismo palestinese tende a divenire buono in sé, mentre
sopravvive a sprazzi la convinzione di un popolo palestinese
“naturalmente” socialista.

All’altro estremo vi sono quelle posizioni ultra-internazionaliste,
pensiamo ai bordighisti o a Lotta Comunista, che si rifiutano di fare i
conti con il carattere reale e concreto delle questioni nazionali,
limitandosi a vedere in esse semplici “scontri tra borghesie”.

Ciò determina una diffidenza nei confronti delle lotte popolari
palestinesi, ed una sostanziale negazione della stessa esistenza di una
questione palestinese.


SULLA LEGITTIMITA’ DELLE NAZIONI

A proposito della legittimità delle nazioni e della definizione stessa di
nazione sono interessanti alcuni passaggi del libro <<Israele, Palestina.
Le verità su un conflitto>> scritto dal Capo-redattore di “Le Monde
diplomatique” Alain Gresh:

<<Durante il medioevo il termine “nazione” si comprende a partire dalla
sua etimologia, nasci (nascere): una nazione è un insieme di individui
nati nello stesso luogo e ai quali si attribuisce un’origine comune.
Questo termine spiega la storica Suzanne Citron, “poteva anche designare
una comunità di religione. Fino alla rivoluzione si parlava, in Francia,
della nazione ebraica[…] La lingua la religione sono tra gli altri,
elementi dell’identità collettiva che gli antropologi indicano con il
termine “cultura”. La nazione nel senso antico era quindi prima di tutto
un fatto culturale”
Questa dimensione etnico-religiosa perdura nell’Europa dell’Est
balacanica o nel vicino oriente.
La rivoluzione francese segna l’emergere della nazione moderna fondata su
un complesso di dati permanenti e stabili nel corso dei secoli: comunanza
di territorio, di storia di cultura.
Ernst Renan, uno degli intellettuali più influenti della Terza
Repubblica, in una celebre conferenza […] rispondeva: “una nazione è un
anima, un principio spirituale. E’ l’esito di un lungo passato di sforzi,
di sacrifici e di delusioni; avere glorie comuni nel passato, una volontà
comune nel presente, avere fatto grandi cose insieme, volerne farne
ancora, ecco le condizioni essenziali per essere un popolo”.
[…] Nessun criterio scientifico permette di stabilire se una comunità di
persone formi o no una nazione. Che ne è dei Corsi? o dei bretoni? o dei
baschi? Non sappiamo definire una nazione, osserva lo storico britannico
Eric Hobsbawn, ma riusciamo ad individuare i movimenti nazionalisti.
Alcuni hanno successo altri falliscono. Nel primo caso la nazione si
consolida attorno allo stato; nel secondo si dissolve, si integra
nell’insieme dominante o qualche volta oppone resistenza, come nella
questione curda. Nella maggior parte dei casi infatti la nazione ha avuto
bisogno dello stato per realizzarsi appieno, dello stato che unifica il
mercato nazionale, sradica i particolarismi, assicura la lealtà dei suoi
cittadini. Per rafforzare il consenso dei cittadini, spesso fragile
all’inizio, lo stato impone anche una “storia ufficiale” che risale alle
“origini”. Vercingetorige fu “inventato dalla Terza Repubblica in cerca
di legittimazione; La Romania di Nicolae Ceaucescu pretendeva di
discendere dai Daci, una popolazione indoeuropea; alcuni dirigenti della
ex Jugoslavia hanno coperto le loro folli ambizioni con miti storici
spesso grotteschi. Malgrado queste aspirazioni all’eternità le nazioni
sono, lo ripetiamo, creazioni moderne, con una preistoria più spesso
immaginata che reale>>

Il punto di vista di Alain Gresch e dei personaggi da lui citati, sono
certamente molto distanti da un punto di vista libertario. Tuttavia
questo argomentare ci serve per sviluppare un ragionamento corretto sulla
questione israelo-palestinese.

