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(it) Umanità Nova n.18: Altro colpo alle pensioni

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Date Thu, 27 May 2004 16:01:24 +0200 (CEST)


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A - I N F O S N E W S S E R V I C E
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Nella seconda settimana di maggio il governo ha deciso all'improvviso di
accelerare sulle pensioni. Al Senato è stata posta la fiducia sulla
delega-previdenza, dopo che per ben 15 mesi il testo licenziato dalla
Camera (ben diverso dall'attuale) era stato ibernato in attesa di
sviluppi da una trattativa con le parti sociali che non è mai
decollata. In questi mesi Maroni ha apportato significativi cambiamenti
al testo originale, tali da stravolgere il progetto di legge del
governo, e rivelatori della crescente debolezza dell'esecutivo nel
trovare mediazioni interne e costruire un fronte compatto in vista
dell'inevitabile scontro sociale. In realtà è cambiato il carattere
costitutivo della riforma: eliminata la decontribuzione per i neo
assunti e dilazionata l'entrata in vigore delle nuove norme, il nuovo
testo si inserisce perfettamente nel solco della continuità,
proseguendo il lento e graduale smantellamento della previdenza
pubblica cominciato da Amato nel 1992 e proseguito ininterrotto con Dini
e Prodi sotto le bandiere progressiste del Centro-sinistra.

Il lavoro va avanti, insomma. Vediamo con quali nuove genialate ci
troveremo a confrontarci nei prossimi mesi.

Il testo licenziato dal Senato lascia immutata la situazione fino al
31.12.2007, ad eccezione del fatto che chi matura il diritto alla
pensione, da oggi fino a quella data, potrà continuare a lavorare
incassando totalmente, esentasse, il 32,7% dei contributi
precedentemente versati dal datore di lavoro all'ente di previdenza. In
sostanza l'azienda non paga più l'Inps ma mette questa cifra in busta
paga, al netto, al suo instancabile dipendente. L'effetto immediato di
questa norma è incerto: le aziende non vedono l'ora di liberarsi dei
dipendenti più anziani e costosi e negli ultimi anni l'effetto annuncio
della riforma pensioni ha fortemente accelerato l'uscita di tutti
coloro in prossimità di una "finestra". È probabile che l'effetto di
"trattenuta" al lavoro sia nel suo complesso trascurabile: le aziende
preferiscono riassumere con contratti di consulenza le risorse umane
"strategiche" e cacciare con vari metodi "convincenti" le persone in
esubero.

Dal 1.1.2008 invece le cose cambieranno in misura più pesante: fermo
restando i 40 anni di contributi per il diritto alla pensione e le
attuali età anagrafiche per le pensioni di vecchiaia (65 anni uomini, 60
anni donne), subiranno un drastico peggioramento i requisiti per la
pensione d'anzianità. Dal 2008 occorrerà infatti avere 60 anni (61 per
gli autonomi) e 35 anni di contributi per poter smettere di lavorare, che
diventeranno 61 anni (62 per gli autonomi) nel 2010 e
probabilmente, dopo una verifica nel 2013, 62 anni (63 per gli
autonomi). Resteranno escluse dalla riforma le donne, che potranno
continuare ad andare in pensione a 57 anni d'età e 35 anni di lavoro, ma
con una pesante penalizzazione economica, in quanto dovranno
necessariamente optare per il sistema contributivo.

Restano altresì esclusi, oltre ai lavoratori "precoci" ed i 10.000
lavoratori in mobilità in ragione di accordi siglati entro il
31.3.2004, le forze armate, i militari e le forze dell'ordine, che
potranno continuare a godere delle norme attuali.

