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(it) Umanità Nova n.34: Afganistan - Elezioni, ONG, oppio e signori della guerra

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Date Fri, 5 Nov 2004 16:28:06 +0100 (CET)


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Il 9 di ottobre si sono svolte le elezioni presidenziali in Afganistan il
cui risultato verrà reso noto solamente tra quindici giorni ma sul quale
non vi sono dubbi: vincerà l'attuale Presidente Ahmid Karzai uomo degli
americani, pashtun ed esponente storico dell'élite afgana rifugiatasi nel
corso dell'esperienza progressista dei primi anni Settanta negli USA e in
Germania. Naturalmente le condizioni del voto non sono state tra le più
regolari: nelle varie province i signori della guerra hanno permesso lo
svolgimento delle operazioni solo dopo essersi garantiti il risultato
locale al termine di lunghi mercanteggiamenti con Karzai e con
l'ambasciata americana, nelle province attorno a Kandahar dove i talebani
mantengono tuttora il potere e resistono da ormai tre anni all'offensiva
delle forze della NATO e, sull'altro lato di quelle pakistane, non si è
assolutamente votato, mentre un po' dovunque il metodo di controllo
utilizzato per evitare che un elettore votasse due volte (segnarne le
dita con inchiostro indelebile dopo il voto) è stato pesantemente
criticato da molti candidati d'opposizione perché non pochi funzionari
inviati da Kabul nelle province hanno "dimenticato" in alcuni casi di
usare un inchiostro indelebile. Naturalmente il minacciato boicottaggio
da parte dell'opposizione è rientrato nella settimana successiva dopo che
i vari esponenti di quest'ultima avevano ottenuto dal governo
contropartite presenti e future nei termini di finanziamenti per i loro
territori di appartenenza.

Quest'ultima affermazione va spiegata: il voto afgano è stato un voto in
cui si sono incrociate due dimensioni fondamentali del paese, quella
etnica e quella (spesso confusa con la prima) del ferreo controllo locale
da parte di famiglie di signori della guerra che basano il loro potere
sul possesso delle armi e conseguentemente sul controllo delle vie di
trasporto battute dalla mafia pakistana dei camionisti e da quella
internazionale dell'oppio da eroina.

Il governo dei signori della guerra locali è totale sui loro territori:
essi impongono tasse e imposte, applicano loro personali direttive e
hanno diretto l'economia locale verso lo sviluppo della coltivazione del
papavero da oppio e sull'imposizione di tasse ai camionisti che
trasportano merci tra Pakistan, Iran, Asia Centrale e Cina. In territori
come quello abitato dall'etnia Hazara o nella zona governata dal
voltagabbana Dostum abitato da popolazioni uzbeke, questa dimensione si
apparenta con quella dell'appartenenza etnica, nelle zone abitate dalle
etnie maggioritarie, i tagiki e i pashtun, le divisioni passano per
appartennze claniche e familiari, mentre quelle politiche si limitano
alla contrapposizione tra i talebani e tutti gli altri.

A Kabul, invece, governa Garzai in coabitazione con l'ambasciatore
americano Zalmay Khalizad, basandosi sui 6.000 uomini delle truppe NATO
la cui presenza non ha comunque impedito che nella capitale negli ultimi
tre anni si siano verificati centinaia di attentati e fatti d'armi più o
meno piccoli. La città distrutta da venticinque anni di guerra è
severamente divisa in due tra la zona residenziale dove vi sono le
ambasciate, il palazzo presidenziale e le sedi delle corporation
occidentali arrivate nel 2002 nel paese, ridotta ad un bunker e dove il
prezzo delle case è salito in modo esponenziale, e il resto della città
abitata dalla popolazione locale dove le condizioni di vita restano
pesantemente precarie. La città in questi tre anni ha visto una doppia
emigrazione di rientro. La prima proviene dalla diaspora dell'élite
afgana i cui ricchi figli sono tornati dall'America e da Amburgo per
riprendere possesso delle proprietà espropriate prima ancora che dal
governo filosovietico di Amin, da quello democratico-progressista di Daud
dopo il 1973; questa diaspora è la responsabile dell'innalzamento
generalizzato dei prezzi, del prevalere sui mercati ricchi del paese di
merci di importazione e della folle bolla speculativa sul mattone della
capitale (una villa nei dintorni di Kabul sotto i talebani costava
diecimila dollari, oggi non meno di cinquantamila). La seconda è composta
da muratori, elettricisti, piccoli commercianti o minuscoli imprenditori,
rientrati dai campi profughi dell'Iran o del Pakistan, dopo aver fatto un
po' di soldi con i mille mestieri dell'emigrazione.