Lo sviluppo storico genera delle identità collettive che non hanno l’una
più legittimità dell’altra, per il fatto di essere basata sul territorio
o sulla lingua piuttosto che sulla religione o sulla memoria collettiva
di un passato comune più o meno reale.

E’ il coagularsi di interessi dominanti attorno allo Stato che rende
ufficialmente “Legittima” una identità collettiva che si fa Nazione.

Ed è il sistema imperialistico degli Stati che indirizza gli equilibri di
forza, sottomettendo un’identità collettiva ad un’altra, utilizzando gli
interessi delle classi dominanti autoctone e spesso dando fiato alle
tendenze più reazionarie.


LA QUESTIONE EBRAICO-PALESTINESE

Il caso ebraico-palestinese è emblematico in questo senso.

L’identità ebraica si è formata nei secoli a partire principalmente dal
fatto che essi sono sempre stati quasi ovunque nel mondo una minoranza
religiosa e come tale spesso perseguitata.

Il sionismo nasce come afferma il comunista libertario israeliano Ilan
Shalif <<come opposto dialettico dell’antisemitismo>> (1) all’inizio
degli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo. Infatti prima di
quell’epoca i massacri, i fenomeni di intolleranza e di discriminazione
verso gli ebrei, non erano sostenuti da una precisa ideologia razzista.
L’anti-semitismo nasce nell’alveo di quella “frenesia di
<<classificazione>> dei popoli “ che “si impadronisce del mondo
scientifico ed intellettuale” (2) per giustificare le avventure coloniali
alla fine dell’ottocento (3).

Grande influenza nella nascita del sionismo hanno anche i pogrom
anti-semiti provocati dallo Zar di Russia a partire dal 1881.

Il sionismo, cioè l’ideologia che prefigura la creazione di una patria
ebraica in Palestina, senza dubbio ha in sé fin da principio alcuni
tratti inquietanti, ma per la sua complessità non può essere ricondotto
sinteticamente all’attuale ghigno del criminale Sharon.

Sono note le forti venature socialiste del primo sionismo. E’
interessante sapere che durante gli anni ’20 l’Histadrut, noto sindacato
sionista, fece parte per un certo periodo di una Lega palestinese per il
lavoro che comprendeva anche un migliaio di lavoratori arabi e che
propugnava l’emancipazione dei lavoratori sia ebrei che arabi (4).

Fu la potenza imperialista inglese, che a partire dalla famosa
“Dichiarazione di Balfour” e poi con il sostegno ed il filtro
all’emigrazione ebraica in Palestina, a far inclinare il sionismo in
senso spiccatamente colonialista ed a suo modo razzista.

Alla fine degli anni ’20 le linee di tendenza sono già delineate.

Ecco cosa dice in occasione dei fatti sanguinosi del ’29, un anarchico
per altro molto sensibile alla questione ebraica come Camillo Berneri:
<<Da che parte è la ragione? Dalla parte degli arabi. Il sentimentalismo
è fuor di luogo. Se la stampa mondiale ha registrato le vittime ebree, ha
dipinto le scene orride dei massacri di inermi coloni sionisti; se v’è
una giusta tradizione di pietà verso gli ebrei vittime di assurde ed
ingiuste leggi e massacrati nei pogroms; se è ammirabile lo sforzo
sionista, tutto questo è controbilanciato dal peso delle vittime arabe,
dal fatto che il sionismo serve da paravento alla politica imperialista
inglese, dal regime di ineguaglianza dominante in Palestina…Gli arabi
hanno visto scendere centinaia di ebrei da ogni piroscafo in arrivo a
Giaffa e a Haifa, hanno visto occupare dagli ebrei le zone più propizie
del loro territorio, hanno visto diventare possesso di ebrei terre rese
fertili dall’opera dell’agricoltore arabo, hanno visto la maggior parte
delle spese per opere pubbliche andare a vantaggio della comunità
sionista, hanno assistito agli enormi affari di rivendita di terre
acquistate per pochi soldi…il fatto demografico non è quello centrale.
Quello che preoccupa gli ambienti è la natura dell’immigrazione ebraica,
selezionata economicamente e tecnicamente provvista di capitale. E’
prescritto nell’Immigration Ordinance del 1925 che l’immigrato ebreo
debba possedere almeno 60 sterline di reddito annuale o almeno 250
sterline di capitale>> (5).

