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(it) Umanità Nova n.35: Iraq: il "Bisturi" USA - Contabilità di un massacro

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Mon, 8 Nov 2004 17:55:32 +0100 (CET)


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Ma questi inglesi non si smentiscono proprio mai?! Nonostante siano
lontani cugini, non hanno ancora digerito, a quanto pare, la sollevazione
delle colonie inglesi in America, che portò, più di duecento anni orsono,
alla dichiarazione d'Indipendenza e alla nascita degli attuali Stati
Uniti. E nonostante oggi ne siano diventati i più fedeli alleati - o
vassalli? -, sono sempre loro, i figli della perfida Albione, a fare i
peggiori dispetti alla superpotenza americana. Una vendetta postuma,
tanto più se coronata da una attestazione di superiorità morale, non
guasta mai.

E così, dopo aver denunciato per primi, alcuni mesi fa, le menzogne sulle
famigerate armi di distruzione di massa del kattivo satrapo levantino,
inventate per giustificare "democraticamente" l'intervento armato della
coalizione, ecco gli agghiaccianti dati sulle conseguenze della guerra in
Iraq, fornitici in questi giorni da una delle più prestigiose e
autorevoli riviste scientifiche del mondo: l'inglese (appunto) "The
Lancet".

In base a proiezioni statistiche, tra l'altro per difetto, eseguite da
una équipe di studiosi americani ed iracheni, è stato possibile calcolare
il numero reale (sempre per difetto) dei civili, in gran parte vecchi
donne e bambini, uccisi dall'inizio della guerra dai bombardamenti
alleati. Dati, nella freddezza delle cifre, semplicemente terrificanti.
Se fino ad ora, infatti, le stime più pessimistiche parlavano di circa
trentamila vittime, i nuovi studi, pubblicati con velenosa meticolosità
da Il Bisturi - The Lancet, contabilizzano almeno centomila morti,
centomila "morti extra" rispetto a quelli che ci si aspetterebbe in un
paese in pace. Centomila, si badi bene, senza contare quelli fisiologici
in una guerra che si rispetti: poliziotti, militari, spie,
collaborazionisti e fiancheggiatori vari.

Come intervento umanitario, non si poteva certo chiedere di più!

Con l'apparente asetticità dei dati statistici, ma con l'evidente intento
di stigmatizzare ferocemente il feroce intervento angloamericano, la
rivista inglese spiega che centomila civili uccisi in 18 mesi, in un
paese come l'Iraq, significa che un iracheno ha 58 probabilità in più di
morire rispetto a prima dell'intervento, che il numero dei decessi ogni
mille abitanti per anno è passato da 5 a 12,3, che il tasso di mortalità
per la sventurata popolazione irachena è superiore di una volta e mezzo
al periodo anteguerra. E che quello infantile, già altissimo in
conseguenza del precedente embargo, è passato da 29 a 57 ogni mille. E si
tenga presente che questi studi statistici non hanno volutamente preso in
considerazione la zona di Falluja, perché in tal caso i calcoli, vista la
situazione particolarmente drammatica di quella città, avrebbero avuto
risultati semplicemente sconvolgenti.

Fra i motivi solitamente addotti per giustificare una guerra, qualsiasi
guerra ma a maggior ragione queste guerre "umanitarie" oggi così di moda,
c'è quello di creare migliori condizioni di vita e benessere per
popolazioni altrimenti soggette al pugno di ferro del dittatore di turno.
E poco importa che queste popolazioni soggette si guardino bene,
solitamente, dal richiedere l'intervento "amico". Fatto sta che in questi
ultimi lustri, con una progressione preoccupante, le grandi democrazie
occidentali hanno offerto sempre più spesso queste famose "migliori
condizioni di vita" a popolazioni che, a nostro modesto parere, avrebbero
volentieri evitato di pagare con morte e distruzione quel loro andare a
stare meglio. Iraq, Balcani, Somalia, Afganistan e ancora Iraq, e chissà
cosa ancora ci aspetta, sono lì a ricordarcelo, a mostrare che non è con
l'intervento armato delle potenze straniere che si costruisce la libertà
dei popoli.

Saremo degli inguaribili nostalgici, legati a una visione retrò delle
dinamiche sociali e delle motivazioni ideali che dovrebbero, a parer
nostro, muovere la storia, ma non riusciamo a rassegnarci all'idea che
pace, benessere e libertà siano merci di consumo, reclamizzabili con
ingegnosi spot pubblicitari, utili per giustificare le mortifere
politiche di potenza degli stati-canaglia di turno, Stati Uniti
d'America, Inghilterra e Italia in testa. E altrettanto non riusciamo a
rassegnarci a una visione del mondo impostata sulla prevalenza di
stati-gendarme cui è concesso celare i propri interessi egemonici dietro
la sordida facciata della più pelosa delle ingerenze "umanitarie". Come
pure non riusciamo a rassegnarci all'eterna favola dei poteri buoni
impegnati in una lotta epocale contro i poteri cattivi; all'infame
escamotage dello scontro fra civiltà e culture differenti, le une cui
tutto è lecito, le altre destinate a soccombere a causa di pretese
inferiorità; a una realtà fatta di violenza e sopraffazione, nella quale
il quotidiano massacro di fanciulli e bambini diventa solo uno sgradevole
incidente di percorso.

Ricorre, in questi giorni, l'anniversario della "vittoria", di quando, 86
anni fa, seicentomila italiani si fecero ammazzare per difendere e
favorire gli interessi del nostro nascente capitalismo. Di quando, nelle
campagne europee, milioni di soldati e civili si "immolarono in
olocausto" sull'altare del nazionalismo e del profitto. "Mai più guerre",
si disse in seguito. E "mai più guerre" fu nuovamente gridato dai popoli
stremati quando, nel 1945, la bomba di Hiroshima suggellò il più immane
massacro di tutti i tempi. "Mai più guerre" vorremmo ancora gridare noi,
mai più vittime innocenti sepolte sotto le case bombardate o soldati
mandati a uccidere e a farsi ammazzare. "Mai più guerre" vorremmo
gridare, convinti che l'amore per la vita e per un'esistenza in pace
dovrebbe rendere collettivo questo nostro grido. Ma consapevoli anche che
solo un processo di liberazione che parta dal basso, che sappia
sbarazzarsi del cappio del potere politico ed economico, delle lusinghe
del nazionalismo, delle menzogne delle credenze religiose, renderà i
popoli finalmente fratelli e le guerre il lontano "ricordo di infame
passato".

Massimo Ortalli


da Umanità Nova, numero 35 del 7 novembre 2004, Anno 84
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