L'accelerazione del governo sulle pensioni coincide, per ironia della
sorte, con un analogo provvedimento in discussione alle Camere che mira
ad abbassare l'età pensionabile per i parlamentari, da 2,5 ad un solo
anno di legislatura. Si tratta infatti di sanare una "spiacevole"
circostanza che si è venuta a determinare in seguito alla elezione
contestata di un senatore di Rifondazione Comunista (Giorgio
Malentacchi) e di uno dell'Udc (Gianluigi Magri). Dopo che la giunta per
le elezioni ha accolto il ricorso di due aspiranti senatori di AN e
dichiarato decaduti Malentacchi e Magri, si è riusciti a salvare solo
Magri (nominandolo sottosegretario al Tesoro) ma non il senatore
rifondarolo, che così si trova a perdere la pensione. Andreotti ha
ironicamente proposto di associare anche Malentacchi al governo, ma il
"sentire comune" dei nostri rappresentanti preme per un'altra
soluzione. Abbassare definitivamente e per tutti i parlamentari ad un
solo anno di legislatura il termine minimo per maturare il diritto alla
pensione!

Scherzi a parte, è evidente che crescono in misura scandalosa privilegi e
deroghe per i corpi separati dello stato e le élite di governo,
mentre peggiorano in concreto e in prospettiva i trattamenti riservati al
resto della società. I tagli alle spese risparmiano infatti le
strutture sociali delegate a costruire il consenso e garantire
passività sociale. È significativa in tal senso la relazione
trimestrale di cassa che fa il punto sull'andamento della spesa
statale: il finanziamento ai partiti politici è passato dagli 85
milioni di euro del 2001 ai 105 milioni di euro del 2003 (+20%),
attraverso l'innalzamento dei contributi da 4 mila lire a 1 euro per
elettore, per ogni anno elettorale (quindi a 5 euro per legislatura); il
finanziamento ai patronati (in pratica ai sindacati) è salito da 166 a
367 milioni di euro; i finanziamenti alla Conferenza Episcopale della
Chiesa cattolica sono passati da 763 milioni di euro a oltre un
miliardo di euro.

Tornando alla riforma pensioni, va ancora affrontato un tema assai
delicato: i fondi pensioni e l'equiparazione tra tutte le forme di
previdenza integrativa esistenti. Attualmente un dipendente deve
aderire ad un fondo di categoria se vuole che il suo datore di lavoro
versi la sua quota di contributi per la previdenza integrativa. D'ora in
avanti può invece optare per una polizza assicurativa o un fondo pensione
individuale, e ciò non gli impedisce di pretendere dal datore di lavoro
il contributo aziendale e la quota in maturazione del TFR da far
confluire sul suo accantonamento individuale.

Il governo ha compiuto su questo terreno una evidente forzatura: pur
accogliendo la richiesta sindacale del silenzio-assenso (la possibilità
del lavoratore di decidere, entro sei mesi dall'entrata in vigore della
nuova legge, se conservare il proprio TFR o conferirlo alla previdenza
complementare), il testo di legge mette sullo stesso piano i fondi
pensioni chiusi, i fondi pensione aperti e le polizze previdenziali
offerte dalle compagnie assicurative. Questo fatto ha scatenato delle
notevoli risse tra le varie lobby che aspirano a gestire questo
imponente flusso di risorse finanziarie: i sindacati (principali
protagonisti dei fondi pensione chiusi, di categoria), le banche (forti
soprattutto nei fondi pensione aperti), le assicurazioni (principali
beneficiarie dell'allargamento alle polizze individuali dei benefici del
provvedimento). Fabio Cerchiai (manager delle Generali e presidente
dell'Ania) ha salutato con entusiasmo il regalo del governo e si è
indignato per le polemiche e le critiche insorte, esaltando la
liberalizzazione del settore e la possibilità individuale di scegliere a
chi affidare i propri risparmi previdenziali. Si è dimenticato di
ricordare che su alcune polizze si paga anche il 40% come commissioni
d'entrata e spesso lo si scopre solo dopo 30-40 anni di versamenti,
quando è un po' tardi per rimediare. Anche le banche non scherzano: i
fondi pensione aperti hanno commissioni d'ingresso molto contenute, ma le
commissioni di gestione (tra l'1.5% ed il 3% annuo) incidono
comunque sui rendimenti e quindi sulle prestazioni. I più onesti, sul
fronte commissionale, sono senz'altro i fondi chiusi, che generalmente si
accontentano di commissioni annue di gestione attorno allo 0,50%, ma ciò
non toglie che si vengano a creare degli enormi centri di potere
finanziari che vedono direttamente coinvolti i rappresentanti
sindacali, in un evidente conflitto di interessi. Lo spossessamento del
TFR maturando alle imprese sarà in qualche modo finanziato dallo stato,
attraverso prestiti agevolati, e può comportare, come abbiamo visto, il
dirottamento di imponenti risorse verso banche e assicurazioni: in
termini molto grossolani, possiamo dire che un consistente flusso di
risorse, che sono poi soldi dei lavoratori, vengono trasferiti da
impieghi produttivi a impieghi improduttivi, da capitale industriale a
rendita finanziaria. Senza fare del ridicolo nazionalismo, possiamo
altresì constatare che risorse produttive domestiche verranno
convogliate verso fondi d'investimento prevalentemente esteri
(specialmente quelli a contenuto azionario), in un'operazione
finanziata essenzialmente dallo stato, cioè da tasse prelevate a
lavoratori dipendenti. Il lavoratore si potrà così trovare nella
paradossale situazione di versare una quota crescente dei propri
contributi previdenziali a banche e assicurazioni, in cambio di
rendimenti incerti, e contemporaneamente pagare delle tasse, che
serviranno allo Stato per fare dei trasferimenti alle imprese, che
verseranno il TFR maturando a banche ed assicurazioni, che li
investiranno in obbligazioni dello stato e azioni di multinazionali con i
più forti trend di crescita. È abbastanza facile prevedere che il sistema
produttivo nazionale subisca un ulteriore indebolimento, che si
arricchisca il settore della rendita finanziaria e che diventi più
aleatoria la prestazione pensionistica finale destinata a soddisfare i
bisogni di reddito di larga parte della popolazione lavorativa attuale.