La questione nazionale ebraico-palestinese nasce così, con la necessità
della potenza britannica di creare un cuneo nel mondo arabo a sostegno
del suo controllo di quel pezzo strategico di mondo. Quello stesso
controllo che gli sfuggirà nel secondo dopo-guerra, quando il mondo sarà
dominato dal bipolarismo USA-URSS e questo spingerà l’Inghilterra a
riavvicinarsi agli stati arabi e a voltare clamorosamente le spalle al
sionismo. Lo Stato Israeliano nel ’48 sarà riconosciuto, è bene
ricordarlo, dall’ONU con il voto favorevole dell’URSS e degli USA e con
l’astensione dell’Inghilterra.

A quel punto, dopo l’immensa tragedia dello sterminio nazista, i
caratteri aggressivi del sionismo si rafforzano, “legittimati” dal peso
dell’Olocausto.

Da un crogiolo complesso e articolato di identità culturali, religiose e
territoriali, di per sé non lineari, l’imperialismo inglese prima e
quello americano poi sono riusciti a generare uno Stato Militare come
quello israeliano che ha creato un vero e proprio regime di moderno e
mostruoso apartheid.

L’identità nazionale palestinese, anch’essa come quella ebraica, fino a
quel momento tutt’altro che lineare, diviene a quel punto una realtà
fortemente “reale”, proprio a partire dai massacri, dalla
discriminazione, dal depredamento.

La condizione dei palestinesi, a partire specialmente dalla guerra del
’67, non può essere definita solo come una condizione di “oppressione
capitalista”, così come non lo erano la condizione degli ebrei nei campi
nazisti o quella dei dissidenti nei gulag sovietici.

La caratteristica del capitalismo così come lo intendiamo noi è quella di
mettere tutti gli uomini in condizioni di libertà formale, relegando lo
sfruttamento e l’oppressione degli individui nella sfera economica, salvo
naturalmente usare la violenza statale nel momento in cui gli oppressi
intendano non accettare le dure leggi dell’economia.

Se è vero che la realtà del capitalismo, anche occidentale, non ha mai
corrisposto per intero a questo schema, la condizione attuale della
popolazione dei territori occupati, con quello schema, ha poco a che
fare.

Quando lo Stato ti può distruggere la casa da un giorno all’altro, ti può
privare dell’acqua, ti può deportare, torturare, recintare, impedire di
lavorare, uccidere, e tutto questo diviene la norma, la stessa differenza
di classe tra palestinese e palestinese viene vissuta soggettivamente
come un dato inessenziale della propria esistenza.

Tutte queste sciagure non avvengono perché uno è proletario, ma perché è
palestinese ed è qui che la questione nazionale da questione “puramente
culturale” diviene questione materiale.

Certo in ultima analisi è l’imperialismo e quindi il sistema capitalista
che genera tutte quelle sciagure, ma solo in ultima analisi per
l’appunto.


LA QUESTIONE SOCIALE TRA SECONDA INTIFADA E LIBERISMO ISRAELIANO

Se la questione nazionale esiste, è un fatto reale della tragedia
mediorientale, da cui non si può prescindere, non di meno esiste sullo
sfondo la questione sociale.

