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(it) Umanità Nova n.34: Pensioni e Tfr. Tra incudine e martello

From worker-a-infos-it@ainfos.ca (Flow System)
Date Sat, 6 Nov 2004 13:48:23 +0100 (CET)


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I lavoratori? Liberi di scegliere la corda che li impiccherà

Le note che seguono sono il prodotto di una mia diretta esperienza sul
campo. Ho, infatti, parlato con molti lavoratori interessati alla
questione e partecipato a diverse assemblee che trattavano di pensioni e
Tfr. Non hanno, di conseguenza, alcuna pretesa di completezza ma vogliono
individuare un'ipotesi di lavoro tutta da sviluppare. Come,
correttamente, mi faceva rilevare qualche settimana addietro un compagno
i lavoratori affrontano in questo periodo due questioni fra di loro
intrecciate ma di diversa rilevanza e che vanno affrontate separatamente.

Da una parte, e la richiesta di informazioni nel merito è notevolissima,
molte lavoratrici e lavoratori temono che, sulla base della riforma delle
pensioni approvata quest'estate dal governo, il loro trattamento di fine
rapporto, la vecchia buonuscita, verrà loro sfilato e trasferito ai fondi
pensione sulla base del meccanismo del silenzio assenso che, in buona
sostanza, significa che se non si rifiuta esplicitamente il trasferimento
questo avverrà
automaticamente.

Sull'argomento, per la verità, circolano leggende metropolitane, per
molti versi, pericolose. In realtà, se è stata approvata la legge,
mancando i conseguenti regolamenti attuativi con l'effetto che le lettere
di rifiuto del trasferimento del Tfr ai fondi pensione messe in giro da
diversi soggetti sindacali sono, a tutti gli effetti, dichiarazioni
politiche prive di effetti operativi. C'è, va detto, il rischio che i
lavoratori che le hanno compilate e spedite pensino di essersi tutelati
rispetto allo scippo annunciato mentre è necessario, dal punto di vista
tecnico, che le lettere siano preparate tenendo conto dei regolamenti
attuativi.

Oggi è molto più utile svolgere un'attività di informazione sulla riforma
delle pensioni e del Tfr e preparare una campagna di tutela del proprio
Tfr da avviare praticamente appena i famigerati regolamenti attuativi
saranno pronti.

Sebbene, ed è sin troppo evidente, la resistenza a cedere il proprio Tfr
sia essenzialmente derivante da un calcolo personale, e non vi sia, da
parte mia, alcun giudizio morale su questo carattere della dinamica in
corso, ha un'implicazione politica generale evidente. Non vi è alcuna
fiducia né nel governo né nei fondi pensioni e i lavoratori vorrebbero,
se potessero, recuperare, se possibile, il proprio Tfr.

La questione più importante anche se più difficile da affrontare è,
evidentemente, la riforma, meglio sarebbe definirla, come altre analoghe
operazioni, controriforma.

Ritengo che, a questo proposito, sia bene porre in relazione la Riforma
Berlusconi, orrida, con la Riforma Dini che, nel 1995, modificò
radicalmente la situazione e definì lo scenario che oggi ci troviamo ad
affrontare.

Come i nostri lettori ricorderanno, la riforma Dini fu la soluzione che
il governo di sinistra, con l'accordo dei sindacati concertativi, trovò
per spezzare il movimento di opposizione al taglio delle pensioni e
consisteva nel dividere i lavoratori in tre gruppi:

- quelli che avevano, al 1995, 18 anni di contributi e che hanno
mantenuto il vecchio sistema di calcolo delle pensioni (il retributivo
decisamente più conveniente) pur essendo stati toccati dal prolungamento
dell'età lavorativa;

- quelli che non avevano 18 anni di contribuzione e che sono passati al
sistema misto (retributivo sino al 1995 e contributivo in seguito), sino
al 1995 il retributivo, dopo il 1995 il contributivo (decisamente
peggiore) con l'effetto di perdere una rilevante quota della pensione
tanto maggiore quanto minore è la parte definita con il retributivo.

- quelli entrati poi nel gioco e passati in blocco al contributivo e
condannati a maturare una pensione che è, all'incirca, la metà della
pensione che avrebbero avuto con il vecchio sistema.

Il trucco c'è e si vede, si colpivano di meno i più anziani e più
immediatamente interessati alla pensione e di più i più giovani, a loro
volta divisi in due gruppi e, per quanto riguarda quelli con il sistema
misto in diciassette sottogruppi, più lontani dal pensionamento.

Naturalmente, dal punto di vista dello stato e del padronato, la riforma
Dini aveva un costo visto che la riduzione della spesa previdenziale era
scaglionata nel tempo e che, soprattutto nei primi anni di operatività,
la fuga, assolutamente ovvia, verso la pensione di chi poteva farlo
determinò persino un aumento dei costi immediati della previdenza.

