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(it) Umanità Nova n.18: Il nazionalismo: malattia cronica del marxismo - Noi, senzapatria, per una libertà senza confini

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Date Tue, 25 May 2004 10:08:24 +0200 (CEST)


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Una tradizione teorica sulla nazione, in ambito marxista, che affonda le
sue radici negli scritti di Engels di metà ottocento, ha lasciato, in
modo non estemporaneo, i suoi segni non solo nelle elaborazioni
dottrinali successive del movimento operaio e socialista, ma anche nelle
mentalità collettive della sinistra. Gli scritti di Engels
comparirono, a partire dal 1949, sulla Nuova Gazzetta Renana e poi in
"Rivoluzione e controrivoluzione in Germania" del 1852. I concetti
attorno ai quali ruotavano le riflessioni di Engels, sotto le influenze
dell'idealismo Hegeliano delle "Lezioni sulla filosofia della storia",
riguardavano "le nazioni senza storia", ovvero quelle nazioni con
"nazionalità e vitalità politica (...) spente da un pezzo", in virtù
delle quali "hanno dovuto seguire le orme di una nazione più forte, loro
conquistatrice" (1851). Era quindi giusto per Engels che "gli energici
yankees abbiano strappato la meravigliosa California ai pigri messicani
che non sapevano cosa farsene", perché gli americani, così facendo "hanno
dischiuso l'Oceano Pacifico alla civiltà e dato una nuova direzione al
commercio mondiale"(1949) Sulla base di queste
premesse teoriche Engels sostenne che il diritto ad autodeterminarsi
delle "nazioni senza storia" dovesse inevitabilmente soccombere di fronte
al progresso civile, sociale e produttivo delle grandi nazioni.

Non voglio qui entrare nel merito delle rappresentazioni teoriche
sull'autodeterminazione e sulla nazione, che ebbero diverse evoluzioni ed
involuzioni negli stessi ambiti marxisti (quelle espresse da Lenin
saranno significativamente diverse da ciò che sostenne Rosa Luxemburg);
quello che mi preme invece sottolineare è come poco alla volta
all'interno del movimento operaio socialista, sia nella versione
socialdemocratica che in quella rivoluzionaria, l'idea e la funzione
della nazione prima e dello stato poi abbiano poco alla volta
soppiantato e sostituito l'internazionalismo, diventando essi stessi meta
finale e non transitoria del processo rivoluzionario. La prima tappa del
disfacimento teorico dell'internazionalismo si ebbe nel 1914 di fronte
alla Prima guerra mondiale, mentre il secondo, assai
controverso, si ebbe durante la rivoluzione bolscevica, quando, la
direzione del partito comunista, abolì e soppresse, in chiave di
rafforzamento statuale, sulla necessità presunta della difesa
rivoluzionaria (di cui la mancata estensione del processo
rivoluzionario in Europa non può che essere una parziale ma
insufficiente giustificazione), non solo tutte le altre opposizioni
operaie ma gli stessi consigli (soviet) che sarebbero dovuti essere sia
il fulcro della nuova organizzazione sociale sia il modello della
futura dissoluzione statuale.

Nell'elaborazione engelsiana, ma anche in quella di tutto il marxismo
definito "ortodosso" (parzialmente derivato dallo stesso Marx), da
Labriola a Kautsky, lo sviluppo delle forze produttive e dei modelli
produttivi vanno di pari passo con l'evoluzione delle forme
organizzative statuali:

- La linea di progresso storica ed evolutiva dell'umanità avviene per
stadi, che si realizzano dialetticamente. La linea positivistico -
hegeliana su cui si innesta Marx è di questo tipo: economia feudale
(varianti asiatiche) - sistema mercantile (borghesie commerciali) -
sistema pre-capitalistico - capitalismo - socialismo - comunismo. Tutto
ciò che dal punto di vista dell'organizzazione sociale e quindi anche
statuale impedisca il libero sviluppo delle forze produttive
capitalistiche va contro le linee di tendenza della Storia.

- Questo implica che lo Stato borghese capitalistico sia forma
superiore a quelle precedenti e che lo Stato socialista sia forma
superiore, e conseguente, dello Stato capitalistico.

- In questa ipotesi la liberazione nazionale è forma essenziale e non
transitoria dello sviluppo delle forze produttive, che poi, entrando in
contraddizione con i modelli produttivi, daranno esito al socialismo,
organizzato in stato e poi al comunismo, società a-statuale di liberi ed
eguali.

Le ragioni che come anarchici e non da ora (circa dalla Prima
Internazionale) ci distinguono da alcune prassi e da alcuni
ragionamenti di derivazione "marxiana" sono essenzialmente queste:

- Rifiuto di una visione teleologica, ovvero finalistica, della storia:
l'evoluzione della storia non è preordinata e predeterminata per stadi
che si impongono dialetticamente, per cui compito delle forze
rivoluzionarie, organizzate in partito, è quello di "accompagnare",
dirigendolo, il naturale svolgersi degli eventi. Se si è intimamente
convinti di seguire il "vero" corso della storia, chiunque vi si
opporrà, sarà trattato come nemico irriducibile e quindi eliminato. Lo
stalinismo è stato un fulgido esempio di questo processo
"intellettivo". Un altro concetto tipico dell'autoritarismo poggia ne "lo
stato di necessità", idea che è strettamente congiunta alla
nozione, storicistica, di causa - effetto: la storia sarebbe una
sequenza di cause e di effetti tra loro conseguenti, immodificabili e
necessari. La necessità storica giustifica, in sé, non solo il
verificarsi di eventi terribili, ma anche la loro programmazione.