Gli accordi di Oslo del ’93 hanno creato un vero e proprio Bantustan
mediorientale (6), ovvero i territori controllati, si fa per dire,
dall’Autorità Nazionale Palestinese, dove una classe dirigente corrotta e
marcescente, quella coagulata attorno ad Arafat, svende vergognosamente
le aspirazioni di emancipazione del popolo palestinese in cambio di
briciole di Potere e di riconoscimento internazionale (7).

Purtroppo le masse popolari palestinesi raramente sono riuscite a
liberarsi dal giogo delle loro classi dirigenti indigeribili.

Pensiamo al peso nel nazionalismo palestinese esercitato, fin dalla
rivolta araba del ’29, da quel Muftì di Gerusalemme Amin Al Hussein ,
autorità religiosa e ricco feudatario che ritroveremo al fianco dei
nazisti durante la seconda guerra mondiale e probabilmente coinvolto in
massacri di ebrei in Bosnia (8).

Le tendenze socialiste del movimento di liberazione della Palestina degli
anni ’60 e ’70, solo in parte possono essere attribuite ad un fenomeno
endogeno reale. Molto ha pesato l’alleanza che le organizzazioni
palestinesi hanno stretto in quegli anni con l’imperialismo sovietico.

Tuttavia non mancano esempi di autonomia nella storia delle classi
subalterne palestinesi.

La rivolta araba del ’36-’39 non si diresse soltanto contro i sionisti e
gli inglesi, ma anche contro i proprietari terrieri arabo-palestinesi
(9).

La prima Intifada nel 1987 fu un genuino movimento dal basso, all’inizio
scarsamente diretto, che prese alla sprovvista le stesse organizzazioni
storiche palestinesi e registrò significative forme di autorganizzazione
popolare.

Certamente la seconda Intifada (dal settembre del 2000 ad ora) è un
fenomeno per buona parte controllato dall’alto e non solo da Al Fatah, ma
aihmè, anche dal fanatismo religioso di Hamas, oltre ad essere funestata
dalla pratica degli attentati indiscriminati contro la popolazione civile
israeliana.

Tuttavia anche qui non mancano fenomeni interessanti come la
partecipazione attiva ai moti di piazza degli arabi israeliani, cioè dei
palestinesi con cittadinanza israeliana. Nelle elezioni del 2001 la
minoranza araba di Israele ha attuato un astensionismo organizzato che è
risultato praticamente totale (10).

Gli attentati sono solo uno dei volti di questa seconda Intifada. I
fenomeni di resistenza di popolo, in particolare contro la costruzione
del Muro, sono all’ordine del giorno e cosa molto significativa sono
sempre più numerosi gli episodi di mobilitazione e di azione diretta
congiunta tra palestinesi, pacifisti internazionali e gruppi della
sinistra non sionista israeliana Una qualunque evoluzione positiva della
situazione passa sì attraverso una efficace lotta di resistenza
palestinese, ma anche attraverso una rottura della società israeliana.

Se si fa una analisi disincantata delle forze in campo, un aiuto alla
causa palestinese non può certo venire né dai democratici americani, che
sotto Clinton con gli accordi di Oslo del ’93 hanno dimostrato quale è la
loro natura di mediatori, né dall’imperialismo europeo, che non è in
grado di avere una vera e propria politica autonoma dagli Stati Uniti, né
dagli stati arabi che perseguono propri interessi sub-imperialistici.

Solo lo sviluppo di contraddizioni all’interno della società israeliana
ed il loro saldarsi con le lotte dei palestinesi può spingere innanzi le
cose. Per questo motivo la pratica degli attentati kamikaze, oltre ad
essere aberrante dal punto di vista umano, reazionaria dal punto di vista
culturale è anche profondamente sbagliata dal punto di vista politico.

Non solo in Israele vi sono settori minoritari ma significativi di
gioventù che si ribellano moralmente e materialmente alla
militarizzazione della società israeliana (tra cui appunto il gruppo
“anarchici contro il muro”), ma anche la contraddizione di classe emerge
a tratti nella sua cruda realtà.