Il fatto è che gli anni passano e che i nodi vengono al pettine. I
lavoratori collocati nel sistema misto e quelli che hanno solo il
contributivo si avvicinano alla pensione e il secondo gruppo diventa più
consistente ogni anno che passa. Inoltre, grazie al famigerato Pacchetto
Treu (peggiorato dalla legge Biagi Maroni) una massa crescente di
lavoratori atipici non ha una situazione previdenziale tale da garantire
una pensione accettabile.

E i sindacati concertativi, oltre ai padroni, si comportano come medici
che simulano di curare i mali che hanno contribuito a diffondere. Se la
pensione, in tendenza, non c'è più in misura tale da garantire la
sopravvivenza, diventa necessario ai lavoratori comprarsi una pensione
integrativa e, in questo modo, si crea uno straordinario mercato, quel
mercato dei fondi pensione che già caratterizza altre economie
capitalistiche.

Ai lavoratori vengono offerte due scelte e, fatta la prima, altre due:

- accettare la pensione sociale o farsi una pensione integrativa
pagandola con un reddito attuale sempre più modesto
- aderire a fondi aperti gestiti da imprese private o a fondi chiusi
gestiti da padronato e sindacati a livello di categoria.

Ed è proprio su questo punto che si determina lo scontro fra governo e
sindacati istituzionali. Il governo, infatti, vorrebbe puntare sui fondi
aperti gestiti dai propri amici, i sindacati vogliono i fondi chiusi che
ne stanno facendo i gestori di una quota rilevante del capitale
nazionale.

È interessante notare come CGIL-CISL-UIL utilizzino, per realizzare i
propri obiettivi, proprio la mobilitazione dei lavoratori contro il
taglio delle pensioni e presentino i fondi chiusi come un compromesso
favorevole ai lavoratori stessi. Il governo e il padronato, nonostante
roboanti dichiarazioni antisindacali, sinora hanno fatto robuste
concessioni ai sindacati concertativi e non è necessaria molta fantasia
sociologica per comprendere le ragioni di questa cedevolezza.

Personalmente sto seguendo il lancio sul mercato del Fondo Espero per i
lavoratori della scuola ed è interessante notare alcuni aspetti della
campagna di promozione sindacale.

Mi limiterò a segnalarne le modalità ed alcune possibili obiezioni.

I sindacalisti pongono l'accento sul fatto che non sarebbero promotori
finanziari e che si limitano ad indicare una possibilità che è offerta ai
lavoratori. È, invece evidente, che il Fondo Espero, che riguarda, in
tendenza, quasi un milione di lavoratori, è gestito da loro e dal governo
e ne farà una potenza economica.

L'affermazione che i lavoratori sceglieranno liberamente se aderire o
meno rimanda all'astratta libertà di svolgere un lavoro salariato o di
essere emarginati o, se vogliamo un paragone più stringente, di fare
lavoro straordinario a fronte di un salario in diminuzione. È, infatti,
evidente che la libertà di scelta può valere solo per i lavoratori con
maggiore anzianità ma non esiste per quelli che hanno, in tendenza, una
pensione intorno al 50% dell'ultima retribuzione.

Si afferma che il Fondo Espero è senza fini di lucro e che sarà gestito
democraticamente visto che i soci eleggeranno il direttivo del fondo
stesso. Sul primo punto, non è necessario un genio dell'economia per
capire che gli operatori finanziari che gestiranno gli investimenti non
sono certo degli asceti, sul secondo, possiamo immaginare i meccanismi
che verranno messi in moto per garantire il controllo dell'apparato
sindacale sul fondo stesso.

L'accento, a mio avviso, va posto su alcune ulteriori questioni:

- i fondi già esistenti in altre categorie di lavoratori hanno, negli
ultimi cinque anni, perso rispetto a quanto avrebbe garantito il vecchio
sistema;

- se ci si vuole garantire una pensione decente sarà necessario versare
al fondo pensioni cifre maggiori rispetto alle attuali (1% della
retribuzione e tutto il tfr in maturazione dalla riforma in poi);

- comunque, con il capitalismo dei fondi pensione, la pensione stessa
viene, in misura crescente, legata all'andamento del mercato. Anche una
politica prudente di investimento - non siamo negli USA, suvvia! - non
può sfuggire a questa realtà.

È evidente che il lavoratore, come individuo singolo, tenderà a scegliere
se aderire o meno ai fondi pensione sulla base di calcoli, ovviamente,
individuali ma non ritengo sia questo il punto. La questione è generale e
come tale va assunta.

Si tratta, quindi, nel prossimo periodo di costruire iniziative sia di
informazione che di lotta che leghino la difesa delle pensioni a quella
del salario diretto e del welfare. È una sfida aperta che sarà necessario
affrontare con determinazione.

Cosimo Scarinzi


Da Umanità Nova, numero 34 del 31 ottobre 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne





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