Al contrario, la nostra visione sulla trasformazione sociale è
essenzialmente volontaristica: le cose succedono, a partire dal
contesto dato, quindi all'interno di un modello teorico che si supporta
ampiamente del materialismo storico, soltanto se le si vuole produrre.

- Rifiutiamo una visione economicista nella lettura degli accadimenti
mondani. Pur partendo da valutazioni materiali dei processi sociali ed
economici (l'economia è essa stessa una modalità di relazione sociale)
non pensiamo che debbano necessariamente andare verso una direzione
univoca, né essere unico fondamento delle contraddizioni presenti.
Contraddizione ambientali, di genere etc sono altrettanto fondamentali.

- Rifiutiamo di attribuire allo stato una funzione necessariamente
progressiva, come tappa di un processo di liberazione per stadi.

- Metodo, prassi e finalità fanno parte di uno stesso progetto. I
gulag, esempio estremo, non posso essere in sintonia, nemmeno
transitoria, con un processo di liberazione.

Perché questo discorso su Iraq, guerre ed altro?

Sicuramente perché crediamo che esistano oppressi ed oppressori: le
guerre e tutte le guerre sono contro di noi. Ma pensiamo lo stesso anche
degli eserciti, dei sistemi di produzione di morte (armi), della
militarizzazione della società e di ogni forma di coercizione,
imposizione e sottomissione. Coerentemente con questa visione non
prendiamo in considerazione il fatto che ci si possa liberare
opprimendo: pur rispettando diverse concezioni del mondo, tanto per
capirci, non potremmo accettare di combattere un sopraffattore
alleandoci tatticamente e temporaneamente con l'Opus Dei.

Invece, forse, per alcune componenti del movimento antibellico
prevalgono le seguenti ipotesi:

- La prima, nazionalistica, di cui sopra. "L'Iraq agli iracheni" è uno
slogan piuttosto diffuso sia nella sinistra riformista che in quella
rivoluzionaria, ed è un "peccato" che non sia estendibile ovunque e che
se applicato in casa nostra puzzi lontano mille miglia di revanscismo
fascista. Non ci chiediamo poi perché alcuni elementi di estrema destra
trovino interessanti ipotesi di antimperialismo congiunto.

- L'antiamericanismo, ovvero la sovrapposizione tra il governo, le genti
e le culture che abitano un determinato territorio. In questo ci sono due
varianti: una riformista che pensa che l'Europa sia buona, bella e
pacifica (da Prodi a Vattimo), al contrario degli Stati Uniti brutti e
cattivi, "dimenticando" (volutamente) gli interessi economici ed
imperiali di questa fetta di mondo; l'altra rivoluzionaria, che traspone
ogni qualità positiva al cosiddetto "Terzo mondo". Nella
variabile terzomondista prevale la concezione della massa popolare buona
e repressa, come se tra popoli e dirigenze politiche, economiche e
militari non ci fosse alcuna connessione di sorta. Questo non toglie
nulla al fatto che milioni di persone non abbiano mai scelto i propri
carnefici, né che li sceglieranno mai. Di conseguenza, ogni stato che si
opponga all'occidente, poco importa che sia composto da altrettanti
massacratori di professione, va bene perché antimperialistico "in sé".
L'imperialismo si riduce così ad essere ad un epifenomeno della cultura
occidentale. In questo modello teorico, specularmente alle masse buone
dei paesi "sottosviluppati" c'è la tendenza ad accorpare ed
identificare gli occidentali in toto, in particolare statunitensi ed
abitanti dello stato di Israele, al potere politico ivi costituito.
Queste forme di riduzionismo sottovalutano gli interessi e le funzioni
delle borghesie e dei capitalisti all'interno dei loro paesi.

- La terza da gemellaggio ultras. Prima facciamo il mazzo agli altri e
poi, sui cadaveri dei nemici, ce la vediamo tra di noi.

Non pensiamo nemmeno, come anarchici, che lo stato nazionale e o
plurinazionale sia in quanto tale un principio di libertà: spesso si
rivela esattamente l'opposto. Sostituire padroni con altri padroni non fa
parte del nostro immaginario di liberazione.

Se facciamo una manifestazione antimilitarista a Livorno non è solo per
ribadire le nostre ragioni, ma per chiedere che tutte e tutti coloro che
si battono per una reale liberazione dall'oppressione di tentare un
percorso comune che faccia piazza pulita una volta per tutte di màrtiri e
martìrii, di bandiere nazionali, di nazionalismi e tatticismi
improponibili.

Pietro Stara


da Umanità Nova, numero 18 del 23 maggio 2004, Anno 84
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