Se la disoccupazione tra i palestinesi è al 50 %, tuttavia anche tra gli
israeliani è al 12% e le politiche neo-liberiste mordono al collo delle
condizioni dei proletari israeliani più che nei paesi occidentali.

Se oltre mezzo milione di palestinesi è malnutrita, il reddito dei ceti
meno abbienti israeliani si è ridotto del 10% negli ultimi anni (11).

Già da tempo i sono fenomeni come quello del movimento delle “Leonesse”
donne dei quartieri poveri israeliani organizzate contro i tagli ai
sussidi alle famiglie numerose, il caro-vita e gli alti tassi di
interesse.

Tra le pratiche di lotta delle Leonesse c’è quello dell’esproprio
proletario di pane e della distribuzione gratuita nei quartieri,
dell’assedio alle banche e dell’interruzione dell’erogazione dell’acqua
nei quartieri ricchi (12).

Già nella primavera del 2003 un ondata di scioperi contro i tagli alla
spesa sociale attraversò Israele e nel settembre 2004 ancora una volta
siamo di fronte ad uno sciopero ad oltranza contro il mancato pagamento
degli stipendi a 20 mila dipendenti comunali.

Migliaia di famiglie sono ridotte alla fame mentre il governo spende
miliardi per finanziare la mostruosa macchina bellica e costruire le
strade e le case ai coloni nei territori occupati (13).

Apartheid, genocidio del popolo palestinese e impoverimento delle classi
subalterne israeliane sono due faccie della stessa medaglia.

Certo, costruire un fronte di lotta comune non è la cosa più facile del
mondo.


CONTENUTI E PRATICA DEI GRUPPI ANARCHICI ISRAELIANI

L’anarchismo comincia a ridare segni di vita in Israele a partire dagli
anni ’70. Ma è solo con la comparsa sulla scena, nell’ultimo anno e
mezzo, del raggruppamento denominato “Anarchici contro il muro”, che si
può parlare dell’anarchismo israeliano come soggetto politico. Ed è con
la comparsa di questa sigla che sono cominciate ad arrivare, tramite
Internet, notizie dettagliate sulla presenza libertaria in quel luogo
così importante per gli equilibri mondiali.

La definizione “Anarchici contro il muro” è una definizione data dalla Tv
israeliana ai gruppi di giovani di orientamento libertario che da tempo
hanno cominciato a fare azioni di danneggiamento del Muro di Separazione,
voluto dal governo Sharon per “recintare” la popolazione palestinese.

La notorietà in Israele, questo gruppo se la è conquistata a fine del
2003, dopo il primo ferimento grave con arma da fuoco del compagno Gil
Naamaty, colpito ad una gamba, mentre abbatteva un pezzo di recinzione
del Muro nei pressi del villaggio palestinese di Mash’a.

Il gruppo, utilizzando anche buone capacità di comunicazione mediatica, è
riuscito a porsi all’attenzione di una parte dell’opinione pubblica, non
solo israeliana, sulla disumana ingiustizia di un Muro che sta
comportando nuovi espropri di terre a poveri contadini, distruzioni di
case, e fine di ogni libertà di movimento e di lavoro.

Ma la caratteristica più importante dal punto di vista politico degli
Anarchici contro il Muro è quella di orientare le proprie energie
militanti al lavoro politico con le popolazioni palestinesi e alla
creazione di momenti di mobilitazione congiunta tra israeliani e
palestinesi. Gli scopi principali del gruppo, dice una loro scheda
presentativi, “sono collaborare con la società civile palestinese nelle
pratiche di disobbedienza civile, utilizzando l’insurrezione popolare dal
basso come alternativa a politiche basate invece sulle diverse fazioni e
partiti…”.
Ma non è solo uno slogan.

