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(it) Umanità Nova n.18: Democrazie criminali - I professionisti del terrore made in USA

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Date Wed, 26 May 2004 10:29:19 +0200 (CEST)


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Lo scandalo ipocrita dei detenuti iracheni torturati nel famigerato
carcere di Abu Ghraib segnala simbolicamente la disfatta della
Coalizione dei volenterosi, professionisti del terrore come da anni
sostiene Noam Chomsky, secondo cui il primo stato canaglia sono proprio
gli Usa. Lo sterminio si rivela più difficile del previsto, specie quando
la censura operante draconianamente in tempi di guerra
guerreggiata lascia qualche spiraglio, sia pure manipolabile, in
occasione della fine formale della guerra e l'inizio della fase
politica e di sostegno umanitario, come doveva essere l'operazione
irachena a partire dal 2 maggio 2003.

Invece gli aiuti umanitari in teatro di guerra si sono svelati
palesemente per quello che erano: occupazione militare ostile,
menzognera sulle ragioni (distruggere le armi di distruzione di massa),
mendace sul ruolo del dittatore Saddam (prima utile, poi da eliminare
dopo averlo spremuto e corrotto per tanti anni), illusoria sugli
obiettivi (stabilire una democrazia esportata nella regione per
contagiare il resto dei paesi mediorientali, Israele escluso
beninteso...), addirittura controproducente negli effetti desiderati
(l'ingresso in gran forza dei seguaci di Al Qaeda, la riunificazione di
sunniti e sciiti che non intendono cadere nel tranello della guerra
civile fratricida).

Corteggiando adesso a tutto spiano le Nazioni Unite, alla disperata
ricerca di una via di fuga in anno elettorale che sappia di eleganza
retorica senza tuttavia abbandonare il terreno iracheno, perno di una
strategia a lungo termine implicante la costruzione di ben tredici basi
militari Usa in loco che potranno avvicendare quelle saudite da poco in
via di smantellamento, prima del redde rationem con la famiglia dei Saud,
la vicenda delle torture irrompe a disturbare i sonni di una opinione
pubblica già poco incline all'avventura militare preventiva.

Ormai tutti sappiamo come le norme cartacee del diritto internazionale
vietino le torture ai danni dei prigionieri e detenuti, specie se
questi ultimi nulla hanno a che vedere con la guerra. La Convenzione di
Ginevra, frutto di negoziazioni gestite da studiosi, militanti,
diplomatici e avvocati, quasi mai da statisti, contemplava un quadro
bellico tradizionale, in cui cioè l'uniforme militare era visibile e
impegnava esclusivamente i combattenti, mentre i civili, già vittime al
50% nel corso della II guerra mondiale, ora diventati il 90% delle
vittime di conflitti bellici, erano tutelati in quanto estranei alle
azioni militari.

Ma che dire allora delle violenze nelle carceri che, abitualmente,
ricorsivamente, esemplarmente, sempre diremmo, vengono effettuate in
tempi di pace? Perché l'ipocrisia moralistica diffusa lentamente dalla
propaganda dei regimi democratici in occasione della divulgazione di
evidenze visive alle violenze nelle prigioni irachene gestite dalle
potenze occupanti (e l'Italia dal triste passato somalo ne è esente
finora solo perché non gestisce direttamente l'ordine nelle carceri,
affidato al capolista inglese nell'area di nostra competenza), rinvia
come limite costitutivo della violenza intima del potere democratico alle
torture in atto nelle galere di tutti i giorni. Non occorre citare i
casi: umiliazioni, stupri, intimidazioni, omicidi, suicidi sono
all'ordine del giorno in qualunque luogo di detenzione in ogni luogo del
pianeta, e su questo versante domestico, le carte dei diritti
umani, sempre invocate come arma di denuncia da parte di ispettori che
inviano rapporti riservati ai rispettivi governi - come è stato anche il
caso dell'Italia negli anni '90 - si dimostrano inerti e inefficaci
affinché la criminosità del volto del potere sia affievolita in regimi
democratici, nonostante la propaganda ci voglia convincere del
contrario.

In Iraq, poi, la sequenza dei tempi è istruttiva a proposito. La
campagna di guerra finisce "ufficialmente" il 1 maggio 2003. Già
nell'estate il CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa),
Amnesty International e Human Rights Watch, che sono abilitate e
privilegiate a poter entrare con propri esperti e ispettori nelle
carceri (il primo addirittura come organismo istituzionale previsto dalla
Convenzione di Ginevra!), rilevano irregolarità e inviano con opportuna
discrezione e opacità mediatica rapporti sia ai responsabili delle
strutture che ai propri organi dirigenti. È la prassi che
comincia a muovere le acque, a cui solitamente la medesima prassi
risponde con l'opera di soffocamento, depistaggio e quant'altro le élite
statali attuano per non far venire fuori una verità nota a
chiunque passi solo qualche ora in galera.