Queste due diaspore hanno in comune il cosmopolitismo ma differiscono
profondamente nei rapporti con la popolazione e il territorio locale. I
ricchi afgano-americani o afgano-tedeschi (esiste fin da fine Ottocento
un forte rapporto tra l'Afganistan e la Germania) non cercano di
integrarsi, vivono esclusivamente a ridosso delle truppe di occupazione e
fanno affari grazie al moltiplicarsi di cariche e posti di responsabilità
voluti dal governo Karzai e dall'amministrazione USA e grazie
all'economia della ricostruzione diretta dalle ONG e volta a favorire
questa élite e le corporation occidentali. L'emigrazione di rientro del
ceto medio, invece, si è integrata positivamente e viene vista come non
molto differente dalla popolazione rimasta nel paese peraltro ridotta in
miseria nella sua massima parte e oggettivamente favorita dalla minima
circolazione di valuta portata dal rientro di questi ex profughi. Questi
ultimi, infatti, comprano sui mercati locali, impiegano mano d'opera
afgana e abitano negli stessi quartieri della popolazione locali, l'élite
invece acquista i beni che arrivano nel paese dagli USA e dall'Europa a
prezzi globalizzati che influenzano negativamente l'inflazione del paese
e assumono soltanto afgani d'America e d'Europa e infine abitano nella
zona dell'élite chiusa ai comuni mortali e protetta dalle truppe NATO.

Le ONG sono parte integrante di questo meccanismo che impoverisce il
paese e rischia di vanificare gli sforzi del ceto medio rientrato dai
campi profughi. Le ONG sono circa duemila, costruiscono a Kabul a ritmi
serrati e stanno trasformando la città in un immenso cantiere umanitario
dove i compiti migliori spettano alla diaspora d'élite afgana, le
commesse alle corporation occidentali e i "lavori di merda" alla
popolazione locale. Quest'ultima lotta contro l'immiserimento e
l'inflazione senza riuscirci e tra i ceti urbani della capitale si sta
diffondendo frustrazione ed odio per gli stranieri e per l'élite
rientrata nel paese visti come i responsabili del peggioramento delle
condizioni di vita, e sembra sempre più disposta a dare credito alle
formazioni islamiche fondamentaliste che uniscono nella loro propaganda
lotta allo straniero, restaurazione islamica e redistribuzione
egualitaria della ricchezza del paese tra la popolazione locale.

Nelle province il sistema dei signori della guerra ha fatto sì che
l'Afganistan sia rientrato nel commercio legale ed illegale
internazionale. Il commercio dell'oppio, il trasporto delle merci
indo-pakistane verso l'Asia Centrale e verso l'Iran e quello delle armi
in tutte le direzioni hanno ripreso a passare per l'Afganistan e ad
arricchire i clan organizzati che controllano il territorio. I clan
pashtun del sud e dell'ovest del paese, quelli hazara del centro, quelli
tagiki, uzbeki e turkmeni del nord sono forti di milizie che variano tra
i 10.000 e i 25.000 uomini armati, concorrono tra loro per ampliare la
produzione di oppio e collaborano nel mantenere sgombre e sicure le
strade per i traffici dietro pagamento di tasse e imposte più o meno
formalizzate.

Karzai e gli americani si rapportano con questa realtà cercando di
integrarla all'interno del loro sistema di potere scambiando il loro
appoggio alla traballante creatura di Washington con l'accettazione di
fatto del loro potere locale. La forma statale afgana è, nei fatti,
ridotta ad un modello feudale: esiste un monarca-presidente il cui potere
si basa sulle truppe NATO e sui finanziamenti internazionali alla
"ricostruzione" ed esistono feudatari di grado diverso che mantengono una
fedeltà al monarca sulle questioni internazionali ma governano da signori
assoluti sui territori dove sono stanziati. A complicare il quadro ci
sono le fedeltà claniche che sono superiori a quelle politiche e
religiose e alle stesse appartenenze etniche.

La cosiddetta democrazia importata dagli USA nella realtà afgana si
dimostra al di là del moltiplicarsi delle scadenze elettorali per quello
che è: un misto di regime aristocratico al centro e di "fucilocrazia
clanica" nelle province, un regime che gli americani oggi controllano
grazie più al flusso di capitali che dirigono verso il paese che non alle
capacità militari, ma che nei prossimi anni potrebbe vedere la diffusione
di forme sempre più radicate di opposizione locale al regime di Karzai e
alla politica di occupazione di Washington.

Giacomo Catrame


Da Umanità Nova, numero 34 del 31 ottobre 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne





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