Il campo di 4 mesi contro il muro di Mash’a nella primavera-estate del
2003, con la partecipazione di oltre mille persone tra palestinesi,
israleliani e pacifisti internazionali, ha dato il via ad una pratica di
relazioni politiche e di pratiche autogestionarie con la popolazione
palestinese che è andata avanti ininterrotta per un anno e mezzo.

Il ferimento di Gil Naamaty e la partecipazione all’insurrezione di
Budrus a fine 2003, sono stati il compimento di un lavoro politico
cominciato da circa un anno. Da quel momento è stato pressochè un
continuo tra azioni, manifestazioni congiunte, ferimenti ed arresti da
parte dell’esercito israeliano nei confronti degli Anarchici contro il
Muro.

Fino ad arrivare a quelle che potremo chiamare le 5 giornate di Budrus e
Beit Awwa (19-23 settembre 2004), dove centinaia di palestinesi e
centinaia di israeliani si sono scontrati, pressochè a mani nude e per 5
giorni con l’esercito, che ha sparato ripetutamente con pallottole di
gomma, causando centinaia di feriti.

Il raggruppamento degli Anarchici contro il Muro è un insieme non
strutturato di gruppi. La cultura sociale da cui provengono è con ogni
evidenza quella pacifista e quella punk. Loro stessi si definiscono
“anarchici più dell’azione che della penna”. Hanno però dimostrato in
questo anno e mezzo una grande capacità politica, di gestione della
propria immagine e una capacità di lavoro di massa tra le popolazioni
palestinesi, oltre che un grande coraggio fisico.

Ma esistono altre sigle anarchiche che operano in Israele. In particolare
vi sono gruppi più classicamente ancorati ad un anarchismo comunista e di
classe come Iniziativa Comunista Anarchica ed il Collettivo Comunista
Libertario di Israele. Questi gruppi, da ciò che ci è dato capire da
Internet, sembrano meno interni al movimento delle azioni contro il muro,
ma sembrano avere una maggiore propensione per l’analisi delle forze
sociali in campo e per l’elaborazione politica.

Se sulla questione palestinese il punto di vista dei diversi gruppi non è
molto distante, appare invece diverso l’approccio alla società
israeliana.

Mentre gli Anarchici contro il Muro sembrano estranei alle tematiche
classiste e poco fiduciosi, per lo meno nel tempo breve, verso il
movimento operaio israeliano, i comunisti anarchici ed i comunisti
libertari sono molto attenti alle contraddizioni di classe all’interno di
Israele e sono maggiormente propensi ad una prospettiva, sia pure ancora
prematura, di costruzione di momenti di unità proletaria bi-nazionale.

Infine esiste il gruppo di Iniziativa Anarco-Sindacalista simpatizzanti
dell’internazionale anarco-sindacalista (AIT), che in maniera ancora più
diretta dei comunisti anarchici punta alla creazione di organizzazioni
operaie israelo-palestinesi.


PER UN PUNTO DI VISTA ANARCHICO SULLA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE

Le differenze tra i vari gruppi anarchici possono essere una ricchezza ed
una forza e il movimento nel suo complesso rappresenta una grande
potenzialità di liberazione in questa terra in cui lo Stato mostra il suo
volto più feroce, al servizio delle classi dominanti israeliane ma anche
al servizio
dell’imperialismo americano.

Per gli anarchici internazionali fino ad oggi non è mai stato semplice
rapportarsi alla questione israelo-palestinese.

La mancanza di un qualunque punto di riferimento politico in una
situazione così drammatica e così complicata, ha rappresentato un
handicap non da poco per poter esprimere un punto di vista autorevole.

Gli Anarchici contro il Muro e le altre realtà libertarie israeliane ci
restituiscono la forza della nostra voce su una questione di grande
importanza nella politica mondiale.

Una questione che più di altre ci impone di trovare un equilibrio tra la
necessità di una prospettiva strategica di liberazione sociale completa
dal giogo del Capitale e dello Stato, una società anarchica, e la
necessità di indicare obbiettivi intermedi in grado di migliorare a breve
termine la drammatica condizione delle masse palestinesi.