Un'ultima domanda resta ancora senza risposta: perché il governo
Berlusconi accelera sulle pensioni proprio un mese prima di elezioni
decisive per la propria sopravvivenza, cioè le europee di giugno? Si
possono fare al riguardo varie ipotesi:

1) il testo approvato dal Senato soggiornerà alla Camera fino a luglio,
quindi la sua approvazione finale nel cuore dell'estate non
danneggerebbe più di tanto l'esito delle elezioni e troverebbe una debole
reazione dei sindacati, spiazzati dalla stagione.

2) le elezioni saranno comunque un mezzo disastro, quindi anche
approvare a tutta velocità la legge entro la fine di maggio potrebbe
essere addirittura una prova di coraggio e determinazione da spendere
verso ex-alleati (Confindustria), piccola impresa e censori comunitari.

3) Berlusconi vuole fare della riduzione delle tasse l'argomento
principale della sua campagna, e per rassicurare la U.E. della
sostenibilità dei propri propositi deve dimostrare di non scherzare sui
tagli alle pensioni.

4) il governo doveva evitare l'"early warning" della U.E. ed infatti è
riuscito a rinviare al 5 luglio l'ammonimento ufficiale sull'andamento
preoccupante dei conti pubblici soltanto con questo "segnale forte" della
fiducia sul provvedimento pensioni.

Quale delle ipotesi corrisponda al vero, il movimento deve raccogliere le
idee e rispondere alla sfilacciatura dei provvedimenti graduali che fa
parte, organicamente, della strategia attuata dal governo
Berlusconi. Al di là dei soggetti che saranno chiamati a gestire la
previdenza pubblica o quella privata, si tratta di lottare per avere un
innalzamento di risorse destinate alla copertura pensionistica di una
popolazione che invecchia e che viene sostituita, nel ciclo produttivo,
da figure meno garantite e meno tutelate. Si tratta di incrementare gli
sforzi per "decrittare" i provvedimenti del governo, imporre criteri di
trasparenza su chi paga e chi incassa nel cambiamento di utilizzo delle
risorse contributive, fare decollare una discussione allargata sull'uso
delle risorse e sulle conseguenze sociali, di lungo periodo, delle norme
in discussione. I prossimi due mesi rischiano di apparire
decisivi.

Renato Strumia


da Umanità Nova, numero 18 del 23 maggio 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne





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