Fatto sta che, benché gli alti vertici in loco e a Washington e Londra
comincino a leggere i rapporti, in autunno per tutta risposta il
Pentagono invia a Baghdad il responsabile di Guantanamo per studiare la
maniera efficace per neutralizzare in via preventiva il
controterrorismo delle fazioni irachene in lotta attraverso lo
strumento della tortura per estorcere notizie utili al conflitto tra la
prima della classe e l'ultimo degli eserciti guerriglieri.

A cavallo di fine 2003 - inizi 2004 i rapporti umanitari arrivano a
conoscenza sicura dei vertici militari e politici, che commissionano un
rapporto ufficiale al generale a stelle e strisce Taguba, il quale
evidentemente non aspira a fare carriera, che stende nero su bianco,
talvolta rafforzando senza usare il linguaggio paludato delle
organizzazioni umanitarie internazionali, quanto noto da sei mesi e da
chissà quante vittime precedenti.

Rinviando una analisi puntuale del rapporto Taguba ad una prossima
occasione, è opportuno anticipare come almeno uno dei quattro
nominativi di civili (Steven Stephanowicz, John Israel, Torin Nelson and
Adel Nakhla della CACI, Californian Analysis Center Inc., ora
trasferita in Virginia), impiegati di una delle due società private a cui
ormai il Pentagono esternalizza funzioni operative militari - ad esempio
la Titan di San Diego, in California, fornisce tra l'altro i traduttori,
alcuni dei quali evidentemente vanno leggermente oltre la loro specifica
funzione per erigersi ad aguzzini in cerca di
informazioni, che poi puntualmente tradurranno con dubbia
professionalità - risulti essere assegnato alla 205 brigata dei servizi
di intelligence militare del V corpo d'armata comandato dal Col. Thomas
Pappas, che in tempi di pace ha base in Germania e in Italia.

Solo la sapiente regia di uscita di foto, video e testimonianze dirette
riesce a smuovere le acque, come sempre facendo sacrificare qualche
pedina piccola, senza risalire ai vertici politici che, senza ombra
dubbio, non solo erano a conoscenza - il segretario Rumsfeld è celebre
per il suo disprezzo di ogni lacciolo democratico e normativo a livello
internazionale, come recita la filosofia del potere, neocon e neoprog è
indifferente - ma per di più approvavano, incoraggiavano e
regolamentavano minuziosamente, esattamente come fanno gli israeliani,
coperti sino a qualche anno fa dalla loro Corte suprema che ammise forme
di tortura "moderata" per estorcere informazioni utili a
prevenire atti di terrore. Come è palese, l'aggettivo "moderato" è
utilissima foglia di fico per legalizzare e legittimare quasi tutto,
basta che non trapeli all'esterno e non si arrivi all'irreparabile, ossia
la morte del malcapitato.

Già si intravede la strategia di difesa degli imputati, i quali,
temendo di finire per divenire capri espiatori di tutto, hanno riferito
di avere ricevuto istruzioni in tal senso dai propri superiori, che li
hanno altresì invitati perentoriamente a seguire le metodologie
adoperate dagli esperti civili delle imprese private, come ha rivelato
qualche familiare dei militari alla gogna come pecore nere devianti che
infangano l'onore di un esercito che sembra aver dimenticato My Lai in
Vietnam o le stragi in America centrale negli anni '80, quando a
dirigere quel tipo di operazioni riservate era John Negroponte, attuale
rappresentante Usa alle Nazioni Unite ma in procinto di diventare il 30
giugno ambasciatore in Iraq. Il che lascia poco pure alla fantasia
dietrologica più sfrenata.

Ogni democratico sincero conta sempre nella fiducia verso i propri
rappresentanti eletti e controllati, caso mai, dal terzo potere, la
magistratura. In campo internazionale già non esiste la quadratura del
cerchio come negli ordinamenti interni, che comunque sappiamo come
funzionano rispetto a tali eventi. Inoltre gli Usa non hanno
sottoscritto il trattato istitutivo della Corte penale internazionale,
quindi i loro cittadini-militari all'estero rispondono solo ed
esclusivamente ai tribunali interni, militari per di più. Inoltre
ancora, quei cittadini-civili che sono ingaggiati per tali usuali
compiti sporchi, oltre a godere delle coperture tipiche
dell'intelligence, sono soggetti a sanzioni civili (licenziamento,
sospensione dello stipendio, ammende, ecc.) che lasciano il tempo che
trovano, soprattutto a livello internazionale. Ma ancor di più una loro
eventuale responsabilità non acquista piena valenza politica, e quindi
de-responsabilizza ulteriormente i vertici politici.

Così funzionano oggi le democrazie criminali.


Salvo Vaccaro

da Umanità Nova, numero 18 del 23 maggio 2004, Anno 84
http://www.ecn.org/uenne





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