La fine dell’Apartheid e del genocidio, il ritiro dell’esercito da tutti
i territori occupati, la distruzione immediata del Muro, la conquista di
uguali diritti civili e del lavoro per tutti gli abitanti di quelle
terre, sono obbiettivi importanti che tutti dobbiamo contribuire a
realizzare anche con la mobilitazione internazionale.

Noi come anarchici diamo ben poca importanza, al fatto se questi
obbiettivi si realizzino all’interno di uno Stato Palestinese o di uno
Stato binazionale inclusivo di diritti uguali per tutti.

Al momento attuale l’ipotesi di uno Stato palestinese che non sia un
semplice bantusan appare altrettanto futuribile della seconda ipotesi.

In ogni caso la liberazione degli oppressi, così come il miglioramento
parziale delle loro condizioni, non sono mai state concesse da nessuno
Stato.

L’unica strada per ottenere l’una e l’altro è quella indicata e praticata
dai nostri compagni israeliani.


COORDINAMENTO ANARCHICI E LIBERTARI PISA E VALDERA

(1) “Intervista con un anarchico israeliano sulla questione
Israele/Palestina” su Forum di Contropotere (www.ecn.org/contropotere)
15/11/2003.
(2) “Israele, Palesatine, Le verità su un conflitto” (pag.37) di Alain
Gresh, Edizioni Einaudi Tascabili.
(3) Una versione italiana, molto sui generis, di questa ventata culturale
a supporto delle avventure coloniali, la ritroviamo in quella giravolta
nazionalistica che avviene in alcuni ambienti socialisti, nonché
letterari (vedi il Pascoli), con la teorizzazione dell’Italia come
nazione Proletaria. Queste tematiche saranno riprese dal fascismo.
(4) “Storia del conflitto arabo israeliano palestinese” (pag. 7-8 in nota
con varie fonti citate), Giovanni Codovini, Edizioni Bruno Mondatori.
Sull’argomento del socialismo ebraico è molto interessante anche il
lavoro di C.Cuol e L.Landauer, sul movimento operaio ebreo in Francia,
recentemente pubblicato sul numero 5 di Collegamenti Wobbly.
(5) “La Palestina insanguinata” articolo pubblicato sul numero 4, anno
1929 del periodico libertario “Vogliamo”.
(6) I Bantustan erano una forma istituzionale esistente alcuni decenni fa
nel Sudafrica razzista. Erano in sostanza una forma particolare di
Apartheid dove ad alcune zone popolate da popolazione nera veniva
concessa una falsa autonomia amministrativa, mantenendo intatto il
monopolio della forza dello Stato Bianco. In sostanza i bianchi
delegavano ad alcune elite nere il controllo della massa diseredata dei
lavoratori neri.
(7) E’ recente la notizia uscita su stampa e Tv di ministri dell’ANP che,
in cambio di tangenti, facevano passare dal territorio da loro
controllato il cemento che serviva a costruire il Muro di separazione.
(8) “Storia del conflitto arabo israeliano palestinese”, già citato a
nota 4, vedi da pag. 9 a pag. 16.
(9) “Storia del conflitto …”, vedi pag.14.
(10) “Storia del conflitto…”, vedi pag.89.
(11) Dati tratti da documenti e interviste degli anarchici israeliani,
consultabili su www.federazioneanarchica.org e su www.fdca.it
(12) Vedi “Il Manifesto” del 19/2/2004
(13) Vedi “Il Manifesto” del 22/9/2004

http://comunismolibertario.firenze.net
e-mail: comunismolibertario@firenze.net

Traduzione inglese:
http://www.ainfos.ca/04/nov/ainfos00201.html
http://www.ainfos.ca/04/nov/ainfos00310.html







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